Guariento Mario | LE ACQUE BRULICHINO DI VIVENTI E UCCELLI VOLINO NEL CIELO – GENESI 1, 14-25
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LE ACQUE BRULICHINO DI VIVENTI E UCCELLI VOLINO NEL CIELO – GENESI 1, 14-25

07 Set LE ACQUE BRULICHINO DI VIVENTI E UCCELLI VOLINO NEL CIELO – GENESI 1, 14-25

LE ACQUE BRULICHINO DI VIVENTI E UCCELLI VOLINO NEL CIELO – GENESI 1, 14 – 25

Ecco davanti a noi il secondo pannello dei dittico grandioso della creazione.
Scandito in tre giorni come il primo e popolato da altre quattro opere divine (sole-luna-stelle, pesci- uccelli, animali terrestri, l’uomo), approderà al suo vertice con la creazione dell’uomo a cui dedicheremo una riflessione specifica, anche perché l’autore sacro allarga a quel punto il testo in un cantico di intensa ammirazione e teologia (1, 26-
31).

Il legaccio che tiene insieme le due tavole del dittico sarà, infine, il settimo giorno (2, 1-4). Fermiamoci ora sulle prime tre opere che «ornano» il creato.
Ecco subito dinnanzi a noi il sole, la luna, le stelle.
Come la luce era stata creata per prima, così anche adesso il primo «ornamento» dei creato sono i «luminari», le «luci» cosmiche.
Da questo emerge l’interesse dell’uomo biblico per il tempo.
Come la luce e le tenebre sono segno dell’alternanza lineare del tempo, così il sole, la luna e le stelle sono quasi gli orologi cosmici che scandiscono il calendario, cioè le cadenze cronologiche.

Ritroviamo, così, l’importanza del tempo, grembo fecondo da cui nascono le nostre azioni e da cui fluisce l’esistenza.
Saper vivere il tempo sacro e profano in pienezza è un’arte difficile contro la quale si accaniscono da un lato l’inerzia o la pigrizia e dall’altro la frenesia cieca, l’isterico movimento che brucia ogni sosta.

Illuminante è l’apologo del Piccolo Principe di A. de St. Exupéry:
«“Buon giorno”, disse il piccolo principe. “Buon giorno”, disse il mercante. Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere. “Perché vendi questa roba?”, disse il piccolo principe. “E una grossa economia di tempo”, disse il mercante. “Gli esperti – continuò – hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano 53 minuti alla settimana “E che cosa si fa di questi 53 minuti?”, chiese il piccolo principe. “Se ne fa quel che si vuole”, rispose il mercante. “Io – disse il picco lo principe – se avessi 53 minuti da spendere, camminerei adagio verso una fontana».
Saper gioire del tempo e non esserne schiavi, saper godere il tempo in pienezza, saper comprendere e amare il tempo senza dissipano o esserne tra volti: questo è un grande impegno di vita.

E’ interessante notare che nell’originale dei vv. 14-19 per tre volte al plurale e per due volte al singolare si incontra la parola «luce» (o «luminare», come un tempo si usava tradurre): il sole e la luna non vengono nominati esplicitamente.
Nella cultura egiziana, mesopotamica e cananea essi erano esseri divini.

Per l’autore sacerdotale, invece, sole, luna e stelle hanno perso il carattere divino a loro attribuito dai popoli vicini e per evitare ambiguità non sono neppure nominati, ridotti come sono al rango di «luci», di lampade cosmiche.
La loro dignità è da cercare altrove, nel loro ruolo di scandire i tempi e soprattutto le feste, di definire il calendario sociale e religioso, di ritmare la liturgia e la vita.
Anche nel poema cosmologico mesopotamico Enuma Elish si legge:
«Egli determinò l’anno, lo divise in parti, fissò tre costellazioni per ognuno dei dodici mesi; dopo aver definito i giorni dell’anno, con celesti figure fece brillare il dio luna per determina re il tempo».

Anzi, forse secondo un particolare calendario attestato da un apocrifo giudaico, il Libro dei Giubilei, era proprio il quarto giorno quello in cui cadevano le maggiori solennità ebraiche nell’epoca post-esilica.
La Tradizione Sacerdotale vuole, quindi, erigere all’interno del tempo una specie di cattedrale in cui si celebri una liturgia cosmica.
La preghiera che si leva all’interno del Tempio si deve irradiare in tutte le dimensioni dello spazio e del tempo.

Alla luce che avvolge il quarto giorno subentra ora la vita che popola tutto il quinto giorno (vv. 20-25).
L’orizzonte che si disegna davanti ai nostri occhi è la sintesi di quel capolavoro che sono i «discorsi di Dio» nei cc. 38-41 di Giobbe ove, come in un arazzo, si dispiegano tutte le meraviglie degli esseri.

Ecco i pesci e i mostri marini che guizzano nelle acque; ecco sfrecciare nei cieli gli uccelli, mentre sulla terra si muovono animali domestici, fiere e rettili, elencati secondo la tradizionale catalogazione ebraica.

