Guariento Mario | LA SI CHIAMO’ BABELE – GENESI 11, 1-9
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LA SI CHIAMO’ BABELE – GENESI 11, 1-9

03 Set LA SI CHIAMO’ BABELE – GENESI 11, 1-9

La «torre di Babele» è forse uno dei soggetti biblici che pii prepotentemente s’è insediato nell’immaginazione popolare.

Ma questa celebre pagina biblica ha la sua forza soprattutto nel messaggio teologico che propone: il peccato «originale» ora è delineato nella sua dimensione «internazionale» e sociale.

Gli uomini, facendosi popolo e costruendo metropoli, vivono un’esperienza straordinaria ed esaltante ma anche rischiosa. Il quadro del c. 11 è posto in parallelo antitetico col c. 10:

là si celebrava la ricchezza della varietà delle culture, delle razze, delle nazioni; qui si esamina la degenerazione dell’umanità nelle divisioni, negli esclusivismi, nelle tensioni razziali, nei nazionalismi imperialistici.

L’autore jahvista sa fondere sapientemente nel suo racconto almeno quattro fili narrativi: un’etimologia popolare del nome «Babele/Babilonia» la grande capitale della superpotenza orientale
una spiegazione delle diversità linguistiche diffuse sulla terra;
la diaspora dei popoli in forme diverse e persino opposte di cultura;
l tema dell’urbanesimo, cioè il significato e i rischi del riunirsi in città, simbolicamente rappresentate dalla «torre».
Quest’ultimo elemento rimanda ovviamente alla ziqqurat, il tempio mesopotamico a gradoni che aveva al vertice il santuarietto del dio.

Nella potente Babilonia si tipizza e con densa il tragitto compiuto da ogni popolo per passare dalla vita nomadica alla sedentarizzazione. E un’esperienza che ai nostri giorni acquista contorni drammatici all’interno delle città sovrapopolate, compresse, percorse da tensioni.

E’ la vicenda amara delle megalopoli senza anima, in cui convivono frenesie e sperperi accanto a miserie e a degrado sociale e morale. Il testo biblico si dipana su una trama essenziale.

Alla descrizione della situazione planetaria (vv. 1-2) subentra la decisione umana di unirsi in società (il simbolo «città» nei vv. 3-4). A questa decisione si oppone il Signore il quale vede, attraverso un’«ispezione», i pericoli e le insidie che si annidano in questa scelta (vv. 5-8). Si giunge, così, alla conclusione col giudizio su Babilonia, segno della «confusione» nata da una società sull’altra (v. 9)

Il filo nero del peccato e del giudizio di Dio percorre tutto il racconto.

All’orgoglio dell’uomo che vuole avere una sola lingua ed essere un popolo monolitico si oppone l’azione divina che «confonde e disperde».
Alla sfida dell’uomo che vuole erigere un sistema sociale oppressivo e dominatore su gli altri si oppone l’azione divina che fa «cessare» (v. ? il progetto dell’uomo.
A questo punto è chiaro il tema della riflessione che il c. 11 della Genesi ci propone: Dio non ama la città o la nazione dominatrice della storia, detesta l’imperialismo di un popolo sull’altro, rifiuta coloro che hanno piani autonomi di conquista e non di dialogo, di sopraffazione e non di collaborazione.

Si comprende, allora, come la super potenza Babel sia decifrata nel suo significato come derivante dal verbo balal, «confondere» (in realtà il termine significa «porta di Dio», cioè «città divina»): il suo sogno di imporre un’unità da schiavi è frustrato dal Dio della libertà. La ziqqurat di Babilonia capolavoro dell’architettura orientale portava il nome simbolico di Entemenanki, cioè di casa delle fondamenta del cielo e della terra», vero e proprio microcosmo che si illudeva di riassumere in sé il sostegno de! cielo e della terra: i suoi sette gradini evocavano, infatti, i sette pianeti. E il tempio a cui essa era collegata portava il nome di Esagila, cioè «casa che alza la testa», volendo appunto «toccare il cielo».

In questi segni si intravede nettamente il messaggio dell’autore sacro. E un messaggio inquietante e sempre attuale.

Babilonia è l’incarnazione di tutte le potenze politiche che hanno fatto versare sangue e lacrime all’umanità.
La ziqqurat è il segno di una religiosità trionfalistica che avalla il potere, anzi, che si confonde con esso e si pone come sfida al Signore del cielo e della terra, del tempo e delle vicende umane.
La Bibbia si impegna e spera nel fallimento di questa religiosità orgogliosa, di questo imperialismo che costruisce un’unità umana solo sulla base della sopraffazione e non della collaborazione.
La pluralità razziale e linguistica, la frammentazione in nazionalità e culture diverse è certamente un elemento positivo (come si è visto nel c. 10) quando è espressione di libertà e di autonomia.
Ma diventa anche manifestazione di confusione e di dispersione quando fluisce nel peccato di egemonismo e di oppressione. Dio vuole l’unità dell’intera umanità da lui creata nella libertà e non nell’uniformità d’una schiavitù politica e sociale.
É per questo che la Bibbia, al di là del valore storico e culturale di Babilonia, considererà sempre questa città come emblema dell’orgoglio blasfemo e dell’oppressione e invocherà il giudizio divino sul suo impero.

