Guariento Mario | SO VIVERE NELLA POVERTÀ
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SO VIVERE NELLA POVERTÀ

11 Apr SO VIVERE NELLA POVERTÀ

Capitolo 4, 10-13.
So vivere nella povertà.

Tutto posso in Colui che mi dà forza 

Ho provato grande gioia nel Signore
perché finalmente avete fatto rifiorire la vostra premura nei miei riguardi:
l’avevate anche prima, ma non ne avete avuto l’occasione.
Non dico questo per bisogno,
perché ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione.
So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza;
sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame,
all’abbondanza e all’indigenza.
Tutto posso in colui che mi dà la forza. 

Notiamo la spontaneità della reazione di Paolo: «Ho provato grande gioia nel Signore».
Echàren significa: «Mi sono riempito di grazia, di gioia, di godimento» «perché finalmente avete fatto rifiorire i vostri sentimenti nei miei riguardi».
Immaginando la situazione interiore di Paolo, si può capire meglio perché parli di grande gioia, lanciando anche un sottile rimprovero: «Finalmente avete fatto rifiorire i vostri sentimenti nei miei riguardi»! Eravate stati sempre molto attenti alla mia persona.
Poi, quasi correggendosi, perché tutto questo non sia avvertito come un rimprovero, aggiunge: in realtà, non è che vi siete scordati di me, ma soltanto non avevate avuto l’occasione per venirmi a trovare.

E con tono appassionato esprime il fondamento della sua capacità di bastare a se stesso: «Tutto posso in Colui che mi dà la forza».

Tutto ciò di cui ha bisogno è il Signore. Il resto è relativo.
Ci siano o non ci siano strumenti adeguati alla missione, l’importante è avere lui. Certo, si possono utilizzare i mass media, le televisioni, le radio, i giornali, va tutto bene, ma vigilare perché questi restino mezzi e non porre in essi la fecondità del messaggio. Colui che mi dà forza, Colui che è il mio sostegno, Colui che cammina attraverso di me, cammina con me, ed è presente nella mia parola: «Tutto posso in Colui che mi dà forza» (4,13).
Una fiducia nell’amore di Dio che non ha misura. Chi si sente inviato per l’annunzio del vangelo in realtà sa di portare con sé l’onnipotenza dell’amore stesso di Dio: Questa completa fiducia, completo abbandono, certezza della presenza amorosa del Signore ogni giorno e in ogni circostanza, accompagna l’evangelizzatore, l’apostolo in modo determinante. Perciò cadono tante altre pretese, premesse, progetti e fiducie. Cadono tutte queste cose se riesci a lasciarti possedere da lui, e lui realizzerà certamente tutto ciò per cui ti ha inviato. 

L’elogio di Paolo è dunque molto forte: siete davvero una comunità eccezionale, infatti «nessuna Chiesa aprì con me un conto di dare e di avere, se non voi soli, ed anche a Tessalonica mi avete inviato per due volte il necessario». L’elogio rivela l’eccezionale legame affettivo che Paolo aveva stabilito con la comunità di Filippi.

Ma subito Paolo offre loro una lezione di abbandono al Signore e sulla preziosità dell’imparare a vivere in povertà, ad evangelizzare, a servire senza attendere riconoscimenti e conferme. Saper accettare la solitudine che l’essere testimoni comporta.

«Ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera».  Chi si mette a disposizione del vangelo, non sta a preoccuparsi se ha proprio tutti gli strumenti, le condizioni… Si fida del vangelo e va avanti.! E’ indispensabile stare molto attenti per evitare due posizioni opposte: da una parte l’eccessivo interiorismo e dall’altra il pauperismo: due estremi che si sono sempre avvicendati nella storia. Se vogliamo superare questa dicotomia ed avere una visione autentica della povertà, dobbiamo collocarci nello scenario a sfondo biblico. Per la ricerca del modo di essere poveri, il punto di partenza, la fonte, il metro è uno solo: Cristo. Tutto posso in Colui che mi da forza. Un primo aspetto che noi chiaramente scopriamo, guardando il volto di Gesù, è il suo essere povero-servo.

