Guariento Mario | DECIMO PENSIERO FOLLE IN LIBERTA’
Tutte le opere, i commenti, le riflessioni di Don Mario Guariento
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DECIMO PENSIERO FOLLE IN LIBERTA’

20 Ott DECIMO PENSIERO FOLLE IN LIBERTA’

La consapevolezza dei cristiani che è arrivata una nuova epoca può maturare solo lentamente. Le azioni di ritardo non suppongono alcun piano machiavellico: dipendono dalla natura delle cose, dalla pesantezza degli uomini e dalla realtà d’una Chiesa che saggiamente diffida delle astrazioni. Che una minoranza illuminata abbia compreso certe esigenze non le basta. Sembra dirci: Se le avete comprese così bene queste nuove esigenze, allora vivetele, non aspettatevi d’essere risparmiati e siate capaci di trasferirvi sulla croce come io stessa vi sono inchiodata. Non pretendete che gli altri vi capiscano sùbito, pagate il vostro prezzo. La Chiesa preferisce quel che già c’è con le sue imperfezioni a quel che è perfetto ma non c’è ancora.

Tuttavia, si può percepire quanto i rapporti nuovi che vanno instaurandosi fra la Chiesa e il mondo siano provvidenziali. Anziché giudicarli come scacco, è lecito vedere in essi un guadagno. Ci aiuta in questo la virtù della Speranza. Il cristianesimo, nella sua essenza, è apertura all’avvenire perché detiene le chiavi della vita eterna.

Se la minoranza cattolica degli «illuminati» ha potuto imparare a distinguere tra la natura profonda della Chiesa e tante istituzioni o pratiche legate ad essa da vincoli più o meno stretti, invece le masse hanno per lungo tempo fatto confusione e la fanno ancora — di ciò sono responsabili anche i cristiani e i loro ministri — fra l’essenziale e l’accidentale. Arriva sempre il momento in cui un’identificazione, che sociologicamente poteva essere utile, diventa un pericolo.

È per esempio innegabile che tutti gli strumenti tecnologici di comunicazione, i quali nei confronti delle masse assolvono a certe funzioni di proiezione, di compensazione e d’identificazione psichiche che questo e quell’aspetto della religione ha svolto per secoli, sono i diretti concorrenti della Chiesa così com’essa appare nella realtà sociale concreta. Gli effetti dell’ignoranza religiosa e più ancora d’una falsa conoscenza religiosa puramente verbale e mondana — nella quale talvolta, per una falsa prudenza e per la bramosia di clientela e di efficacia, si è situato tutto sullo stesso piano, mirando più all’obbedienza passiva che all’adesione lucida dello spirito, presupposto della vera obbedienza —, questi effetti continueranno a farsi sentire. Tutti gli sforzi, i sacrifici, gli espedienti per mantenere le folle nel sacro recinto rischiano il fallimento nella misura in cui si cercherà ancora di contrapporre spettacolo a spettacolo e in cui ci si limiterà ad adattare alla «faccenda» religiosa le tecniche mondane dell’efficienza che seducono le masse. Mai si farà tanto bene quanto nel rapporto faccia a faccia. Ma in definitiva come non accorgersi che se uno diserta o diserterà il cristianesimo è perché non gli chiedeva nulla di diverso da ciò che offrono le tecniche moderne: l’equilibrio della vita?

Non si perde la fede: si constata soprattutto di non averla mai avuta. Non è in ribasso la fede: sono in ribasso soprattutto le sue apparenze. I risultati delle ricerche di statistica religiosa — in certe zone c’è appena il dieci per cento di praticanti — potrebbero provocare ben altra cosa che il panico. Il pericolo, dinanzi a tutto ciò che sembra fare indietreggiare il cristianesimo, sta ancora o nel cercar di tornare al passato o nel trasferire la lotta su un terreno acquitrinoso, sforzandosi di salvare apparenze e prestigi i quali mascherano realtà che in se stesse sono anzitutto appelli a una nuova espressione della fede.

