Guariento Mario | IN PRINCIPIO DIO CREO’ LA TERRA – GENESI 1, 1-13
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IN PRINCIPIO DIO CREO’ LA TERRA – GENESI 1, 1-13

07 Set IN PRINCIPIO DIO CREO’ LA TERRA – GENESI 1, 1-13

IN PRINCIPIO DIO CREÒ LA TERRA – GENESI 1, 1 – 13

Davanti a noi si distendono le meraviglie cosmiche che sfilano distribuite sulla trama di un settenario luminoso. E il primo cantico delle creature che si ripercuoterà nella lode, nella preghiera, nei canti, nella musica di secoli di regioni, di popoli diversi.
Sullo sfondo di questo respiro orante che si leva da tutto l’universo apriamo la prima pagina della Bibbia, una pagina in realtà più recente rispetto alla seconda, quella dei
cc. 2-3. Il capitolo 1, infatti, è opera della Tradizione Sacerdotale che è sorta nell’esilio di Israele a Babilonia (VI sec. a.C.).

La creazione è disegnata come una grandiosa architettura cosmica modellata sulla settimana liturgica. In pratica l’autore sacro vede nel microcosmo della liturgia settimanale celebrata da ogni credente il segno e il senso dell’universo. Il simbolo usato è quindi quello settenario che parla all’uomo d’Oriente di perfezione e armonia. Al suo interno appaiono otto opere diverse distribuite su due pannelli paralleli: i primi tre giorni raccolgono quattro opere di «separazione» e gli altri tre quattro opere di «ornamentazione». Separare e ornare ciò che si è separato è un modo semitico per evocare la vittoria sul nulla e l’irruzione dell’atto creativo di Dio.

Questa pagina non è, perciò, la descrizione puntuale e «scientifica» della formazione dell’universo ma è un testo di riflessione sapienziale sul senso dell’essere e dell’esistere.
E’ una pagina che vuole spiegare il segreto ultimo delle cose e del nostro ritrovarci all’interno del mondo. Come osservava giustamente Galileo scrivendo all’abate benedettino pisano B. Castelli, «l’autorità dello Spirito Santo ha avuto di mira
solamente di persuadere gli uomini su quelle verità che essendo necessarie alla loro salvezza e superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza né altro mezzo esse re conosciute se non per bocca dello stesso Spirito Santo».

Queste righe antiche e mirabili non ci risolvono i molti enigmi e i grovigli in cui si trova coinvolta la scienza ma ci illuminano sui mistero dell’essere e del vivere, sulla grandezza di Dio e dell’uomo. E’ necessario, allora, avere il cuore aperto alla contemplazione più che all’analisi, alla fede più che al vaglio critico, alla rivelazione più che alla documentazione astrofisica.

La stessa insistenza sul simbolismo settenario ci invita non a cercare una misurazione del mondo, ma una bellezza. «E’ la misura interiore che rende bella ogni cosa», affermava sant’Isacco il Siro. Per questo, oltre ai sette giorni, sette sono le formule usate dallo scrittore ispirato per descrivere la litania della creazione:
«Dio disse»,
«Vi sia…»,
«E cosi fu»,
«Dio vide che era bello»,
«Dio separò…»,
«Dio chiamò.. .»,
«Fu sera e fu mattina».

Sette volte risuona il verbo «creare», il nome divino è scandito 35 volte (7 x 5), mentre «la terra e il cielo» appaiono 21 volte (7 x 3). Il primo versetto ha 7 parole e il secondo 14 (7 x 2)… C’è un appello continuo a scoprire l’armonia e la «bontà» delle cose: «Dio vide che era cosa buona». Ma in ebraico il vocabolo tôb, «buono», significa anche «bello».

