Guariento Mario | SESTO PENSIERO FOLLE IN LIBERTA’
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SESTO PENSIERO FOLLE IN LIBERTA’

05 Ott SESTO PENSIERO FOLLE IN LIBERTA’

Bisogna lasciare ciò che si possiede per ottenere ciò che deve venire, bisogna rinunciare ad avere per essere, bisogna perdere per guadagnare, morire per vivere. Questa verità del Vangelo trova non solo il suo significato ma anche la sua realizzazione nel fatto centrale del cristianesimo che è il mistero pasquale della morte e della vita.

La fede si meraviglia nel constatare con quale perfezione il paradosso dell’uomo-Dio porti a pienezza la condizione dell’uomo fatto ad immagine di Dio. Gesù non è un dottrinario, non s’esprime quindi nella maniera dei professori ma in quella d’un profeta il quale getta incandescenti alcune verità che stupiscono o scandalizzano, perché egli non propone una conoscenza mondana né la sola comprensione intellettuale ma si sforza di suscitare il dono. Se dice che parla « in modo tale che chi ascolta non comprenda », vuol così precisare che non si rivolge né alla curiosità né alla ragione che classifica e organizza bensì all’intelligenza profonda che turba perché impegna. Gesù talvolta rinuncia a rispondere e devia il discorso. Traspone deliberatamente a un livello superiore, senza dar soddisfazione o aiuto agl’interlocutori a meno che non siano gli apostoli. Rifiutando qualsiasi concessione, sembra non temere il dialogo fra sordi. Si tratti del tempio nel quale mai più si adorerà e che Egli ricostruirà in tre giorni, della necessità di rinascere, dell’acqua viva offerta alla Samaritana, del pane che è la sua carne, della sua partenza per una destinazione ignota o della sua elevazione da terra. Lui, che pure è la «condiscendenza», non dà chiarimenti, ma si erge in tutta la sua altezza e ripete e insiste: «In verità, in verità…» Il fatto è, senza dubbio, che in quest’ordine di cose la spiegazione distrugge ciò che vuol delucidare, toglie ciò che dà. Se Gesù rifiuta di abbassarsi, lo fa per elevarci. Il suo rigore è la forma del suo rispetto.

Se Gesù non chiede, come prima cosa, d’essere compreso, è perché vuole essere creduto: limitarsi a spiegare e a comprendere è opera della ragione e della natura, tentativo di saldare con quattro soldi il proprio conto con Dio. Quando replica ai farisei, non lo fa mai per entrare nel loro ragionamento. A che servirebbe? «Questo linguaggio è duro! Chi lo può ascoltare?». 

Anche la parabola, nella sua stessa struttura, è già rivelazione. Il racconto poetico, il particolare della vita quotidiana sono infinitamente vicini, sono realtà dei giorni nostri, ma preparano lo choc finale che capovolge l’ordine delle cose. Arriva sempre il colpo, la punta della lancia che vi raggiunge al cuore. La parabola del Cristo raccoglie in unità l’umile sapienza, le abitudini trasfigurate della vita e il ruvido pensiero del paradosso.

Il regno è un segreto, un chicco di senapa, il più piccolo di tutti i semi che diventa un albero, il lievito che una donna prende per far crescere la pasta. Ciò che è importante appare dunque modesto, minuscolo e debole, e cresce da solo senza che alcuno se ne preoccupi.
Il figliol prodigo è il più amato. Bisogna abbandonare il gregge per rintracciare la pecora smarrita. L’operaio dell’undicesima ora riceve la stessa paga di chi ha lavorato tutto il giorno. Dio non è « giusto ». Nessuno può inorgoglirsi del proprio merito. Il ricco è miserabile. Ciò che avete vi possiede. Quel che sembra aver valore non lo ha: dobbiamo smetterla coi calcoli della saggezza comune.
Così, nelle beatitudini come nelle parabole appare la trasmutazione paradossale dei valori: « Chi vuoi salvare la sua vita la perde, chi perde la sua vita a causa di me la salva ».

