07 Set L’UOMO FATTO A IMMAGINE DI DIO – GENESI 1, 26-27
L’UOMO FATTO A IMMAGINE DI DIO – GENESI 1, 26 – 27
E’ molto illuminante l’insegnamento di Gen. 1, 26-27 riguardante la creazione dell’uomo: da questo testo scaturisce il carattere personale del rapporto tra Dio e l’uomo.
Al riguardo, merita una speciale attenzione l’interpretazione di Barth.
Questi legge nel binomio, immagine‑somiglianza, una analogia tra Dio e l’uomo; vuole dire cioè che il fatto dell’essere immagine si esplicita nella somiglianza: nell’essere fatto capace di somigliarsi a Dio, di diventare come lui.
L’analogia è suggerita dal fatto che l’uomo è l’essere capace del rapporto io‑tu.
In questa capacità, l’autore trova la spiegazione del perché nel v. 27 si precisa che, in quanto immagine di Dio, l’essere umano è stato creato come uomo e donna:
«L’uomo, come Dio, non è solitario… La creatura umana non può essere veramente umana davanti a Dio e fra i suoi simili se non essendo uomo relativamente alla donna e donna relativamente all’uomo».
«L’uomo è per l’uomo ciò che Dio è per lui», “ossia un tu”. «L’essenza dell’essere umano… ripete nell’essere creato… ciò che è il Dio unico; non solo un io. Ma anche un tu, e viceversa»
Concludendo, si può dire che la categoria dell’immagine di Dio racchiude una relazione reciproca: essa implica cioè non soltanto il riferimento dell’uomo a Dio, ma anche l’autoriferimento di Dio all’uomo; l’uomo è riferito a Dio, perché Dio, con la decisione di volerlo sua immagine si è autoriferito a lui.
Il fatto dell’immagine, se per una parte rivela che Dio è l’ineludibile tu dell’uomo, dall’altra esprime altrettanto chiaramente che l’uomo è stato voluto come il tu di Dio. Secondo il linguaggio paolino (2 Cor 3, 18), Dio ha voluto l’uomo, come sua immagine, per riflettersi in lui come in uno specchio. II fatto dell’immagine di Dio, in Gen. 1, 26‑27 adombra la decisione di Dio di volere l’uomo per incarnarsi.
L’uomo fatto a immagine dell’Immagine: Cristo
La centralità di Cristo nel piano di Dio sull’uomo
Cristo preesistente e fonte della creazione
L’uomo predestinato in Cristo
L’uomo fatto a immagine dell’Immagine: Cristo
La portata e il senso profondo della categoria dell’immagine di Dio, applicata all’uomo, emergono chiaramente se considerata alla luce del mistero di Cristo. L’uomo cioè può scoprire il senso pieno e il profondo contenuto che lo riguardano, in quanto immagine di Dio, soltanto in rapporto a Cristo. Anzi, può dirsi immagine di Dio solo in quanto voluto esistente in Cristo, che, per sua natura, è l’immagine perfettissima del Dio invisibile: colui nel quale, cioè, Dio si fa totalmente visibile. L’uomo, già per il fatto di essere immagine di Dio, risulta caratterizzato essenzialmente dall’aspetto cristologico, cioè dal rapporto ontologico con Cristo.
L’insegnamento paolino costituisce la fonte privilegiata per cogliere l’aspetto cristologico della categoria dell’uomo immagine di Dio.
Secondo Paolo, infatti, Adamo, che incarna visibilmente l’idea di uomo secondo l’Antico Testamento e, conseguentemente, quella di immagine di Dio, è soltanto “figura” (typos) di colui che doveva venire (Rom 5, 14); Adamo appare, nello sfondo della creazione, come semplice abbozzo approssimativo dell’uomo. Poi però c’è il fatto che questo abbozzo è venuto meno al suo scopo, deformando l’immagine col peccato ( Rm 2, 12‑19). Perciò, in quanto abbozzo o figura e, per di più, causa della deformazione dell’immagine, rendeva necessaria la presenza di un vero «Adamo», di un uomo autentico in cui si riflettesse in modo limpido e pieno l’immagine di Dio. Il vero uomo è Gesù Cristo, è lui la vera «immagine di Dio» (2 Cor 4, 4), e solo in lui l’uomo può dirsi di essere immagine di Dio.
