Guariento Mario | DOMENICA 31.10.2021
Tutte le opere, i commenti, le riflessioni di Don Mario Guariento
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DOMENICA 31.10.2021

29 Ott DOMENICA 31.10.2021

Marco 12, 28 – 34

Uno scriba del partito farisaico ha assistito soddisfatto alla sconfitta dialettica che Gesù ha inflitto ai sadducei, il partito avverso ai farisei, e vuole sottoporre al giudizio di Gesù una questione molto dibattuta nelle scuole rabbiniche: quale fosse il comandamento principale della Legge. Le opinioni erano molte, ma prevaleva quella che riteneva che l’osservanza del Sabato avesse tanto peso quanto tutti gli altri comandamenti messi insieme. Non vuole compromettere Gesù, ma, vedendo la maestria con cui interpreta la Scrittura, cerca una soluzione per una questione molto dibattuta. La sostanza della sua domanda è: cosa è più importante per Dio, secondo la tradizione di Israele, qual è l’espressione suprema della sua volontà e l’aspetto primario nel comportamento dell’uomo.

Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! …” Il secondo: “Amerai il  tuo prossimo come te stesso”: Gesù inizia la sua risposta facendo suo l’invito rivolto a Israele dal Deuteronomio. Ascolta Israele…, annuncia il patto di fedeltà tra Dio e il suo popolo. Dio e l’uomo sono in gioco per amarsi ed amare, in stretta contiguità, simili, conviventi nella medesima storia. E quanto si vive diventa preghiera, culto vero di Dio e dell’uomo. L’amore di Dio e del prossimo presenta aspetti e momenti di un’unica scelta-azione. L’amore-passione di Dio per l’uomo è prototipo, fondamento ed essenza dell’unico, essenziale comandamento dell’amore che si concretizza nel dono-amore divino ed umano. L’amore per l’uomo precede e dà senso a tutte le scelte: sacrifici, culto, rituali, programmi e strutture, codici e regolamenti. Nella Comunità sono banditi prestigi e privilegi. Gesù rettifica la domanda dello scriba: nell’antica alleanza non c’era un solo comandamento principale, ma due, perché l’amore-fedeltà a Dio era inseparabile dall’amore-lealtà al prossimo. Per essere vero, l’amore a Dio doveva tradursi in amore all’uomo.  Gesù afferma che il senso del comandamento è di creare una società di uguali. Shemá Israel era la preghiera contenuta nel libro del Deuteronomio, che al mattino e alla sera il giudeo recitava e che gli Ebrei ancora oggi recitano due volte al giorno. Queste parole sono espressione dell’intimità della fede e anche codice d’identità di Israele. Non è una vera preghiera, ma un’autentica professione di fede, la solenne proclamazione dell’unicità di Dio. In questa professione di fede formalmente parla Mosè che si rivolge a Israele, ma siccome Mosè parla per ordine di Dio, è Dio stesso che si rivolge ad Israele sotto forma di invocazione. Le parole introduttive, infatti, Ascolta, Israele, potremmo considerarle come un atto di preghiera di Dio al suo popolo. È Dio che supplica Israele di fare la sua professione di fede, quasi che Dio non possa vivere senza sentire la voce del suo popolo.

La presenza della terminologia della tenerezza e dell’affettività in un corpo legislativo di per sé secco e arido, sta a significare che nessuna legge deve mai essere al di sopra della persona perché la legge (almeno quella morale) deve non solo guardare il comportamento, ma specialmente il cuore che è la sede dell’intenzione, come Gesù stesso ha fatto è insegnato: «Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato».                                              Racconta il Talmùd babilonese, che Rabbì Aqìva, il quale guidò l’ebraismo dopo la caduta del tempio del 70 d.C., durante la rivolta del 135 di Bar Kòkba, fu preso dai Romani e torturato fino alla morte. Mentre era torturato, pregava con ardore Shemà‛ Israèl e i suoi discepoli, meravigliati, gli chiedevano se non sentisse le sofferenze. Egli rispose che per tutta la vita aveva amato Dio con tutto il cuore e con tutte le sue ricchezze e ora riceveva la grazia di amarlo con tutta la vita, fino alla morte. Per questo ringraziava Dio di avergli permesso di realizzare tutto lo Shemà Israel.

Mi sembra bello riportare qui la Testimonianza della guardia carceraria il giorno della esecuzione di D. Bonhoeffer. «Attraverso la porta semiaperta di una stanza delle baracche vidi che il pastore Bonhoeffer, prima di svestire gli abiti del prigioniero, si inginocchiò in profonda preghiera con il suo Signore. La preghiera così devota e fiduciosa di quell’uomo straordinariamente simpatico mi ha scosso profondamente. Quindi salì coraggioso e rassegnato il patibolo. La morte giunse dopo pochi secondi. Nella mia attività medica di quasi cinquant’anni non ho mai visto un uomo morire con tanta fiducia in Dio e abbandonato a quel Dio d’amore di cui aveva fatto innamorare i suoi fedeli».