Guariento Mario | DOMENICA 1 MAGGIO 2022
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DOMENICA 1 MAGGIO 2022

29 Apr DOMENICA 1 MAGGIO 2022

Giovanni 21,1-19

La Chiesa ci ricorda in questo vangelo l’ultima apparizione del Risorto ad un piccolo gruppo di discepoli vicino al lago di Galilea e la conclusione finale è il mandato che Gesù dà a Pietro perché sia il pastore amante e vigilante del gregge che è la Chiesa.

Ma l’aspetto più importante è che l’ultima e definitiva parola detta da Gesù a Pietro, a quel Pietro che per tre volte l’aveva rinnegato, è: seguimi. Dopo questo dialogo intimo e affettuoso avrebbe così Simone camminato insieme fino all’ultimo dei passi, con la sicurezza trasmessa e donata dal suo Signore.

Tutti possiamo essere vinti dall’infedeltà, dall’egoismo, dalla paura, dall’orgoglio. Fortunati siamo quando Gesù ci prende per mano attraverso le mediazioni e ci introduce nel suo cuore, nella sua casa. Fortunati siamo se, in questa amara storia di debolezze, di tradimenti, di grettezze, sentiremo nel nostro cuore la presenza di Gesù che, per tre volte, quasi a convincerci del perdono, dice come a Pietro: “Mi ami tu, più di costoro?” Fortunati noi se potremo rispondere: “Tu lo sai Signore che io ti amo”. A noi la responsabilità di collocarci davanti all’offerta dell’amore di Dio, qualsiasi sia la nostra condizione di peccato. Possiamo collocarci davanti all’amore di Dio con sospetto, con paura e con fuga e con negazione, oppure possiamo metterci davanti all’amore di Dio con umiltà, con fede, con apertura di cuore. Il Signore ci dice: “Davanti a me potete stare nella verità della vostra vita, indipendentemente dalla vostra condizione, perché sapete che davanti alla mia domanda: “Mi ami tu?”, potrete sempre rispondere: “Sì, tu lo sai che io ti amo”. La salvezza non nasce dall’innocenza della nostra vita. Posso credere a Dio e al suo amore dalla profondità abissale del mio peccato e il mio peccato è perdonato, come è stato perdonato a Pietro. Il tradimento di Pietro non è meno grave del tradimento di Giuda. E’ diversa la conclusione, ma non la storia. Ecco la rivelazione.

Questo dobbiamo conservare dentro la nostra vita con fermezza e con certezza. Il più grande dispiacere, io credo, che possiamo fare a Dio che ci è Padre è dubitare del suo perdono. Dobbiamo fare in fretta e convertirci e dire: “Tu lo sai Signore che io ti amo”. Che cosa sarà passato nel cuore di Pietro quando ha detto queste parole? Certamente non era così insipiente da pensare che diceva questo perché si era ravveduto e la sua intelligenza gli ha fatto capire il suo sbaglio. Lo Spirito l’aveva invaso e gli ha fatto capire che dalle profondità della sua debolezza, poteva dire queste parole solo confidando nella promessa del Signore che gli aveva detto: “Se voi peccherete settanta volte sette, io vi perdono, purché anche voi perdoniate ai vostri fratelli”. Pietro si ricordava di questo insegnamento e allora ha riaffermato la certezza che il Maestro era Maestro di misericordia. Lo Spirito gli ha ridato la memoria dell’insegnamento di Gesù e per questo ha potuto dire: “Tu lo sai che io ti amo”.

Per questo è importante conservare nel nostro cuore la memoria della Parola di Dio. La nostra esperienza spirituale è racchiusa in queste due coordinate di Pietro: “Io non conosco quell’uomo” e “Tu sai Signore che io ti amo”. Se avremo il coraggio, al termine di ogni giorno, anche quando i nostri giorni, sono segnati da piccole o grandi infedeltà, di dire con umiltà, ma con verità di cuore: “Signore tu lo sai che io ti amo”, noi godremo di una pace infinita. Non solo, ma sentiremo crescere dentro di noi, veramente, l’amore per il Signore. Ma è necessario avere questa umiltà e questo coraggio perché il nostro orgoglio, quando noi sappiamo di aver fatto dei cammini che non sono in sintonia con il cuore di Dio, ci fa fuggire al lago: non preghiamo volentieri, non ci preoccupiamo più della carità, lasciamo andare la vita spirituale, perché abbiamo dentro delle striature che ci fanno male. Se noi badiamo a queste è il nostro orgoglio che ci parla. Non dobbiamo badare a questo, ma dobbiamo metterci in ginocchio, davanti al Signore e dire: “Signore, tu lo sai che io ti amo”. Credo che Lui accoglie la verità di questo mio grido”. Questa è la nostra salvezza: la fede, non l’innocenza di vita. E la fede è un rischio anche contro noi stessi.

La nostra vita, come quella di ogni discepolo è racchiusa dentro questa duplice dimensione: rinnegamento e conversione, infedeltà e amore. Il perfezionismo volontaristico non fa andare avanti nella vita spirituale, fa andare indietro perché incrementa l’orgoglio che è il nemico della vita spirituale. La vita spirituale è umiltà.

Qual è allora il nostro impegno? E’ quello di rendere sempre più stabile e radicale la nostra risposta d’amore e di fedeltà e d’appartenenza al Signore. E’ un cammino. In questo itinerario, è importante la memoria dell’amore di Dio. L’amore di Dio è più grande del nostro cuore, è più grande del nostro peccato. Se perdiamo questa memoria prende posto in noi l’orgoglio, lo scoraggiamento, la rassegnazione, il pessimismo, tutte malattie che i Padri della Chiesa hanno definito con un nome molto significativo che è l’accidia.

L’accidia è proprio questa rassegnazione, un male oscuro che ci fa ripiegare, rassegnare, sederci sulla nostra realtà. Pietro ha conservato questa memoria è questo gli ha permesso di rimanere aperto al disegno di Dio, un disegno che si compie in lui, non per la santità, ma per l’umiltà della sua vita. Se guardiamo la nostra vita spirituale come ad una vita che non tocca solo a noi coltivare, ma che anche il Signore coltiva perché è il suo campo e, noi sentiamo di lavorare con Lui nella sua vigna. Allora certamente, i nostri cammini saranno cammini di crescita nella pace, nella speranza e nella carità.