Il significato dell’espressione ‑ Gesù vera immagine di Dio ‑ è percepibile accostando e accordando i due termini “gloria” e “immagine” di cui si parla in 2 Cor 4, 4.
Nel versetto 4, Paolo, prima di definire Cristo immagine di Dio parla dello «splendore del vangelo di Cristo». Ciò sta a dire che, per Paolo, i termini “gloria” (doxa) e“immagine” (eikón) sono riferiti a Cristo e quindi associati; perciò il senso vero e profondo dell’immagine appare nella sua ampiezza solo se congiunto a doxa.
Per cui l’immagine non risulta essere, qui, una semplice copia dell’immaginato, ma una riproduzione irradiante uno splendore tale dell’immaginato da non poter essere percepito da chi lo contempla. Cristo solo, in quanto risuscitato, porta l’impronta della divina maestà e santità, ossia «della gloria di Dio che rifulge sul volto di Cristo» ( 2 Cor 4, 6), manifesta visibilmente e in modo inequivocabile la divinità: «immagine del Dio invisibile» (Col 1, 15); «Quel Dio che non può essere visto con occhi umani si rende ora visibile nel Figlio suo; ci si rivela in un’esatta riproduzione che partecipa di tutto il potere abbagliante che è proprio dell’originale».
Si arriva a percepire tutta la portata dell’affermazione della lettera ai Colossesi, se si fa attenzione al senso che eikón ha nel Nuovo Testamento.
Sappiamo che il Nuovo Testamento fa un uso traslato dell’immagine, e se ne serve per indicare la manifestazione visibile dell’essenza; una testimonianza chiara viene da Eb 10, 1, dove esiste una evidente contrapposizione tra figura o ombra (skiá) e immagine eikón). Si dice cioè che la legge di Mosè è solamente l’ombra (skià) o la figura dei beni futuri e non la realtà stessa (eikón) o essenza delle cose future.
Ora, se Cristo non è una semplice copia ma vera immagine di Dio, allora egli non solo è il volto su cui risplende il potere abbagliante di Dio, ma è l`essenza di Dio che si fa totalmente visibile, è il volto di Dio diventato volto umano, è il cuore umano diventato cuore di Dio.
Per questo non si può prescindere da Cristo per definire e comprendere l’uomo quale immagine di Dio. Cristo, infatti, essendo il « generato prima di ogni creatura» perché tutte le cose create sussistessero in lui, fossero create per mezzo di lui e in vista di lui ( Col 1, 15.16.17), è fonte, mediazione e destinazione dello stesso essere creato.
Ciò sta a significare che l’uomo, in quanto voluto e creato in Cristo, non solo non può esistere fuori di lui e senza alcun riferimento a lui, ma che egli è ed esiste perché partecipa di Cristo; tutto ciò che l’uomo è, lo è perché partecipa di ciò che a Cristo appartiene per natura: l’essere, la condizione esistenziale di figlio, la destinazione all’eredità futura.
L’uomo di conseguenza può essere immagine di Dio, perché partecipa di colui che è l’Immagine: per questo l’uomo, più che semplicemente immagine di Dio, può essere definito l’immagine dell’Immagine.
L’unico modo in cui l’uomo può arrivare ad essere immagine di Dio è riproducendo in se stesso l’immagine di Cristo, «che è immagine di Dio»: «noi, che con il viso scoperto riflettiamo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria» (2 Cor 3, 18) 59.
