Guariento Mario | DOMENICA 15 MAGGIO 2022
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DOMENICA 15 MAGGIO 2022

13 Mag DOMENICA 15 MAGGIO 2022

Giovanni 13, 31-35

Essere cristiani vuol dire sapere di essere chiamati alla felicità dentro la nostra fragilità, la nostra inconsistenza. «Io conosco quelli che ho scelto», dice Gesù, e si riferisce anche a noi, non solo agli apostoli. Ecco una prima idea che ci consola, ma che ci apre gli occhi e ci chiama a vivere vigilanti contro il male che costantemente ci minaccia, ci invita a non perdere il desiderio di vivere il dono che ci ha dato. «Poi, dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: “In verità vi dico, uno di voi mi tradirà”». Gesù si commuove davanti al male che distrugge la nostra verità, la gioia della nostra vita e l’armonia dei nostri sentimenti. «…I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse». Chi è che tradisce Gesù? Sono gli altri, non vediamo che siamo noi, sempre pronti «a guardare la pagliuzza nell’occhio del fratello e non vedere la trave che è nel nostro». Pietro, curioso, fa segno a Giovanni: «Chiedi un po’ chi è…», ma quel gesto di intingere il pane nel piatto e poi darlo, è un gesto di chi è capo famiglia, normale nella cena pasquale, per cui nessuno si è accorto che Gesù parlava di Giuda, tanto è vero che quando Gesù ha detto a Giuda: «Quello che devi fare fallo presto», pensavano che gli dicesse di preparare la festa o dovesse comprare qualcosa per i poveri. Lo sguardo di Gesù si rivolge a ciascuno di noi, entra nel nostro cuore e quando parla di tradimento ne parla con amore, non per condannarci, non per escluderci; ci viene vicino per dirci: «Guarda che anche tu sei malato e hai bisogno del medico, anche tu hai bisogno del Redentore». «È colui per il quale intingerò un boccone e glielo da­rò». Ormai Giuda sta consu­mando la sua sottomissione al Divisore, Gesù però non lo lascia neppure adesso, non si adatta a considerarlo perduto neppure in questo momento e mette il disce­polo amato, insieme con Giuda, di fronte al gesto ulti­mo di colui che dà la vita per la vita dell’uomo, di co­lui che dà il proprio pane, la propria vita per la redenzione dell’uomo: «E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Isca­riota, figlio di Simone». Adesso il nome del traditore è svelato, ma senza es­sere pronunciato e, in più, accompagnato dal gesto dell’amore e dell’amicizia, dell’intimità. Potremmo dire dal gesto euca­ristico:«Lo prese e lo diede. Dopo quel boccone, Satana entrò in lui».

