Guariento Mario | DOMENICA 10.10.2021
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DOMENICA 10.10.2021

11 Ott DOMENICA 10.10.2021

Marco 10, 17-30

Gesù è in Galilea, probabilmente in casa di Simone a Cafarnao, dove si è discusso del divorzio e dell’accoglienza dei bambini. Ora Gesù riprende il suo cammino verso Gerusalemme. Un uomo gli corre incontro e pone la domanda essenziale della vita: egli s’interroga sulla salvezza. Egli ricorre a Gesù come se fosse uno dei tanti rabbini che popolavano la Palestina per chiedergli un parere di convenienza. Il titolo «Maestro buono/insigne» è riservato alle guide che fanno scuola d’interpretazione della Scrittura e della tradizione e qui dimostra che l’uomo non è tanto interessato alla sua salvezza, ma ad un’opinione di scuola. Forse ha già interpellato o forse interpellerà altri rabbini per conoscere la loro opinione: alla fine tra tutte le interpretazioni della Torah, sceglierà la soluzione più conveniente a lui. Non solo non vuole mettere in discussione se stesso, ma vuole anche essere a posto con la sua coscienza con gli obblighi della religione.

Gesù lo snida subito rifiutando la sua tendenza a blandirlo: lo pone immediatamente davanti alla presenza di Dio: «Solo Dio è buono». La bontà appartiene alla solitudine di Dio e chi vuole parteciparvi deve entrare in questa logica e lasciarsi toccare dal flusso della grazia che esige la nudità della verità. Riferendosi a Dio, Gesù vuole dire che la sua risposta non sarà una delle tante opinioni, ma gli svelerà il comandamento di Dio che lo vincolerà nella sua coscienza e nelle sue scelte.

La salvezza non è una questione da discutere accademicamente, ma un rapporto personale con Dio che si consuma in un rapporto d’amore e non di calcolo, di tenerezza e non d’interesse. «Tu conosci i comandamenti. Di fronte al tentativo di sfuggire a un confronto serio, Gesù lo riporta ancora una volta alla volontà di Dio, inchiodandolo all’appello rivolto all’io profondo che è la sorgente della vita vissuta nella sua concretezza e non ragionata nell’astrazione. La volontà di Dio non è un capriccio, ma una relazione che esige una dinamica d’intimità e tocca le ragioni che ispirano e spingono a vivere. Spesso discutiamo «su Dio», ma non parliamo «a Dio» e non lo incontriamo nella vita perché non siamo capaci di incontrare gli altri. Spesso crediamo di pregare e invece parliamo solo con noi stessi, trasformando la preghiera da trasfusione di vita a mero psicologismo auto-gratificante.

Non basta chiudere gli occhi e stare in raccoglimento per incontrare Dio, ma è necessario imbandire la tavola, preparare la mensa della propria vita come spazio dove Dio possa danzare l’amore trinitario, dopo essersi saziato del nostro desiderio di lui, dandogli compimento. La risposta dell’uomo, “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”», è temporeggiatrice, serve per prendere tempo e rimandare la risposta. L’uomo capisce che i conti non gli torneranno più e vuole organizzarsi per uscire indenne dalle esigenze «di Dio.

Lo sguardo di Gesù talmente diretto e forte che fa sentire la densità e la tensione dell’amore che può essere tradotto con lo «amò di amore totale/gratuito». L’uomo è nudo, spogliato da quello sguardo che arriva all’anima, estraendolo dal sepolcro della sua esistenza senza senso. L’uomo che pesa la propria ricchezza, ma non conosce la profondità dell’anima, capisce che le domande sulla vita eterna e le risposte sulla sua religiosità «fin dalla nascita» non sono che scuse per eludere la fede e il rapporto con Dio che non vuole ossequio alle regole, ma la vita intera: Di fronte all’invito perentorio di credere in Dio, l’uomo si mostra per quello che è. Lo sguardo intimo di Gesù è arrivato al cuore e lì si è depositato, svelando un amore esclusivo e gratuito, quasi complice e coinvolgente: «Vieni!» che esprime la disponibilità di Dio a ricominciare con lui la nuova direzione della vita. «Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni». Un uomo ricco può essere una povera persona affondata nell’angoscia che nemmeno la ricchezza sa lenire; non è capace di mettere in atto una relazione di vita, forse è «solo» anche nella vita; i suoi «molti beni» non gli riempiono la vita, ma gliela occupano, impedendo gli slanci propri della vita stessa. L’invito di Gesù, invece, lo incupisce con un moto di dolore perché egli si crede religioso e invece scopre di essere miscredente. Su di lui scende la notte che lo avvolge nella tristezza della morte. Per contribuire alla piena liberazione di sé, all’instaurazione di una umanità nuova, fatta di amore incondizionato ed universale, regolata da giustizia vissuta e partecipata, il Maestro chiede adesione personale, garanzia di rinnovamento cosmico, ove anche un’ala di farfalla alimenta il moto di ogni vita, anche in terre lontane. E il Dio ricco di speranze, anche dinanzi a volti scuri che si dissolvono nell’orizzonte di altre vie, continua a fissare i suoi sguardi di amore, volgendosi ovunque per riproporre il suo non impossibile progetto di vita.

Alla ragione dell’uomo, che calcola, distingue e valuta, Egli ripresenta quella divina, improntata alla novità, alla libertà, alla risurrezione dell’uomo da ogni forma di schiavitù, di dipendenze condizionanti, e garantisce la felicità del dono, la pienezza della fraternità e della giustizia universale. All’invito si può rispondere vendendo e donando ricchezze e abbandonando false certezze: operazioni concrete per venire e seguire, come fanno una mente che si illumina ed un cuore che si accende per un nuovo progetto di vita, per un percorso audace e liberante che porta ora speranze ed offre segni di salvezza anche futura perché credere è solo attaccarsi alla persona di Gesù. Il Pane spezzato dell’Eucaristia è l’icona di questa prospettiva che esige la nostra conversione alla giustizia di Dio che è l’amore per chi è nel bisogno.

Così Gesù così parlava ad una mistica: “Avrei potuto destinarti a grandi cose; no, sarai il servo inutile: ti prenderò persino il poco che hai perché ti ho creato soltanto per l’amore. Oggi sto alla porta del tuo cuore come un mendicante, io il re dei re! Busso e aspetto; affrettati ad aprirmi. Voglio che tu faccia l’azione anche più insignificante solo per amore. Conto su di te per darmi gioia. Non ti preoccupare di non possedere virtù; ti darò le mie.Quando dovrai soffrire, ti darò la forza. Mi hai dato l’amore, ti darò il saper amare al di là di quanto puoi sognare. Ma ricordati: amami come sei.”