L’uomo, attraverso il permanente processo di ascensione di gloria in gloria, arriverà a conformarsi a Cristo e a manifestare sempre più chiaramente di essere sua immagine.«Tutta l’esistenza cristiana è rivolta a questo: “quelli che Dio da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all’ímmagine del Figlio suo” (Rm 8, 29).
L’immagine di Dio nell’uomo non è pertanto una realtà statica, concessa una volta per tutte; è piuttosto una realtà dinamica, la cui graduale coniazione va conformandosi nella relazione interpersonale del cristiano con Cristo»
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La centralità di Cristo nel piano di Dio sull’uomo
La grazia della predestinazione all’unione personale con Dio in Cristo, in quanto fine ultimo e definitivo dell’uomo, come è causa della sua volizione a immagine di Dio, così è anche la ragione della sua predestinazione ed elezione in Cristo.
Dicevamo che il tema dell’essere immagine di Dio e quello della volizione in Cristo sono percepiti come due pilastri portanti che reggono tutto l’edificio del progetto salvifico di Dio sull’uomo, e che trovano nella predestinazione, appunto, la motivazione fondamentale. Questo fatto giustifica, anzi esige, che al tema dell’uomo immagine di Dio, segua la riflessione sulla fontalità di Cristo nel mistero dell’uomo.
Ricordiamo che i riferimenti biblici paolini sono quelli che già abbiamo incontrato: Col 1, 15‑17; Ef 1, 4‑5 e Rm 8, 28‑29; la peculiarità che da essi scaturisce è la forte caratterizzazione cristica dell’ uomo. Infatti, mentre il tema dell’uomo immagine di Dio, benché manifesti il suo profondo contenuto solo in riferimento a Cristo, tuttavia è
ben presente e delimitato anche nell’Antico Testamento, il tema dell’uomo in Cristo invece è esclusivamente del Nuovo Testamento.
La cristicità tanto è essenziale all’identità dell’uomo da far dire che il suo vero senso è Cristo stesso.
Infatti l’essere voluto sussistente in Cristo, fatto per mezzo di Cristo e destinato a Cristo, porta a concludere che solo lui, e nessun altro, può essere il tutto dell’uomo, e che solo in lui l’uomo può trovare il suo tutto.
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Cristo preesistente e fonte della creazione
Ripercorriamo succintamente i dati della rivelazione biblica che si riferiscono a Cristo quale unico centro del progetto di Dio sull’uomo.
Un primo approccio lo possiamo realizzare servendoci delle espressioni della lettera ai Colossesi 1, 15‑17.
Il brano è una strofa di un inno cristologico, forse proveniente dalle comunità cristiane, che l’autore della lettera ha rielaborato . Esso affronta il tema della creazione, e il Cristo vi figura come il «primogenito della creazione», il preesistente e il mediatore e destinatario della creazione; della quale egli è il vero soggetto e il responsabile.
Dal testo risulta che il movimento dominante è da Cristo e verso Cristo.
Egli è il perno di tutto l’universo: ne è la radice e lo sostiene; si legge infatti che tutto è stato creato in lui, di tutto egli è mediazione attiva e destinazione.
Di conseguenza, la creazione, quale storicamente esiste, non solo non può esistere che in Cristo, ma è voluta per lui, gli appartiene, ed è voluta perché ne manifestasse il mistero.
In questa strofa dell’inno, Gesù Cristo, come nota qualche autore, figura come una istantanea sull’universo, come punto ontologico e unificante del passato e del futuro, come ragione ultima e comprensione di tutti gli esseri .
Nel brano viene dato risalto sia al fatto della divinità di Gesù, che non lo estranea dalla storia, anzi lo pone in strettissimo collegamento con essa fin dall’inizio della creazione, e sia al fatto che egli è manifestazione del volto di Dio .
L’aspetto della divinità serve per dare il primo piano alla sua superiorità nei confronti di tutta la creazione : è dichiarato infatti «primogenito di ogni creatura e prima di tutte le cose».
