Guariento Mario | LITURGIA 2
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LITURGIA 2

13 Ago LITURGIA 2

La liturgia introduce il tempo di Dio nel tempo dell’uomo

Esistono due esperienze del tempo: una legata ai sensi e connota­ta dalla successione del passato e del futuro, dell’ “è stato” e del “sarà“; un’altra dove le polarità del prima e del dopo sono superate in un eterno presente. Si potrebbe parlare di un tempo dell’uomo e di un tempo di Dio, di un tempo quotidiano e di un tempo del sogno.

Questi due tempi non sono incomunicabili: in certi mo­menti privilegiati il tempo ordinario cessa per lasciare scendere il tempo divino.

Le espressioni «i cieli aperti» e «all’improvviso» ripetono la meta­fora dell’istante, come sospensione del tempo ordinario e manife­stazione del tempo differente di Dio.

La sospensione del tempo ordinario costituisce l’istante della rive­lazione. L’istante della natività è meravigliosamente descritto nel vangelo apocrifo secondo Tommaso: E io, Giuseppe, stavo camminando ed ecco non camminavo più. Guardai per aria e vidi che l’aria stava come attonita, guardai la volta nel cielo e la vidi im­mobile, e gli uccelli del cielo erano fermi. Guardai a terra e vidi posata lì una scodella: e quelli che stavano masticando non masticavano più, e quelli che sta­vano prendendo del cibo non lo prendevano più i visi di tutti erano rivolti in alto  tutte le cose, in un momento, furono distratte dal loro corso.

Il midrash dell’ Esodo così descrive l’istante della promulgazione della Torah: Nessun uccello cantava, nessun bue muggiva, gli angeli non volavano, i sera­fini non pronunciavano la parola “santo”, il mare era immobile, gli uomini ta­cevano. L’universo era silenzioso, muto. Allora risuonò la voce divina.

La risurrezione avverrà in un istante, in un batter d’occhi (1Corin­zi 15, 52), il Figlio dell’uomo tornerà inaspettato e improvviso co­me il lampo (Luca 17,24); l’istante della risurrezione e del ritorno non è da riferirsi soltanto agli eventi della fine dei tempi, ma è una possibilità sempre offerta ai credenti: «È giunta l’ora ed è già nel momento presente» (Giovanni 4,23).

M. Eckart dice nei Discorsi: “Nello spirito esiste una potenza che il tempo non deteriora. Dio stesso è in questa potenza come nell’eterno istante. Se lo spirito fosse sempre unito a Dio tramite questa potenza l’uomo non invecchierebbe mai. L’istante nel quale Dio creò il primo uomo, l’istante nel quale l’ultimo uomo morirà e l’i­stante nel quale io parlo, sono tutti identici in Dio, in Lui non c’è che un istante, una sola e identica eternità “.

L’esperienza dell’istante non è la soppressione del tempo per sta­bilire l’immutabile; sarebbe una nuova limitazione. E in ultima analisi la possibilità di concentrare il tempo estendendo la co­scienza su tutta la sua ampiezza. In tal maniera, mediante l’amore, la diversità è ricondotta all’unità nel Verbo, radice della vita, dove il successivo può essere contemplato come simultaneo, dove l’a­zione può essere non-azione, e il divenire un’entità sopratempora­le, e la riunificazione del tutto una sintesi sopramentale.

Vivere l’istante è l’abbandono del tempo e l’immersione nella luce del Verbo che ci fa nascere la seconda volta e, battezzandoci nello Spirito, ci rende figli di Dio.

L’istante è spirituale, è uno stato del­la coscienza fuori del flusso delle associazioni temporali.

I valori spirituali non hanno nulla a che fare con il tempo, essi non sono nel tempo, e il loro sviluppo non è dipendente dal tempo. Nell’i­stante il flusso del tempo si ferma, la coscienza vede, sente in se stessa, al di fuori di tutte le cose e al di sopra di tutte; nell’istante la coscienza è. Questo è lo stato della fede, la percezione di qual­cosa che è al di sopra del flusso del tempo, la fede è l’istante.

Ciò che l’uomo, legato al tempo, pensa che sia la fede è qualcosa di qualitativamente differente.

Ogni stato visibile, ogni temporale e pragmatico avvicinamento alla fede è, in ultima analisi, la negazione della fede.

Ogni intuizione, rivelazione, illuminazione, ogni amore, ogni real­tà genuina riposa nell’istante; nel tempo tutte le cose ricercano il loro completamento, ma nell’istante tutte le cose sono complete. La successione dei momenti nel tempo non è l’istante, essendo lungo la linea orizzontale della durata, l’istante è verticale e in­commensurabile con essa. L’istanteappartiene a un altro livello di coscienza, a un’altra dimensione. Barth sottolinea che la vera, la vivente vita dell’uomo non è situata nel tempo storico, e anche la fede non è qualcosa che inizia ad un certo momento e che cresce nel tempo.

La liturgia costituisce una rottura del tempo sto­rico, un inserimento del tempo sottile di Dio nella banalità dell’ e­sperienza quotidiana; per rendere possibile la rigenerazione della coscienza umana, che, mediante il rito, viene a trovarsi in un con­tatto immediato con quelle realtà che sono nel profondo della sto­ria e ne costituiscono la risoluzione redentiva.

I testi biblici, annunciati durante la liturgia, perdono il loro contorno temporale e storico per rivelare ciò che è stato compiu­to e sta compiendosi nel profondo dell’umana coscienza, nel suo drammatico e luminoso rapporto con la rivelazione del Dio viven­te. La lettura filologica e storica dei testi scelti nella celebrazione liturgica diventa meno importante, mentre acquista valore la let­tura fatta con la consapevolezza che essi portano all’assemblea orante la Parola rivelata e rivelatrice, efficace qui ed ora. Non sono due letture in contrasto, ma complementari: la lettura filologi­ca impedisce a quella liturgica gli sconfinamenti in possibili fidei­smi fanatici; quella dell’immediatezza dell’annuncio salva la lettu­ra filologica da eventuali inaridimenti dogmatico-razionali o dog­matico-moralisti.

L’annuncio liturgico compie l’incantesimo della abolizione del tempo storico e quello dell’irruzione del momento eterno rivela­tore nel quale la Parola rivelatrice risuona nel presente, per stimo­lare la nascita eterna dei figli di Dio.