Ciò che era saggezza e sicurezza diventa pericolo e follia. Lo si vede nel caso di quell’uomo che possedeva grandi beni. «Egli ragionava così dentro di sé: “Come farò, ché non ho posto dove ammassare i miei raccolti? Ecco, farò così: demolirò i miei granai, ne costruirò più vasti, vi metterò dentro tutto il raccolto e tutti i miei beni, poi dirò all’anima mia: Anima mia, tu hai una grande riserva di beni per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti “. Ma Dio gli disse: “Insensato! Questa notte stessa ti verrà richiesta la vita”»

Se la semplicità delle parabole e la loro poesia preparano con delicatezza alla novità del pensiero, se l’umorismo delle risposte e delle situazioni attenua lo choc del paradosso, e se, prima che ci sia conflitto aperto coi farisei, sui miracoli compiuti egli chiede il silenzio, perché teme i « si dice » della conversazione che riducono il mistero al pittoresco e suscitano il desiderio dei frutti della fede senza la fede e perché d’altra parte il momento non è ancora giunto della rottura definitiva, quando si tratta dei farisei, i più pii tra gli Israeliti, ne parla ignorando immagini e precauzioni, adoperando invettive e maledizioni. «I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno». Ciò ch’egli denuncia è la soddisfazione per una salvezza che ci si procura con le proprie forze, il gusto per la cerimonia messo al posto dell’autentica adorazione, il legalismo che sostituisce la morale, la virtù diventata oggetto di possesso, l’ostentazione nell’elemosina, nel digiuno e nella preghiera: altrettanti segni d’una religione che dal cuore s’è trasferita all’esterno…
«Guai a voi, scribi e farisei, ipocriti, guide cieche… Guai a voi, scribi e farisei che pagate la tassa per la religione ma trascurate la giustizia, la bontà e la rettitudine interiore… Assomigliate a sepolcri imbiancati… Serpenti, razza di vipere! Come scamperete alla condanna?»                                                                                                                                   Il dolce Gesù mitico del sentimentalismo devoto, nel Vangelo non lo troviamo. Tanti Cristi troppo gentili in mezzo a decorazioni di lusso, i crocifissi leggiadri del Velasquez, le vergini ambigue del Tiziano, i Sacri Cuori al rosolio, una spiritualità zuccherosa e consolatrice non sono riusciti a cancellare parole che furono atti. Quel fico intravisto lungo la strada e verso il quale si dirige il Maestro coi suoi discepoli, produce per noi assai più che frutti. Gesù s’avvicina all’albero e lo maledice perché sterile. Ora, dice il testo, non era il tempo dei fichi. Ma bisogna ricollocarlo nel suo contesto e guardarlo alla luce della fede, perché questo fico innocente acquisti significazione. Qui si tratta di quella della fede che s’oppone alle false necessità e giustificazioni della pigrizia spirituale: la giustizia non attende, né l’amore che fa i miracoli. I discepoli ripassano con Gesù accanto al fico inaridito. Stupefatti, si sentono dire dal Maestro: « Se aveste fede in Dio, comandereste a questa montagna: “Spòstati e gettati in mare” e l’otterreste ». È la fede che trionfa sulla necessità. Quando non modifica le cose cambia le anime, e anche questo è miracolo. Così le affermazioni del Cristo, come le parabole, come gli stessi miracoli, inducono sempre a rovesciare la saggezza comune, a capovolgere la religione statica e l’ordine naturale delle cose ch’essa tende a giustificare, non per distruggerli bensì per situarli e invitarli al superamento di se stessi. Bisogna lasciare il terreno del buon senso e delle certezze razionali nel quale affondano le nostre radici, bisogna morire.
Chi non vede che la morte è all’interno della vita ed è il suo motore essenziale non comprende nulla della condizione umana e dei suoi paradossi; chi nasconde tutto ciò a se stesso — mediante la distrazione del lavoro o del piacere — non ha ancora lasciato la futilità e incominciato ad essere uomo; così, chi non ha capito che tutti i paradossi del Vangelo conducono il discepolo alla perdita di sé e sboccano nella croce non ha ancora incominciato ad essere cristiano. Non solo. Talvolta è inutile che una proposizione sia stata dimostrata in maniera inconfutabile: per esempio, nulla è più dimostrato della morte e tuttavia « nessuno è tanto intelligente da crederci quanto colui al quale Dio insegna a ricordarsi che deve morire ». Ci vuole dunque non solo una riflessione dello spirito ma anche una grazia, affinché appaia, nella realtà dell’esistenza, che l’albero della croce — che concilia la linea orizzontale con quella verticale e tutti i paradossi fra loro — mette insieme Dio e l’uomo nella morte per procurare l’accesso alla vita.