Chesterton diceva che «il mondo non perirà certo per mancanza di meraviglie ma di meraviglia». Noi stiamo perdendo la capacità di stupirci, di ammirare, di contemplare, di sostare. Dobbiamo ritrovare il senso della bellezza, leggendo nella realtà i segni di una rivelazione perché se, come dice il Salmo 19, esiste la parola di Dio nella Scrittura, nel Libro per eccellenza, cioè la Bibbia, c’è anche una parola di Dio nell’universo, in un libro cosmico: «I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette notizia. Non è linguaggio e non sono parole di cui si oda il suono» (vv. 2-4)

Iniziamo ora il nostro percorso, simile ad un pellegrinaggio, all’interno delle meraviglie del creato. Ecco anzitutto il «principio» assoluto, dipinto nei vv. 1-2 con tre simboli orientali destinati a definire il nulla da cui Dio parte per intessere l’architettura del cosmo.
Gli uomini d’Oriente hanno, come è noto, una struttura mentale molto concreta che esprime i concetti attraverso i simboli.

Il nulla è rappresentato come una «terra informe e deserta», cioè come una superficie desolata, desertica, vuota, squallida, che dice appunto assenza di vita, silenzio, morte. Ecco poi le «tenebre», negazione della luce che è vita; ecco infine l’ «abisso» che in ebraico rimanda al nome del dio del caos, Tiamat, proprio delle culture mesopotamiche. Lo «spirito di Dio» è ormai la presenza del Creatore che avvia la grande avventura della «separazione» e dell’«ornamentazione», cioè della creazione dal nulla di tutto l’essere. Non si esclude, però, che l’autore biblico con questa espressione voglia alludere ad un vento tempestoso, un altro simbolo del nulla: in ebraico, infatti, «vento» e «spirito» si indicano con lo stesso vocabolo.

Per esprimere il concetto dell’agire divino la lingua ebraica aveva coniato un verbo che, come risulta dal fenicio, poteva connotare l’attività artistica; l’uso veterotestamentario, tuttavia, esclude anche questo confronto: il verbo è riservato esclusivamente all’agire divino. È significativa questa delimitazione teologica che si introduce persino nella lingua (cfr. sālah, ‘perdonare’, detto soltanto del perdono divino).
Si tratta di un’attività fondamentalmente unica. A ragione si è notato che il verbo barā’, ‘fare’ implica, da una parte, la totale assenza di fatica, e dall’altra, dato che non è mai specificato dal complemento di materia, il concetto di creazione dal nulla.
Il pathos segreto di questa proposizione sta nell’enunciazione che Dio è il Signore del mondo.

Sul silenzio dell’essere, sul vuoto, sul nulla sta ora per scendere l’azione divina.
Nel libro della Sapienza leggiamo:
«La tua mano onnipotente ha creato il mondo da una materia senza forma»,
cioè dal caos, dal nulla (11, 17).
E la madre dei sette fratelli eroici del periodo dei Maccabei dice a uno dei suoi ragazzi votato al martirio:
«Ti scongiuro, o figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti. Tale è anche l’origine del genere umano» (2 Mac 7, 28).

Il nostro racconto invece specifica che la creazione avviene solo attraverso la parola divina. Diversamente da quanto è descritto negli antichi miti orientali, la creazione non costa fatica a Dio, non è una lotta. Dio crea attraverso la sua parola nella sovranità del suo essere perfettissimo.

Noi siamo sospesi non al groviglio del fato o dell’assurdo ma al filo d’oro della parola divina. «In principio c’era la Parola» e questa parola si rivela a noi nell’essere e nella vita, in attesa di rivestirsi di carne. E’ una parola creatrice che già prelude alla parola salvatrice.
Noi non siamo in balìa di una divinità prepotente e insensata, non siamo abbandonati ad un gorgo maligno; il Dio della Bibbia non è come Enlil, il dio creatore dei Sumeri, simile ad un «arruffio di fili di cui non si conosce il bandolo».
Noi siamo inseriti in un progetto d’amore e di luce di cui riusciamo solo a intravedere qualche bagliore. Noi siamo affidati ad una parola che fa vivere, morire e risorgere, che fa gioire, piangere e sperare, che fa esistere ed amare.

Dobbiamo anche noi ritrovare l’importanza del dono della parola che ci rende simili al Creatore. Le nostre parole sono spesso un flusso vacuo, immagine di un deserto interiore, non hanno in sé nessuna forza creativa, si spengono appena pronunziate perché non hanno nulla dentro di sé, raccolgono solo fatuità, banalità.

