Guariento Mario | DOMENICA 17.10.2021
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DOMENICA 17.10.2021

15 Ott DOMENICA 17.10.2021

Marco 10, 35 – 45

L’evangelista oggi insiste nel farci conoscere sempre più la personalità di Gesù. Dopo le folle, i discepoli e gli stessi apostoli, incapaci di riconoscere un Messia al di fuori dei canoni ufficiali e popolari, Marco presenta il Messia dalla prospettiva del «Servo sofferente di Yhwh» come dipinto dal profeta Isaia e col quale Gesù stesso s’identifica nelle parole e nella vita. La Chiesa che nasce da Cristo non sarà, né potrà mai essere, una Chiesa di successo o un sistema di potere perché essa deve annunciare al mondo l’«uomo dei dolori» che offrirà se stesso per la salvezza di questa umanità. Quando la Chiesa si allontana dalla logica del «Servo», e rincorre il successo mediante il potere o soltanto tollera che al suo interno ve ne sia la possibilità, essa diventa una «struttura antievangelica» che appartiene a quel «mondo» per il quale Cristo non ha pregato. Il potere, in qualsiasi forma, e la sete di dominio di qualunque specie non appartengono alla dimensione evangelica e allo stile di vita dei suoi discepoli, che, se vogliono essere all’altezza del loro Maestro, devono ribaltare ciò che il mondo offre e i potenti pretendono.

La comunità eucaristica che vive all’ombra della croce, ne prende coscienza in modo evidente e si assume il compito profetico di tradurlo nella storia come metodo di vita, perché pone al centro, come presupposto imprescindibile, l’orizzonte dell’umile servizio, che è l’opposto-contrario del potere che si fa possesso. Nel vangelo di oggi troviamo il terzo annuncio della passione che, come i due precedenti, provoca reazioni scomposte da parte degli apostoli, come se volessero esorcizzare e allontanare il momento della prova. Addirittura due di loro pensano di cambiare la situazione a loro favore: vogliono fare carriera. Gesù usa due immagini per descrivere la sua passione: il calice e il battesimo con le quali l’evangelista dimostra che Gesù aveva piena coscienza di quello a cui stava andando incontro. Le due immagini sono connesse strettamente perché nell’AT esse sono il simbolo del sacrificio e dell’immolazione.

In Marco Gesù fa una domanda ai suoi: «Potete bere il calice che io bevo o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?». Essa esige una risposta negativa, mentre gli apostoli ne danno una affermativa: «Gli risposero: “Lo possiamo”» perché sono ubriachi della ricerca di potere che immaginano e non si rendono conto che essi non potranno mai imitare il loro maestro e nemmeno somigliargli. Essi infatti al primo momento della prova si dilegueranno abbandonandolo e Pietro, che avrebbe dovuto essere «la roccia» della stabilità, non solo lo rinnegherà tre volte, ma dichiarerà formalmente di non conoscerlo: «Non conosco quello là».

Gli apostoli però saranno associati lo stesso al martirio e alla sofferenza del Maestro, perché quando diventeranno annunciatori del vangelo vivranno nella loro carne ciò che ha sofferto Cristo. Troviamo qui una dimensione di senso per la sofferenza che il cristiano incontra nella sua vita. Essa non è voluta da Dio, ma è una realtà che appartiene all’esistenza come la gioia e la serenità. Ogni volta che la vita ci presenta un calice da bere, noi non ci possiamo rifiutare di assaporarlo. Abbiamo solo due possibilità: o lo rendiamo inutile, ripiegandoci sul lamento di come siamo «disgraziati»; oppure possiamo assumerlo, offrendolo a Dio come partecipazione al dolore del mondo. Ogni sofferenza è un atto di condivisione con quell’umanità schiacciata e senza forze che aspetta da noi un piccolo sostegno per stare in piedi. Spesso noi vanifichiamo la parte migliore della nostra vita buttandola nella spazzatura del superfluo, mentre Dio può trasformare la nostra impotenza e la nostra inutilità in benedizione e calice di vita. Stare ai piedi della croce significa imparare a scrutare l’orizzonte della vita dando valore a ciò che realmente conta. Nessuna sofferenza è inutile, piccola o grande che sia, perché se lo vogliamo può diventare strumento di salvezza per il mondo intero. Accanto a questa sofferenza, che potremmo chiamare «naturale», vi è l’altra sofferenza, più intima e grave, che nasce dal rifiuto, dall’emarginazione, dal giudizio degli altri, dal fallimento, dal tradimento: è la sofferenza che tocca la dignità e l’onorabilità. Quando a motivo delle idee, si è messi in condizione di marginalità, è allora che la croce diventa un faro illuminante e una ragione di vita. In Marco per il verbo «servire» l’autore usa non l’ordinario verbo «doulòō, io servo» ma per tutte e due le volte usa il verbo «diakonèō, io presto servizio», quindi un incarico onorifico. Gesù non è venuto per essere riverito, ma per servire con onore considerando un onore porsi a disposizione di uomini e donne che sono degni di servizio. Il termine era già presente in Marco appena due versetti prima, dove Gesù invita i due discepoli carrieristi a convertirsi ad una logica di «servizio», in ossequio al comportamento del Figlio che sceglie lo «svuotamento» in quanto non cerca l’umanità per il proprio autocompiacimento, ma per la realizzazione della sua salvezza. I due discepoli che chiedono posti di comando non rappresentano il Servo che muore sulla croce, ma solo se stessi come presuntuosi detentori di un potere giudicante che hanno travisato: «fra voi però non è così». Gesù non dice «tra voi non sia così», quasi fosse solo un augurio e nulla più. Il testo greco usa il verbo al tempo presente per indicare un’azione o uno stato permanente e duraturo. Questa forma contiene in sé un obbligo morale che ha il peso di un comandamento: «fra di voi “non deve mai” essere così».