Lui svolge il ruolo di causalità non solo esemplare (in lui), ma anche efficiente (per lui) e finale (in vista di lui). E la ragione di tutto ciò è il fatto che egli è «immagine del Dio invisibile».
In Cristo e nella sua storia si è fatto visibile Dio stesso: l’invisibilità di Dio si è dissolta nell’apparizione storica di Gesù Cristo .
L’essere manifestazione del volto di Dio sottolinea con chiarezza che in Gesù si rivela visibilmente il volto di Dio.
Anche questa sottolineatura è intrinsecamente collegata al tema dell’immagine: Cristo solamente e non Adamo è la vera immagine di Dio, è in lui solo che le cose «hanno consistenza».
L’essere vera «immagine di Dio», fa capire che Cristo è il Figlio in piena comunione col Padre, è colui che fa non la propria ma la volontà del Padre.
Dalla strofa scaturisce una visione in cui spicca la primazia assoluta di Cristo sull’universo, il cui senso non è cronologico ma di fontalità.
La decisione eterna di Dio di volerlo fonte di tutta la creazione fa capire che l’essere creato esiste perché si radica in lui, perché è impastato di lui, perché è fatto partecipe di lui.
Quindi, ciò che lo caratterizza essenzialmente è la cristicità intrinseca.
Questa spicca ancora di più per il fatto che l’essere creato non soltanto è in Cristo, ma anche perché è chiamato all’esistenza per mezzo di Cristo; egli, insieme al Padre e per volere del Padre è concreatore; di conseguenza, tutto ciò che esiste non può non appartenergli.
Il carattere indissolubile del legame non solo manifesta l’aspetto costitutivo del riferimento della creazione a Cristo, ma è anche garanzia, per la creazione, che Cristo si deve prendere cura di essa: la centralità di Cristo, quindi, non dice soltanto la necessità assoluta del riferimento a lui, ma dice anche che è fonte di vita e garanzia dell’universo. Però, l’inserimento del discorso sull’uomo in questo contesto porta a importanti conclusioni.
Anzitutto, egli pure, in quanto essere creato, è voluto in Cristo e sussiste in lui, è creato per mezzo di lui e in vista di lui.
La cristicità lo caratterizza costitutivamente ancora di più degli altri esseri creati, in quanto egli più di ogni altro essere creato è legato a Cristo da un vincolo indissolubile e vitale, egli più di ogni altro essere creato partecipa di ciò che è Cristo, sia per l’aspetto divino che per quello umano, e della sua condizione esistenziale di Figlio e di predestinato; ma di ciò parleremo commentando il dato biblico della lettera agli Efesini.
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L’uomo predestinato in Cristo
Il dato biblico che più direttamente proclama l’intrinseco e indissolubile rapporto tra Cristo e l’uomo è quello della lettera agli Efesini 1, 3‑14.
A differenza di Col 1, 15‑17 che ci ha offerto la visione cristologica della creazione, Efesini fa un discorso quasi del tutto incentrato sull’intrinseco rapporto tra l’uomo e Cristo. Inoltre, vi si sostiene insieme a quella di Cristo anche la preesistenza dell’uomo (v. 4): l’uomo preesiste in quanto eletto in colui che è il preesistente per natura; perciò, con l’azione divina preterporale della nostra elezione in Cristo, anche noi, fin dall’eternità, siamo stati fatti partecipi della sua preesistenza; la ragione della nostra preesistenza è l’essere stati «eletti in lui prima della creazione del mondo».
I versetti 3‑14 illustrano il disegno salvifico di Dio sul mondo e sulla storia, ossia la predestinazione che rende ragione del senso e dell’orientamento ultimo di ogni realtà creata e in modo speciale dell’uomo.
Il brano della lettera fa conoscere che Dio ha un piano di salvezza nei confronti
dell’umanità, del quale egli l’autore.