Altre volte hanno in sé forza ma è una energia malefica, sono parole che impauriscono e offendono, distruggono e annichilano.
«La lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità, viene inserita nelle nostre membra e contamina tutto il corpo e incendia il corso della vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna… Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio. E dalla stessa bocca che esce benedizione e maledizione. Non dev’essere così, fratelli miei!» (Gc 3, 6.9-10).
E’ necessario ritrovare la parola che consola, crea, trasforma, benedice, che è sempre più simile a quella del Creatore per la quale «sono fatti i cieli e al cui soffio ogni loro schiera è creata» (Sai 33, 6).

C’è, però, nelle prime tre «separazioni» che Dio compie (vv. 3-9: luce-tenebre, acque superiori e inferiori, mari e terraferma) un altro verbo, il «vedere»: «Dio vide che la luce era cosa buona…».
Anche l’antica cultura egizia immaginava lo stupore di Dio davanti al sorgere del sole: «Una grande ninfea uscita dalle acque primordiali fu la culla del sole, nella prima alba». E’ necessario avere occhi puri per scoprire la bellezza della luce, anche di quella fisica. Ma soprattutto lo è per scoprire il segno di Dio nella luce.
«Se il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso» (Mt 6, 22-23).
Dio vede la bellezza anche dell’acqua modesta eppure così indispensabile.

Il grande mistico islamico Rumi (XIII sec.), fondatore dei dervisci danzanti di Konya, dipingeva la creazione in una sua strofa così:
«Il mare si coprì di schiuma
e al formarsi di ciascun fiocco di schiuma
qualcosa prendeva forma,
qualcosa prendeva corpo».

L’acqua è il simbolo ambivalente del caos e della vita. Non per nulla si distinguono acque superiori ed inferiori. Le prime sono la pioggia benefica che scende da quella specie di calotta che era il cielo secondo l’antica cosmologia, le seconde sono le acque dell’abisso su cui si erge la piattaforma terrestre sorretta da pilastri colossali.

La Bibbia guarda a questo equilibrio instabile con ammirazione.
In Giobbe il mare è rappresentato come un carcerato tenuto sotto controllo da Dio che gli ha assegnato come limite invalicabile la battigia del litorale:
«Chi serrò tra due battenti il mare quando erompeva a fiotti dal suo grembo materno, quando gli davo per manto le nubi e per fasce la foschia, quando spezzavo il suo slancio imponendogli confini, spranghe e battenti e gli dicevo: Fin qui tu verrai e non oltre, qui si abbasserà l’arroganza delle tue onde?» (38, 8-11).

Anche noi, sospesi sui baratro del nostro limite, sappiamo che Dio non ci abbandona al nulla e al male ma veglia su di noi. «Egli dà ordine ai suoi angeli di custodirci in tutti i nostri passi» (Sal 91, 11). Anche nell’ora della paura «ci rifugiamo all’ombra delle sue ali finché sia passato il pericolo» (Sal 57, 2). E lo invochiamo così: «Salvami, o Dio, l’acqua mi giunge alla gola. Affondo nei fango e non ho sostegno, sono caduto in acque profonde e il vortice mi travolge» (Sal 69, 2-3). Ed il Creatore appare all’orizzonte facendoci ritrovare la pace e l’armonia: «Stese la mano dall’alto e mi prese, mi sollevò dalle grandi acque…» (Sal 18, 17).

Lasciamo ora il primo pannello del grande dittico della creazione. Sono sfilati davanti a noi l’essere e il nulla, i primi tre giorni della creazione e le prime quattro opere divine (la luce, il firmamento, la terra e il mare, la vegetazione).
La parola e la visione sono stati i gesti più alti e più efficaci del Creatore, gesti che egli affida anche alla sua creatura più amata, l’uomo. Ed è solo l’uomo che riesce a cogliere i segreti della creazione, che come Dio può «chiamare» le cose per nome, conoscendole, possedendole, trasformandole.
E’ solo l’uomo che può cogliere la mano del Creatore e la sua rivelazione inscritta nel creato. Come diceva la bella «Canzone Tu» degli ebrei hassidici dei ‘700:

«Dovunque io vada Tu,
dovunque io sosti Tu.
Solo Tu, ancora Tu,
sempre Tu.
Cielo, Tu;
terra, Tu.
Dovunque mi giro,
dovunque miro, Tu, Tu, Tu!».