Cristo è povero non perché abbia abbandonato tutto e sia vissuto di uno spiritualismo radicale, rinunciando a tutti i beni possibili e immaginabili, ma perché è divenuto servo, cioè dono del Padre per i fratelli. Scrive al ri­guardo il Guillet in Mondo ed esistenza mondana.  «Gesù non si appartiene e uno dei segni di que­sta rinuncia è il suo modo di vivere nel tempo. Una delle forme di ricchezza è avere del tempo davanti a sé, poter disporre a piaci­mento dei momenti che vengono, usarli a modo proprio. Ora Gesù vede la propria esistenza spogliata di se stessa. Non un istante che gli appartenga e di cui egli disponga a piaci­mento, il suo tempo non gli appartiene, ma è tutto consacrato al Padre e alla sua opera. Il suo tempo non è suo, ma di tutti quelli che hanno bisogno di lui. Egli lo riceve dal Padre non come un te­soro di cui disporre a piacimento, ma come un deposito di cui ren­dere conto».

Siamo anche noi la vedova di Zarepta:” Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ di olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio; la mangeremo e poi moriremo.” 1 Re 17,12.

La povertà non è «non avere», ma la gioia di servire. Spendersi nella gratuità. Il principio del servizio ha chiaramente caratterizzato la personalità di Gesù, come rileviamo nei vangeli. Lo stile evangelico del servizio è ben delineato nella parabola riportata da Luca (17, 7-10). Il servo alla sera torna dai campi, dopo aver lavorato per tutta la giornata, è stanco, ma deve ulteriormente servire il padrone. Gesù dice che non c’è nulla di strano in questo e aggiunge: «Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili».
Questo senso della propria inutilità non è da intendersi secondo un ascetismo medioevale: non valgo niente! Il vero povero, invece serve con gioia, perché sa che la fonte del servizio è la gratuità di Dio nella sua storia. Egli può esprimere così questa sua consapevolezza: «Io servo, perché Dio è sempre in stato di servizio nei miei confronti nella gratuità».

Il discepolo che interiormente non abbia una forte ricchezza, una forte vitalità, un grande amore non ha la capacità della beatitudine della povertà; cioè, è povero solo chi è ricco interiormente e amante, abitato dalla passione  per il Signore Noi siamo poveri evangelicamente quando serviamo i fratelli con una forte ricchezza interiore per comunicare i doni di Dio. Cristo servo ha compiuto le opere del Padre per arricchire gli uomini attraverso il linguaggio del servizio. Anche il seguace di Cristo trova il senso della gioia della gratuità propria nella contemplazione delle meraviglie che Dio continuamente opera in lui e attraverso di lui. Una grande lezione spiritual di A. Louf in Sotto la guida dello Spirito: “Con questo criterio della povertà, traduzione della gratuità, scompare ogni altro criterio concreto per capire che cosa voglia dire essere poveri. La povertà è direttamente proporzionale all‘esperienza della gratuità. L’uomo è povero, quanto più vive la gratuità di Dio e quanto più serve. Se Dio è il tutto della nostra storia e l’assoluto della nostra vita e quello che siamo è frutto della gratuità divina, il nostro servizio non può essere che totale, incondizionato e vissuto nella gioia. Il vero povero, in senso contemplativo, non ha paura di perdere: la sua unica preoccupazione è quella di collocarsi veramente nell’atteggiamento di servizio proprio del Cristo. Ogni volta che sottoponiamo la povertà ai criteri umani, essa perde tutta la sua forza carismatica e il suo dinamismo interiore, divenendo facilmente una struttura. Quando la povertà diventa un rendere conto al superiore, non è già più povertà, perché si è istituzionalizzata, la povertà invece non è mai misurabile. Gli stessi voti diventano un atto giuridico. Se non c’è a monte la scelta della sequela di Cristo, non riusciamo ad entrare nella sapienza delle beatitudini.”
Gli aspetti specificanti e qualificanti una vita autenticamente povera possono essere riducibili a quattro: la povertà dell’io, delle persone, degli avvenimenti, delle cose.