La fonte del piano infatti risulta chiaramente essere il «Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (v. 3). «Il nome conferito a Dio, quello di Padre “del Signore nostro Gesù Cristo” ed il suo collegamento alla “benedizione” divina prestata agli uomini, fanno capire che tanto Dio in persona quanto il suo progetto sul mondo e sull’uomo si definiscono in relazione a Gesù Cristo»
Il piano di Dio sull’uomo è un piano di comunione, di amore, finalizzato a fare gli uomini suoi figli adottivi nella pienezza della sua agápe.
Il centro del piano salvifico è Cristo nel quale avviene l’elezione degli uomini a figli di Dio (vv. 4‑5).
Il progetto di Dio sull’uomo, di cui parla il testo paolino, è un progetto di predestinazione in Cristo. La scelta dell’uomo operata da Dio antecede la creazione e dipende solamente dalla liberissima volontà divina; la scelta è fatta in Gesù.
Con il gesto della creazione, Dio dà esecuzione alla sovrana e irrevocabile decisione di «fare degli uomini i figli del Padre nel Figlio incarnato».
Ogni uomo, così, è chiamato all’esistenza per questo scopo. L’azione di grazia di predestinazione di Dio di fare degli uomini suoi figli nel Figlio è pure la ragione dei suoi gesti salvifici successivi.
L’ affermazione del v. 5 («avendoci predestinato a essere suoi figli») infatti, pur essendo costruita con un gerundio aoristo, ha valore di proposizione principale con significato causale, per cui mentre enuncia afferma anche di essere causa delle successive azioni di Dio: dichiarando cioè che siamo stati predestinati a figli nel Figlio afferma pure che tale predestinazione è la causa e lo scopo della nostra elezione preterporale in Cristo, della creazione, come pure dell’azione soteriologica compiuta dal Figlio suo naturale Gesù Cristo.
Il v. 6 descrive la natura e dà la motivazione del progetto di predestinazione.
Dice cioè che è un progetto di amore immenso e di inaudita promozione umana.
È un progetto che per definizione è la « grazia che (Dio) ci ha dato nel suo Figlio diletto». La realizzazione di esso è la vera e sola gloria e lode che gli si può rendere.
La dimensione dell’amore di Dio verso l’uomo si manifesta con contorni molto più ampi quando si viene a conoscenza che l’intervento della redenzione è finalizzato al compimento del progetto di predestinazione dell’uomo all’unione con Dio, cioè alla sua santità (v. 4).
Poi, tanto è forte l’amore che ha mosso Dio Padre a organizzare il suo progetto per la realizzazione della volizione dell’uomo a figlio in Cristo, che manifesta tutta la sua forza irresistibile scontrandosi con il peccato dell’uomo e vincendolo.
Il peccato dell’uomo, per quanto possa esprimere rifiuto e radicale opposizione alla santità divina, non ha e non avrà alcun potere di far desistere Dio dalla fedeltà al suo progetto. Perciò Cristo, in quanto fonte della nostra elezione e termine della nostra predestinazione, è anche lo strumento «nel quale abbiamo la redenzione… la remissione dei peccati».
La misura di tutto questo è solo l’amore e la grazia di Dio in Cristo (v. 7) .
L’inno, dopo aver precisato che la nostra predestinazione da parte di Dio Padre a essere suoi figli nel Figlio è la ragione di ciò che siamo e lo scopo di tutti i suoi atti, torna con
i vv. 8‑10 al tema della centralità di Cristo nel piano di Dio.
Vi si precisa che il progetto di Dio è “prestabilito”, ossia nasce dalla sua volontà di amore nella pretertemporalità, si avvera in Gesù e consiste nel fare di lui “il cuore” del mondo. Il Figlio incarnato, appunto, è il centro unificante dei vari elementi che formano il piano di Dio: l’elezione, la filiazione divina e la liberazione dal peccato .
Cristo, contemplato nel ruolo di centralità universale e nella funzione di principio unificante, è insieme rivelazione e realizzazione del progetto, anzi ne è rivelazione nell’attuazione. Con Cristo, il piano di Dio cessa di essere “mistero” cioè “segreto” e diventa pienamente svelato.