Nella splendida elegia satirica sui re di Babele, che abbiamo altrove già citato, Isaia descrive a colori accesi il peccato di tutte le superpotenze, che si illudono di dominare e piegare il nostro pianeta sostituendosi a Dio, ed il giudizio divino che le scaraventa dall’altare delle loro ziqqurat nella polvere dell’oblio e della sconfitta:

«Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell’aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli? Eppure tu pensavi: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell’assemblea, nelle parti più remote del settentrione. Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all’Altissimo. E invece sei stato precipitato negli inferi, nelle profondità dell’abisso!» (Is 1 12-15).

Il Salmo 137 giungerà a formulare una maledizione-imprecazione di inaudita violenza che, al di là del linguaggio esasperato, vuole esprimere la speranza in un’umiliazione definitiva degli oppressori, dei torturatori, dei violenti di tutte le epoche storiche: «Figlia di Babilonia devastatrice, beato chi ti renderà il contraccambio di quanto ci hai fatto! Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra!» (vv. 8-9).

Purtroppo la Gerusalemme dello spirito, la città della pace, simbolo di tutte le comunità operose e solidali, pacifiche e aperte agli altri, è schiacciata dal tallone delle armate di Babilonia, la città della potenza, dell’oppressione, dello sfruttamento.

Scriveva A. Chouraqui, noto traduttore della Bibbia in francese ed esponente di un ebraismo aperto e dialogante:

«E’ Babele la mostruosa trionfatrice della storia, la Babele delle legioni devastatrici, la Babele del saccheggio, della violazione, dell’assassinio, la Babele di tutte le morti. Babele trionfa, esulta nei magazzini ove ammassiamo le armi atomiche che devasteranno domani l’adorabile liturgia della creazione. Ai trionfi di Babele Gerusalemme è presente, incatenata, cieca, vinta ma viva e presente».

Contro una religiosità intimistica e spiritualistica la pagina biblica di Babele ci esorta ad un impegno autentico nei confronti della libertà e della giustizia; contro una religione che esalta ed entra in collusione col potere questo racconto ci invita a schierarci dalla parte delle vittime; contro la tentazione del trionfalismo spirituale la Bibbia ci ricorda che il Regno di Dio si appoggia su un piccolo gregge ed è simile al seme di senapa, «il più piccolo di tutti i semi».

La logica del Vangelo non è quella della conquista ma del «perdere persino la propria vita» per la verità e la giustizia, come è testimoniato anche dai martiri contemporanei (pensiamo solo al vescovo Romero o ai sei gesuiti martiri in Salvador nel 1989).

Il poeta indiano Tagore ci ha lasciato questa bella preghiera che possiamo fare nostra: «Fa’, o Signore, che io non pieghi mai il mio ginocchio davanti al potente. Fa’ che non rinneghi mai la vittima, il povero, il perseguitato davanti all’oppressore, perché rinnegherei te, Signore!».

Ma la nostra lettura del c. 11 della Genesi, pur nel suo tenore amaro e conflittuale, non si chiude solo sulla lotta, sull’impegno, sulla forza del sangue dei martiri. Essa si apre anche alla speranza, ad un’aurora luminosa: Dio, infatti, non resta indifferente al grido delle vittime ed interviene riaffermandosi come l’unico Signore della storia e del mondo. E il suo è un intervento anche di salvezza.

Poche righe dopo il nostro racconto, entra in scena Abramo che giunge proprio dalla Mesopotamia portando con sé l’eco di una sorprendente parola di Dio: «In te si diranno benedette tutte le nazioni della terra» (12, 3).

La Bibbia è tutta attraversata dalla certezza che, sotto l’azione di Dio, tutti i popoli ritroveranno unità ed armonia, pur conservando la ricchezza delle loro tradizioni, delle loro lingue, dei loro costumi.

Mentre fioriscono, purtroppo, forme di chiusura razziale, mentre certe «leghe» o associazioni propugnano il rifiuto del diverso, del lontano, dell’immigrato, la Chiesa deve ribadire nelle parole e negli atti che «non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna perché tutti sono uno in Cristo Gesù» (Gal 3, 28).

Dio stesso «darà a tutti i popoli un labbro puro perché invochino tutti il nome del Signore e lo servano tutti sotto lo stesso giogo» (Sof 3, 9).

Il «giogo» di Dio non è oppressivo ma «dolce e il suo carico leggero» (Mt 11, 30).

In quel giorno di pace e di luce «ci sarà una strada dall’Egitto verso l’Assiria; l’Assiro andrà in Egitto e l’Egiziano in Assiria; gli Egiziani serviranno il Signore insieme con gli Assiri. In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una bene dizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore degli eserciti: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità”» (Is 19, 23-25).

Lo scenario mistico della Pentecoste (At 2) in cui tutte le lingue si intrecciano in una mirabile sinfonia vuole appunto cancellare la triste presenza di Babele. E questa armonia non nasce da una colonizzazione forzata culturale, politica o religiosa o spirituale ma dalla gioiosa ed interiore effusione dello Spirito.

Sorgerà, allora, la vera metropoli, cioè la vera «città madre» che accoglierà l’umanità nel suo grembo sicuro. Sarà la Gerusalemme celeste, cantata dall’Apocalisse, contro la quale invano si accanisce Babilonia (cc.- 18 e 21 ). In essa abiterà «una moltitudine immensa, che nessuno potrà contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti staranno in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello…» (Ap 7, 9).