Guariento Mario | SETTIMO PENSIERO FOLLE IN LIBERTA’
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SETTIMO PENSIERO FOLLE IN LIBERTA’

09 Ott SETTIMO PENSIERO FOLLE IN LIBERTA’

Ogni pensiero autentico come ogni opera d’arte non possono che erompere con forza e incontrare resistenze. Alcuni uomini hanno saputo combinare un pensiero ribelle con una vita pacifica, altri hanno pagato il prezzo. Ma il Cristo non è un pensatore né un riformatore; è rivelatore: ecco perché la sua vita intera e la sua morte sono in totale rottura con qualsiasi altra esperienza. Se egli sa graduare le tappe e attenuare la luce troppo violenta perché non accechi, tuttavia non c’è un momento in cui abdichi al rischio. Venti secoli, la fraseologia devota, una fede che è diventato quasi naturale considerare come abitudine, i riflessi umanistici che sono la nostra segreta difesa: tutto ciò non ci permette più di provare stupore o scandalo.                                                                

Bisogna scegliere e seguirlo. Egli, attraversato il deserto, lasciati per sempre possessi e poteri, entra nella città e interpella Levi che sarà Matteo: un daziere, un gabellotto, un collaborazionista circondato dal disprezzo e dall’odio, in un paese sotto il dominio straniero. Il messia che deve liberarci da Roma, ecco chi chiama per discepolo. I cortili del tempio sono affollati di specialisti e di dottori, egli sceglie come apostoli uomini incolti. Fossero individui che hanno studiato teologia nelle nostre università, probabilmente ora s’allineerebbero e ci darebbero meno filo da torcere. Ma i maestri della religione, egli li ritiene « ciechi e guide di ciechi »: è da un bel po’ di tempo che amministrano la salvezza come un’impresa capitalistica e che, attenti ai concetti, alle leggi e alla cieca obbedienza, hanno dimenticato la libertà e l’amore senza i quali l’obbedienza è vana.                       

Lo stupore s’aggrava: egli annuncia a Levi che andrà a mangiare a casa sua: «Perché mangia coi pubblicani e coi peccatori?», così come s’inviterà da sé alla mensa di Zaccheo, non temerà d’intrattenersi a conversare con le donne, anche peccatrici, lascerà che Maria  cosparga di profumo i suoi piedi e glieli asciughi coi propri capelli.                                               

Perché non va a trovare il sommo sacerdote per convincerlo, e anche Tiberio, per coinvolgerli entrambi? Hanno grandi mezzi, tutto filerebbe più alla svelta: perde tempo, il Signore. Ma lui ha deciso: non si reca a far visita ai notabili, non chiede loro il permesso d’annunciare il messaggio e di compiere miracoli. Già all’inizio eccolo dunque su una pessima strada, sulla strada dello scandalo.                                                                                

Potrebbe scegliere le persone per bene, gli uomini di buona volontà, i più solidi sostegni delle società in cui viviamo: un minimo di rispetto se lo meriterebbero! Ebbene, se di buona volontà ne avete tanta, innalzatevi fino alla verità, altrimenti smettiamola di parlare di codesta vostra dote, uomini giusti che impedite la giustizia. Vi riuscisse d’avere un po’ di cattiva volontà, ingannereste meno i deboli.                                                                                            

Quest’uomo che parla di Dio come nessun altro ne ha mai parlato, e di cui bisogna riconoscere l’elevatezza morale, quest’uomo non è normale, non c’è dubbio. Classificare è rimpicciolire, rimpicciolire è tranquillizzarsi. Perché per i farisei essere normali significa trovarsi in consonanza con la moltitudine. La sua stessa famiglia pensa ch’egli sragioni: « i suoi andarono a impadronirsi di lui poiché dicevano: “ è fuori di sé”». I farisei son prezzolati per assistere alle sue risposte ironiche o sferzanti e alla sua abilità nello sventare i loro intrighi, fino al giorno in cui lascerà che la rete si richiuda perché l’ora del Padre è giunta, eppure mai rinunceranno alla fandonia della pazzia. Il mantello regale che Erode gli fa mettere addosso, lo scettro e la corona sono i segni che tramandano questa impostura a tutte le generazioni del mondo. Colui che si lascia arrestare, giudicare e crocifiggere come un qualsiasi bandito, accettando quindi di non contare ormai più nulla per gli Ebrei che vedono nella crocifissione l’assoluto del disonore, come se non bastasse, permette anche che questi lo sfidino con insolenza sino alla fine: « Scendi dalla croce e crederemo in te ».

Gesù rinuncia alle legioni d’angeli e alla spada di Pietro, perdona ai carnefici nei quali, secondo lui, si riflette l’irresponsabilità della natura e dei poteri che «non sanno ciò che fanno». Ma bisogna ripeterlo. Egli non muore come un giusto che ha soppesato le cose di questo mondo con un’alta consapevolezza delle loro necessità. Colui che non s’appagava di dialettica, che pianse su Lazzaro e sperimentò l’agonia degli Olivi, il male sembra raggiungerlo in una regione assolutamente sconosciuta al saggio, e ciò persino nel momento estremo. Si lascia ferire giù nel profondo dell’anima e grida: «Perché m’hai abbandonato?». In tal modo il Cristo diventa incatalogabile dai collezionisti di eroismi e di alti pensieri morali, e con questo scandalo rivela la sua trascendenza assoluta.                                  Il paradosso centrale che sta all’origine di tutti gli altri, quello che fa del Cristo il segno di contraddizione, la pietra d’inciampo, « causa di caduta e di risollevamento per tanti », il paradosso che sbocca nella croce per unire l’inconciliabile, è che si può essere amati da Dio, essere «oggetto della sua benevolenza», e insieme essere infelici.                                            

Com’è possibile sapersi amati da Dio e provare «tristezza fino a morirne?». Quale posto può rimanere per il dolore in un essere invaso dall’amore infinito  o quale ombra in colui che la luce della trasfigurazione solleva da terra?                                                                 

Gesù è amato dal Padre e Gesù soffre. Mistero insondabile, senza dubbio, ma del quale possiamo percepire barlumi che illuminano la nostra condizione.                                                   Se tutto si riducesse all’essere amati da Dio, il dolore e la morte non sarebbero necessari. Ma quando siamo invitati ad amare  a nostra volta, non c’è altra via che quella stretta. All’amore bisogna dare il tempo di nascere, di svegliarsi, affinché non ci accada di confonderlo con l’amore di sé che ci inchioda al piacere iniziale. Poiché ogni uomo vuole camminare al «tic tac delle piccole felicità», e le felicità pie non è detto che siano di natura diversa. Il frutto del paradiso terrestre è meno puerile di quanto si creda. C’è un solo peccato: la golosità. La golosità è l’impazienza di provare piacere. Per raggiungere il Dio reale, non mitico, bisogna attraversare l’ostacol, il deserto, la prova. Il «figlio dell’uomo» si scontra egli stesso con la necessità e cerca di evitare il calice. Il Satana del deserto, che aveva fatto balenare le seduzioni del «tutto e sùbito», torna agguerrito nel Getsemani e ricompare quindi per l’ultima offensiva: «Scendi dalla tua croce…»
Ha ragione Simone Weil: bisogna diffidare dei martiri esaltati e giocondi. Come i loro carnefici, non sempre sanno ciò che fanno.