Guariento Mario | OTTAVO PENSIERO FOLLE IN LIBERTA’
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OTTAVO PENSIERO FOLLE IN LIBERTA’

13 Ott OTTAVO PENSIERO FOLLE IN LIBERTA’

“Se qualcuno si scandalizza della verità, è meglio sopportare il suo scandalo che nascondere la verità”. (Gregorio il grande)


Come Gesù dice: « Beato colui per il quale io non sono occasione di scandalo », la Chiesa potrebbe dire: «Beato chi mi vede debole e umiliata  e ciò nonostante crede che io sono segno della salvezza universale. Oppure beato chi mi vede potente lungo i secoli, organizzata come un esercito, e ciò nonostante riconosce in me il Cristo».
Perché c’è sempre un ostacolo da attraversare, una possibilità di scandalo e di fede. Tale è l’ordine delle cose.                                                                                                                    Il figlio di Dio, il messia d’Israele doveva essere eroico, possente e vincitore. Ora, di lui si conoscono le origini, non è nemmeno stoico dinanzi al male, sperimenta l’agonia e l’abbandono. Così, Egli respinge definitivamente il mito di cui hanno bisogno gli uomini per seguire i capi. Egualmente la Chiesa visibile non può mai sovrapporre a sé una chiesa mitica, immacolata: è essa stessa la Chiesa «pura e santa», pur trovandosi in balìa delle contingenze della storia. In una certa epoca o in un certo posto, ridotta a un gruppetto di fedeli, sotterranea, quasi senza volto, il cristiano è convinto che essa porta in sé l’unità del mondo. In un’altra epoca o in un altro posto, onnipotente per la sua organizzazione e i suoi metodi, solidamente appoggiata su forze politiche, il cristiano vede in essa il Cristo crocifisso.                                                                                                                     

Quando la sua grandezza umana è impressionante, essa rischia di apparire come un sistema talmente perfezionato che la fede là dentro può estinguersi dolcissimamente perché non è più grazia e libera decisione ma prodotto naturale di mezzi naturali. La fede diventa così opinione. Per credere al Cristo e alla Chiesa degli inizi è stato necessario attraversare lo scandalo di ciò che era piccolo e insensato. In altri secoli è necessario attraversare apparenze di grandezza.                                                                                   Questa tensione va mantenuta. Da una parte la Chiesa deve radicarsi e quindi, inevitabilmente  ispirare saggezze, edificare una civiltà: altrimenti, tradirebbe la sua missione di rivelare già quaggiù qualche cosa del «regno». Dall’altra parte, il «regno» che annuncia non viene come risultato dello sforzo umano: esso è fuori di questo mondo. Il pericolo che la Chiesa corre è di acclimatarsi troppo alla terra. È per questo che pianta la croce nel cuore dell’uomo e delle nazioni.                                                                    Pervadendo di sé le nazioni e le patrie, esorcizza gli obiettivi che i nazionalismi si dànno. Accetta le provvisorie divisioni in classi ma ricorda che non esiste più né schiavo né uomo libero, né greco né barbaro, né nero né bianco. Non può estraniarsi dalla politica, che deve anzi impregnare di giustizia e di amore, ma bisogna che eviti mezzi politici per raggiungere fini religiosi, come d’altro canto non può non rifiutarsi d’essere a sua volta strumentalizzata. Né assentarsi né identificarsi. Né con te né senza di te: tale è la sua vocazione.
Si deve spezzare tutti i legami e vivere nella rinuncia, nella preghiera, fuori d’una società perversa che uccide l’uomo-Dio e i suoi profeti, oppure entrare nelle strutture dell’impero per erigervi la città di Dio? Lungo i secoli, la storia ha potuto dare l’impressione d’una scelta. In effetti, la frattura fra gli attivi e i mistici mai è stata consumata. Benché certi ordini si fossero specializzati nella contemplazione e in certe epoche si potesse dubitare che una determinata cristianità perseguisse qualcosa di diverso da obiettivi temporali, i cristiani sono sempre stati chiamati dai loro apostoli nonché dal Vangelo a trasformare la terra valutandola zero, ad essere e agire nel mondo considerandosi pellegrini in viaggio.             

E quando è sembrato che le cristianità trasformassero le tappe , ecco che le circostanze, distruggendo gli insediamenti, hanno loro ricordato che il cristianesimo è capace solo d’una cosa: rendere la società meno opaca che è possibile. Santi e profeti, talvolta anche eretici,  sono sempre stati presenti, per interpretare le circostanze, presentire e annunciare il decadimento e lo scacco all’interno del trionfo, come la trasfigurazione nelle cavità dell’abbandono.                                                                                                                   La tentazione nel deserto non è solo la tentazione del Cristo ma anche quella del cristianesimo. Quando Gesù respinge il primo assalto, non le necessità naturali egli nega, non il pane egli rifiuta; piuttosto, situa l’essenza dell’uomo ben al di sopra dei cibi terreni della civiltà. Non che la civiltà sia perversa: essa è vitale. Ma al pari dei bisogni fisici deve dare la precedenza al messaggio. Il cristianesimo non è stato rivelato per soddisfare i bisogni culturali degli uomini, cederebbe alla tentazione se acconsentisse a diventare un mezzo per raggiungere un qualsiasi fine sociale, per quanto buono esso sia.                                   Quando il Cristo è invitato da Satana a gettarsi dall’alto del pinnacolo affinché la folla, giù nei cortili del tempio, vedendolo sostenuto dagli angeli comprenda da quel segno che il messia è arrivato, ciò che gli viene proposto è niente di meno che una salvezza automatica: i conflitti dell’anima, la predicazione del messaggio, le persecuzioni, la morte diventerebbero inutili. Ma il Cristo rifiuta le tecniche d’azione collettiva: egli non è venuto per sedurre l’uomo in quanto massa, egli si rivolge alla coscienza personale.                                 

In quanto alla terza tentazione, è evidente che una cristianità che cercasse di raggiungere obiettivi religiosi mediante la forza politica direbbe sì alla tentazione. Perché i mezzi modificano i fini. L’atteggiamento dei cristiani al riguardo è necessariamente paradossale. Essi non possono mai isolarsi dal destino delle nazioni e sono di continuo invitati alla rottura… Essi non possono fare che un pezzo di strada… per non tradire qualche cosa.           

Lo scandalo che il Cristo respinge non è quello che colpisce il mondo. Il mondo finge di scandalizzarsi quando i cristiani compiono le rotture e testimoniano la trascendenza. Quando al contrario una cristianità, una parte d’una cristianità cede alla tentazione, il mondo resta tranquillo: essa allora non lo inquieta che come concorrente.
Poiché nessuna società espelle a cuor leggero i propri membri e poiché non vuole estinguere il lucignolo ancora fumigante, la Chiesa ha spesso tollerato che i rapporti sociali, le buone abitudini e gli usi mondani supplissero in molti cristiani alla mancanza di autentica fedeltà. Però nel corso della storia la tensione è sempre rimasta attiva tra coloro che accettavano e giustificavano cristianità secolarizzate, quasi ridotte a gruppi naturali, e coloro che volevano a tutti i costi le rotture.                                                                                           

Se la Chiesa constata e sanziona la colpa oggettiva di coloro che si separano da essa, non per questo nega la colpa di coloro che restano nel suo seno per mettervi al riparo la propria tiepidezza e la propria viltà: sa e riconosce che essi sono in parte responsabili dello scandalo e dell’infedeltà degli impazienti.