È evidente che numerosi sono i cristiani il cui pensiero è già strutturato per il mondo che nasce: quelli che, per esempio, considerano cinema, internet e televisione in primo luogo come tecniche ed arti da conoscere ed eventualmente da usare in maniera disinteressata, senza preoccupazioni di propaganda e di efficacia immediata; quelli che ritengono degna impresa sottrarre al letargo le intelligenze, educare gli uomini a vedere il bello, a gustare la verità; quelli per i quali la gloria di Dio sta anche nelle coscienze risvegliate; per i quali la morale non si identifica con le necessarie censure sociali; per i quali, infine, conta soprattutto che la coscienza cristiana diventi abbastanza forte ed esigente da scegliere, interpretare e assimilare ciò che è.

Ma allora a quale terribile compito si troveranno obbligati coloro che dovranno annunciare il messaggio. Liquidate forse le mille iniziative nelle quali disperdevano le proprie energie, logoravano tesori di generosità e d’ingegno il cui impiego gli nascondeva il fondo della realtà, eccoli faccia a faccia con un pubblico che non è più disposto all’assenso aprioristico e chiede un cibo sostanzioso, con intelligenze per conquistare le quali occorrono le armi della fede, del Vangelo, con uomini che vogliono, sì, credere e inginocchiarsi ma dopo avere deciso con cognizione di causa.

È facile percepirlo: dov’è perdita ivi è guadagno. Tocca alla coscienza animata dalla fede essere più forte dell’ostacolo. Nella nuova epoca che viene, già venuta in tanti spiriti, Dio più che mai è servito per se stesso anziché per l’uomo. L’anima religiosa si dilata. Alla coscienza isolante, separante e triste si sostituisce una coscienza di comunione — una coscienza né larga né possessiva ma giusta, ampia e gioiosa — capace di discernere ovunque le vie di accesso al regno.

Ma il paradosso non è mai assente dalla condizione cristiana. Se il cristiano deve avere un’anima tanto ampia da inglobare la coscienza e l’umanità — perché non c’è da una parte la comunità degli uomini e dall’altra la Chiesa: la Chiesa è la koinonìa, la comunità degli uomini congiunta a Dio —, egli deve, nello stesso moto di accoglimento, rifiutare i valori laicizzati, diluiti, già scagliatisi gli uni contro gli altri nei conflitti del mondo, per non sprofondare anche lui nelle paludi delle saggezze naturali staccate dalle proprie radici, pur conservando la capacità di rallegrarsi sinceramente nel vedere che altri corrono al soccorso degli uomini, sebbene sappia che la loro azione non è affatto disinteressata. Perché se è vero che «la riduzione del dualismo fra il vecchio Adamo e il nuovo Adamo», cioè fra la Chiesa nella sua essenza e la comunità degli uomini, deve avvenire nella coscienza del singolo cristiano, questo sarà impossibile senza le ferite della croce, senza il sacrificio degli impulsi che spingono quella stessa coscienza verso una salvezza temporale ch’essa è tentata in ogni momento di sostituire al regno. Quando il cristiano prende l’altra direzione, vuol dire che non s’impegna più. I suoi rifiuti alla croce sono però l’opposto del dono.

Nella prospettiva paradossale tentata in queste pagine non vorrebbe esserci pretenziosità. Ma chi può impedire a un cristiano di riflettere sulla sua fede e di proiettare un po’ di luce con la sua lampada? Se qualcuno ha il diritto di fare della prospettiva è proprio il cristiano. Non che la sua fede debba « evolversi» o « adattarsi », ma nel senso ch’egli è incessantemente costretto a « srotolarla » perché ne balzino agli occhi le inesauribili virtualità. Giacché la verità nella sua azione sul mondo non dipende solamente dalla buona volontà — quante « buone volontà » che son fuori gara, senza presa sul reale — è anche legata all’avvenimento che è appello di Dio all’intelligenza, alla volontà e alla fede degli uomini. Il rifiuto di ascoltarlo per coltivare stati d’animo — rimpianti o aspirazioni, gemiti o rivendicazioni è una forma di tradimento.
Nella cristianità non esiste un centro studi specializzato in ricerche di prospettiva. Meglio così. La Chiesa non è un’azienda: essa ha l’accanimento e la duttilità della vita. Lo Spirito la guida non solo per mezzo della gerarchia ma anche nella misura in cui le coscienze si aprono alla sua azione accettando le difficili leggi del Vangelo.