Le caratteristiche della povertà

  1. Povertà dell’io.
    Il vero povero, come S. Paolo, si è abituato ad avere e a non avere, relativizza il mondo delle realtà che lo circondano, poiché la povertà, quella dell’io, lo rende già pienamente realizzato. Tutti ci crediamo poveri interiormente finché non viviamo qualche prova, ma, quando questa arriva, ci accorgiamo che forse era tutta un’illusione.  Quando noi entriamo nel cammino della povertà, dobbiamo avere il coraggio di guardarci dentro. Il vero povero gode della propria limitatezza, poiché in essa vede il Dio delle meraviglie, che opera in modo instancabile. Inoltre, occorre anche ricordare che la storia della nostra vita è caratterizzata da una povertà peccatrice. Noi, invece, siamo portati a incensare il nostro io per le doti e a rifiutarlo per i suoi difetti, perché non riconosciamo nella nostra storia che il limite è costitutivo della persona.
  2. Povertà delle persone
    Il secondo stadio per approfondire il senso della povertà può essere collocato su due binari: la povertà delle persone come dramma di solitudine e come rapporti non rispondenti alle nostre esigenze.
    In qualunque situazione ci possiamo trovare, abbiamo l’ansia del parere degli altri,  il desiderio che qualcuno ci dia ragione; bramiamo che il fratello ci tenda una mano, ascoltandoci nel nostro sfogo.
    La solitudine, perciò, ci fa paura. Ma, quando cerchiamo in modo eccessivo l’appoggio psicologico o affettivo degli altri, rifuggendo la solitudine, non siamo poveri.
    La povertà di persone è amore alla solitudine, non come fuga, ma come serena relazione con gli altri, senza esigere il loro appoggio. Desideriamo pure un aiuto, ma non dobbiamo ridurre la nostra vita ad essere sempre dei puntellati, diversamente non potremmo più reggere, Anche i puntelli diventano vecchi e l’edificio crolla. La povertà di persone come mancanza di rapporti rispondenti alle nostre esigenze è ancor più profonda. Ci diamo la mano da poveri, senza illuderci che gli altri tappino tutti i nostri buchi, perché ognuno di noi ha il suo punto di vista, che costituisce già un limite, perché è un momento settoriale di interpretazione della storia.
  1. Povertà degli avvenimenti
    Noi abbiamo una meravigliosa capacità che Dio ci ha dato: sognare. Il sogno è una speranza, è una spinta che ci permette di andare avanti, di protenderci verso il futuro. Ognuno di noi quante cose sogna! Uno fa la scelta consacrata e, appena entrato in convento, sogna chissà quale perfezione. Quando arriva la destinazione apostolica, ha l’ansia di convertire il mondo, ma poi, quando incontra la vita, tutto gli appare un fallimento. Qualcuno, allora, ha la tentazione di dire: «Credevo che la vita religiosa fosse un’altra cosa». Ma la storia è diversa dai nostri sogni. In noviziato tutto è come in un laboratorio chimico; quando poi si entra nella vita, ci sono le reazioni che la storia comporta.
  1. Povertà delle cose
    L’uomo, in forza della sua facile tentazione all’egocentrismo e all’individualismo, tende istintivamente a possedere. Un altro aspetto che ci aiuta a illuminare il nostro cammino sulle orme di Cristo: la povertà è distacco dalla ricerca del prestigio e dell’autosufficienza. L’uomo, tendenzialmente, sia pure nella complessità delle manifestazioni psicologiche, mira ad essere qualcuno, ad apparire, a farsi valere. Questa tendenza è la conseguenza dell’autosufficienza. Infatti, ricerca il prestigio l’uomo tremendamente autosufficiente, che crede in modo eccessivo nelle sue possibilità e vuole evidenziarle davanti agli altri, per essere tenuto in considerazione. Questo atteggiamento è direttamente contro la povertà, perché l’autosufficienza è la sicurezza dell’io, mentre la povertà è vivere nella gratuità di Dio. L’uomo veramente povero non ricerca alcun prestigio e non confida nelle proprie forze. Per lui vale solo ciò che è essenziale: il regno di Dio, il Cristo, tende subito al valore, in profondità; si preoccupa solo di essere il volto di Cristo. Tutto il resto non gli interessa più.