Pur posto di fronte a un gesto profetico, Giuda resta nella sua chiusura e si conferma nella decisione di tradire il Si­gnore. Ma è proprio qui che Giovanni apre uno spira­glio che ancora oggi ci sconcerta: «Gesù quindi gli disse: Quello che devi fare, fallo al più presto». Che cosa può significare? Una sola cosa: Gesù co­manda a Giuda di tradirlo. Perché glielo comanda? Perché è l’ultima possibilità di sottrarre Giuda alla col­pa; è come un desiderio che rimane ancora aperto nel cuore di Gesù. Quasi dicesse: Dal momento che non sono riuscito a sottrarti al peso della decisione di tradirmi, allora te lo comando io di farlo! Pensiamo a un ladro che entra in casa. Entra per ru­bare il tuo tesoro e tu gli dici: Che cosa volevi prende­re? Questo? Ecco, è tuo, te lo regalo! Un simile com­portamento sconvolgerebbe ancora oggi il mondo in­tero. E tuttavia si tratta di un preciso insegnamento di Gesù: Vogliono il mantello? Dagli anche la tunica! Vo­gliono che tu vada con loro cinque chilometri? Vai per dieci! Ancora adesso la decisione di Gesù ci mette in cri­si. Apparentemente dunque ha vinto il Divisore, in realtà l’ultima parola non l’ha avuta Satana, l’ha avuta l’a­more. Giuda «preso il boccone, subito uscì», per immergersi nella notte: «ed era notte». Egli si immerge nella notte con la luce anticipata del perdono di Gesù su ciò che sta per compiere. Po­trebbe essersi salvato? La speranza è nutrita dalla pa­rola di Giovanni: «La luce splende nelle tenebre e le tenebre non sono state capaci di sopprimerla o di soffocarla».  Senza un attimo di esitazione, Giuda, “preso il boccone, usci; dopo quel boccone, Satana entrò in lui…ed era notte. Giuda non mangia il boccone. Mangiarlo avrebbe significato accettazione e assimilazione di Gesù. Ma lui non può. Il suo cuore è già occupato dal satana. Per questo prende il boccone e se ne va.
La specificazione che “era notte”, non è semplicemente cronologica, bensì teologica. Giuda abbandona definitivamente la sfera della luce per sprofondare nelle tenebre nelle quali verrà inghiottito. Ha preferito le tenebre alla luce, perché le sue opere erano malvagie.
Il momento è drammatico. Gesù ha fallito. Tutto il suo amore è stato inutile. Eppure Gesù interpreta l’uscita di Giuda come momento di glorificazione del Figlio dell’uomo, colui che, avendo la condizione divina, non ha altra maniera di manifestare se stesso che attraverso incessanti offerte d’amore e mai reagisce con violenza all’odio altrui.
Nell’amore incondizionato, concesso anche al nemico, si manifesta la gloria del Dio-Amore: “Ora è stato glorificato il Figlio dell’uomo, e anche Dio è stato glorificato in lui”.
Rivolgendosi ai discepoli con un’espressione carica di tenerezza materna “Figliolini miei”, Gesù, che va liberamente alla morte causata dal tradimento di un suo discepolo, sa che nessuno di loro può accompagnarlo, e lascia il suo testamento: “Un comandamento nuovo do a voi: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, affinché anche voi vi amiate gli uni gli altri”. E’ la sapienza totalmente contraria alla sapienza di Giuda. Quando si coltivano nel cuore visioni, pensieri, orientamenti contrari all’insegnamento di Gesù è poi difficile celebrare la fedeltà al suo amore, un amore che non ha ragioni o giustificazioni, che è semplicemente folle «Ed era notte». Abbiamo capito, però, che nonostante la presenza incombente della notte, le tenebre non hanno potuto soffocare la luce, perché Giuda si è portato con sé il dono del tutto straordinario del perdono in anticipo di Gesù. Gesù sembra amare il suo traditore a tal pun­to da decolpevolizzarlo per tutto ciò che inevitabilmente sta per compiere, perché ha ceduto alla tentazione di Satana. «La luce splende nonostante tutto nelle tenebre e le tenebre non sono state capaci di reprimerla né di annientarla». Una bella notizia per il mondo: l’ultima parola non la dice la malizia dell’uomo, né la cattiveria di Satana, né la negatività della morte; l’ultima parola è una pa­rola di amore, di riconciliazione, di vita. Il racconto dell’adultera ci mostra come Ge­sù accetta di consumare fino in fondo la situazione umi­liante ed umiliata della solitudine della donna pecca­trice: «e furono lasciati soli: la misera e la Misericordia». A me piace considerare all’interno di questa intui­zione anche il rapporto tra Gesù e Giuda: «e furono lasciati soli: il misero e il misericorde». Non pretendiamo di andare oltre, di dare altre spie­gazioni, di concludere con altre sicurezze: abbandonia­mo anche Giuda alla misericordia. Così credo che avre­mo per noi la stessa bella notizia che si è sentita an­nunziare l’adultera del capitolo 8: «Nessuno ti ha condannato? Nessuno, Signore!  Neppure io ti condanno». Senza nessuna pretesa, senza nessuna saccenteria, senza nessuna falsa sicurezza, perché, comunque cam­miniamo, navighiamo su un mare che può essere infi­do, che ci può travolgere da un momento all’altro con la sua tempesta. Dobbiamo solo fidarci della miseri­cordia, camminando sempre con timore e tremore, ma anche con estrema fiducia. Cioè avere la piena consa­pevolezza che lui certamente non è venuto a giudicare né a condannare, ma, pur rispettando fino in fondo la nostra libertà di rispondere o di sottrarci all’amore non smetterà neppure di fronte al nostro rifiuto, al no­stro tradimento, di amarci ancora.