Guariento Mario | TERZO PENSIERO FOLLE IN LIBERTA’
Tutte le opere, i commenti, le riflessioni di Don Mario Guariento
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TERZO PENSIERO FOLLE IN LIBERTA’

29 Ago TERZO PENSIERO FOLLE IN LIBERTA’

Due costanti sono presenti negli Evangeli.
Da una parte, rifiuto di qualsiasi conformismo, invito al risveglio, che si esprimono nella fermezza del tono; d’altra parte, l’amore e la comunità nel condividere, il cui segno sensibile è dato dal pane e dal vino, ossia dall’Eucarestia, che è morte e risurrezione
Affinché l’amore non si degradi in nuovo formalismo, perché la comunità non finisca per ridursi al rito, pur fingendo di superare le divisioni create dal denaro, classi, razza, è evidente che devono sfuggire sia alle cristallizzazioni ideologiche che alle intese sentimentali.
Voglio dire: devono essere realizzati, almeno nella costante tensione verso la loro attualizzazione. Diversamente amore e rito non sono, né più né meno, che un altro sonno, aggravato dall’impostura, a dispetto di tutte le buone intenzioni. Aver creduto che l’amore potesse essere reso obbligatorio come il rito, che una comunità che condivide potesse essere costituita da delle masse: questo equivale a dare libero corso a tutte le illusioni.

La messa spettacolo, risulta radicalmente morta. C’è voluta la diserzione della folla perché ci si rendesse conto della cosa. È sempre l’avvenimento che costringe a sloggiare dai rifugi. L’Evangelo non è fatto per dominare il mondo. È un cuneo conficcato nel suo ordine, granello di sabbia che danneggia la meccanica. Non ci si può accontentare di respirarne i profumi e lasciare le cose come stanno.
Gesù è schiacciato sotto il peso delle costruzioni ideologiche, degli apparati gerarchici di stile mondano, così fu schiacciato sotto la croce.
E pericoloso pensare in termini di glorificazione. Ogni glorificazione sfocia nel sistema, ossia nella potenza. Orbene, il messaggio rappresenta proprio il contrario della potenza, il rovesciamento dello sguardo e del giudizio, quello esattamente del Magniflcat.
Gesù, per quanto è possibile immaginarlo secondo moduli umani, entrò in agonia senza sapere esplicitamente quando e come sarebbe avvenuta la risurrezione, così pure noi ci troviamo e non possiamo che trovarci nella notte dell’attesa, anche se questa notte è luminosa. È sempre un’operazione pericolosa, quella di utilizzare la fede come un sapere umano.
Non serve a nulla proclamare una certezza astratta. Sia la verginità di Maria come la risurrezione di Gesù. La loro presenza in noi può essere soltanto sul tipo di una luce
infinitamente discreta. La verità attende l’aurora al chiarore di una candela. Le proclamazioni rappresentano un tentativo di installazione in un ordine fisso di gloria.
La gloria di Gesù si trova in germe nella povertà e in tutte quelle miserie nelle quali sprofondano gli uomini.
Allorché Gesù, nel pretorio, viene spogliato dai soldati che gli buttano addosso una casacca scarlatta, prima di conficcargli in testa una corona di spine e mettergli una canna nella mano destra, il tutto accompagnato dal grido « Salve, re dei Giudei! », si colloca esattamente qui la verità ultima valida per tutti i tempi, Salvatore, Messia, Figlio di Dio, Risuscitato: questi termini imposti, gloriosi, velano l’immagine di Gesù. Così come i piviali, gli ostensori d’oro impediscono di scorgere l’uomo torturato, la modestia del pane e del vino.
Si direbbe che per numerosi credenti l’essenziale consista nel fatto che Gesù venga innanzi tuttodichiarato Dio, Cristo. Ce l’hanno in testa, familiare, fissato in formule di cui ignorano il significato, valide per tutti e per nessuno: ed eccoli dispensati per sempre dall’intuire l’aspetto di insurrezione contenuto nell’esistenza concreta di Gesù.

La scelta reale degli uomini si opera pro o contro il denaro, il successo prima di tutto, pro o contro l’amore che, lungi dall’esaurirsi nella morale sociale, le toglie la maschera, pro o contro il piacere non dominato che separa, sostituto della gioia che unisce.
Non conta niente parlare eccessivamente di Signore, Dio e tutti gli orpelli. Sovente è pubblicità, né più né meno, come avviene per le marche di detersivi.
Nell’ordine spirituale, allorché si ha intenzione di dire una cosa, spesso è meglio non nominarla troppo o non nominarla affatto, per evitare che le parole si sostituiscano alla realtà. Essa devetrasparire in un volto, nella inflessione di una voce. Che significato possono avere una salvezza, una parola che non scaturiscano realmente dall’esperienza della miseria e di un abbandono e che non riescano a liberate nessuno? Molti uomini, a quanto mi pare, non oppongono un rifiuto esplicito alla salvezza pasquale, e sarebbero in grado di seguirla nel suo svolgersi.
La cosa inaudita è che ci si sia serviti dell’umiliazione di Dio e della sua discrezione per mettersi a comandare utilizzando mezzi di potenza. Dunque Lui diventa liberatore soltanto se lo si segue, a passo a passo, nell’umiltà dell’infanzia, nel nascondimento dei suoi primi trent’anni, nella sua lotta contro e con la Legge, contro Scribi, Sadducei e Farisei, nel suo tenere a distanza la famiglia, nella sua fedeltà al Padre. Per cui confessarlosenza rovesciare la scala dei valori, non è altro che derisione. La gloria sta nell’abbassamento.
Non pretendere di far adorare. Non cercare più di far credere. Si arriva a questa fase oppure no, a seconda della maturazione individuale e della grazia, in una esperienza viva della salvezza, quale fu quella delle prime comunità cristiane. Allorché la vita non dice niente, non invita, non saranno certo le affermazioni perentorie a rivelare qualcosa.
Il credente si limiti ad avere fede in Dio, in Gesù Cristo. Diventi trasparente. È più che sufficiente. La realtà risulta più bella di tutti i sogni, a patto sia spogliata di tutte le illusioni con le quali capita venga cambiata.
Nella Comunità cristiana, liberata, almeno interiormente, dai suoi legami storici, privata dei suoi orpelli, orientata sull’umanità in cammino, c’è spazio, libertà, invenzione, c’è il riso per chi lo vuole e non ha niente da perdere, niente da guadagnare.
Papi, Vescovi, preti sono servitori della Parola e nostri servitori. La loro esistenza si giustifica nel vigilare perché la Parola rimanga viva e nell’indicare le direzioni.
Ma che possibilità può avere la Parola di strappare la comunità cristiana alla pesantezza, ricrearla, quando proprio la comunità trasforma la Parola in un sapere di cui essa detiene la chiave?
Può benissimo respingere l’eresia, dimostrando in ciò una certa saggezza, secondo la regola dottrinale. Ma quando si lascia guidare da un pensiero astratto, va a finire che si colloca essa pure fuori dalla vita, cioè nell’eresia, mentre invece soltanto un’esperienza spirituale di uomini, avrebbe la possibilità di offrire luce e calore e quindi rendere l’errore insignificante.