La storia, fatta dal susseguirsi di avvenimenti salvifici, assume una duplice dimensione: quella di contemplazione del Cristo quale avvenimento che porta a compimento tutti gli avvenimenti e dei quali è il senso pieno; e l’altra d’incarnazione, di manifestazione e di temporalizzazione della decisione divina di volere tutto in Cristo.
In conclusione: l’uomo, ciò che è, lo è perché partecipa di tutto ciò che è Cristo; è preesistente alla creazione del mondo, perché partecipa della preesistenza di Cristo generato prima di ogni creatura; è eletto perché fatto partecipe della condizione di colui che è l’Eletto del Padre; è predestinato perché partecipa della predestinazione di Cristo. Da parte sua, l’uomo darà significato alla costruzione della sua esistenza in misura che aderisce e si affida a Cristo.
La descrizione del progetto di predestinazione dell’uomo viene ripresa e completata con Rm 8, 28‑30. La descrizione procede per tappe.
Di proprio troviamola predestinazione dell’uomo a Cristo: «predestinato ad assumere l’immagine del Figlio suo» (v. 29).
La predestinazione dell’uomo a Cristo ha la fonte nella preconoscenza di Dio Padre; è una
conoscenza preveniente, cioè una conoscenza con la quale Dio ha da sempre previsto, provveduto e scelto ciò che è vantaggioso all’uomo.
E ciò di cui l’ha provveduto è il potere di determinarsi intrinsecamente alla predestinazione, cioè a diventare conforme al Figlio suo.
L’avvicinamento dell’uomo ad essere con‑forme, cioè ad esistere nella forma di Cristo è scandito dagli atti o gesti divini con i quali Dio manda a compimento il suo progetto di predestinazione dell’uomo in Cristo, fino a concludersi con la partecipazione allo stato glorioso del corpo di Cristo: «Gesù Cristo… trasformerà questo nostro miserabile corpo in un corpo glorioso simile al suo» (Fil 3, 21).
La descrizione del susseguirsi delle tappe (vv. 29‑30) procede come un crescendo sinfonico che sfocia in un’esplosione di gioia universale e che raggiunge il vertice nella partecipazione reale e definitiva dell’uomo alla gloria stessa che Cristo possiede alla destra del Padre: Dio, se con la preconoscenza svela l’origine fontale alla quale l’uomo deve continuamente rinviarsi e rapportarsi, con la predestinazione manifesta la sua natura preveniente, amorosa e benevola a favore dell’uomo; col gesto della chiamata dà dimensione storica alla predestinazione dell’uomo e lo rende capace di aderirvi con amore.
Il brano di Rm 8, 28‑30, rispetto ad Efesini, ha di proprio la visione dell’uomo come manifestazione del compimento del mistero di Cristo.
Il versetto 29 infatti dice che il Figlio di Dio, alla cui immagine l’uomo è predestinato a conformarsi, è qualificato dal fatto di essere « primogenito tra molti fratelli».
Il termine “primogenito”, qui, ha un senso non cronologico, ma di fonte; perciò figura come elemento costitutivo della struttura di Cristo; la sua volizione come primogenito è finalizzata alla “generazione” di un numero infinito di fratelli; i quali, perché fratelli di lui, sono anche fratelli tra di loro.
Ma se per un verso la volizione di Cristo‑Primogenito è finalizzata alla nascita dei molti fratelli, per l’altro la volizione dei molti fratelli in lui è finalizzata a realizzare, a portare a compimento il mistero di Cristo‑Primogenito, la cui attuazione sarà completa quando nascerà l’ultimo fratello.
Cristo, così, preesistente come primogenito, sarà espresso compiutamente quando si sarà realizzata la sua primogenitura, cioè quando la storia registrerà la venuta dell’ultimo fratello, o figlio di Dio in Cristo. Allora, tutto sarà posto sotto di lui e sarà compiuta definitivamente anche la pienezza dei tempi.