L’autore si ferma stupito di fronte al mondo della vita. Nella finale del Salmo 150 – ed è anche l’ultima riga del Salterio – si invita letteralmente «tutto ciò che respira» a dar lode al Signore. Il prodigio della vita è celebrato come un dono supremo sui quale c’è l’impronta stessa di Dio.
«E solo il Signore che nella sua mano stringe l’anima di ogni vivente e il respiro dell’uomo di carne» (Gb 12, 10). Egli solo può proclamare: «Sono io che do la morte e faccio vivere, io percuoto e io guarisco» (Dt 32, 39).

In una cultura che sempre pii vuole attribuirsi la signoria sulla vita è necessario ribadire il carattere trascendente di questo dono.
L’amore per la vita in tutte le sue manifestazioni, da quelle inferiori fino a quelle più alte, dev’essere totale e si deve trasformare in rispetto ed impegno concreto. Non è giusto pensare solo alla vita adulta come non lo è fissarsi solo sul feto o sull’anziano: l’amore per il vivente deve abbracciare l’arco dell’esistenza, dall’uno all’altro polo del vivere.
E deve ramificarsi anche nei confronti dei fratelli più piccoli che sono gli animali.

La figura di Francesco col suo Cantico delle creature dovrebbe essere la compagnia migliore per meditare su questa pagina smaltata di colori e piena di movimento della creazione.
Questa contemplazione potrebbe, allora, diventare preghiera, lode, inno, canto. Come è avvenuto molto spesso nei Salmi (si leggano, ad esempio, i Sal 8; 19; 29; 33; 65, 10-14; 67; 93; 96; 98; 104; 135; 139; 147; 148; 150), la sostanza dell’orazione è la celebrazione delle meraviglie che Dio ha dispiegato nel mondo.

E’ la certezza che «gli occhi di tutti sono rivolti al Signore in attesa che egli provveda il cibo a suo tempo. Egli apre la mano e sazia la fame di ogni vivente» (Sal 145, 15-16). Anche «i piccoli dei corvo gridano a lui» (Sal. 147, 9) perché «buono è il Signore verso tutti e la sua tenerezza si espande su tutte le creature» (Sal 145, 9). Potremmo ora avvolgere la nostra meditazione anche col filo dorato della musica. Essa è tante volte «il tappeto della preghiera».

L’ebreo immaginava l’universo diviso in tre parti: la zona inferiore, costituita dall’ ‘abisso’ delle acque, contenente una regione tenebrosa, la dimora dei morti: lo Še’ôl.
La seconda zona è formata dalla ‘terra’, una grande isola sulle acque, saldamente sostenuta da colonne, misteriosamente appoggiate sull’abisso. All’ estremità di questo immenso oceano si ergono le montagne o colli eterni, che fanno da sostegno a una lamina ricurva: il firmamento.
Esso, in cui sono incastonate le stelle, serve da tetto alla terra e da base ai ‘cieli’. È la terza zona dell’universo, la dimora di Dio.

Si erge sopra un alto monte, tutto circondato dalle acque ‘superiori’, dolci e fertili, che Dio lascia cadere sul la terra, attraverso le aperture del firmamento, sia per fecondarla, che per punizione dell’uomo (l’unico caso è però quello del diluvio).
Questa è la concezione piuttosto ingenua e rudimentale del mondo nell’ambiente biblico.

Ora ritorniamo al nostro racconto. La terra era inizialmente coperta dal doppio velo delle acque e delle tenebre e inoltre si presentava con una uniformità e una vuotezza impressionante.
Mancava qualsiasi distinzione dalle acque, che la facesse apparire nella sua bellezza, e soprattutto del suo vestito essenziale: la vegetazione; e inoltre non aveva ancora nessun abitante. Insomma era tōhû wabōhû, il deserto e il vuoto!

A questo punto inizia il duplice lavoro di Dio. Deve togliere la deserticità: ecco le opere dei primi tre giorni. Le tenebre ricevono un luogo e un compito; non avranno più un dominio completo, ma la luce, in dispensabile alla vita, ne limiterà la durata.
Il giorno e la notte. Anzi il loro compito diventa subito manifesto, perché «fu sera e fu mattino, un giorno» (1,5).
La terra si trova ancora però avvolta dalla massa d’acqua. Una seconda distinzione, ottenuta per mezzo della creazione del firmamento divide le acque dolci fecondanti che stanno di sopra da quelle inferiori dell’abisso.
Finalmente al terzo giorno la terra emerge dall’acqua mentre all’oceano circostante viene dato un proprio bacino.

Necessario complemento di questa opera di distinzione è il rivestimento della terra. Essa si ricopre di vegeta la più varia e abbondante.

Ha poi inizio la seconda parte dell’opera divina; quella di ornamento. Incomincia con la creazione dei ‘luminari’; soprattutto il sole e la luna: il ‘luminare maggiore’ e quello ‘minore’. Sono i corpi celesti, che interessano maggiormente la vita dell’uomo.
Essi hanno infatti compiti molto importanti: presiedere al giorno e alla flotte, dividere i diversi tempi dell’anno oltre che essere annunciatori di presagi, e soprattutto illuminare la terra. La luce è condizione di vita. Può sembrare strano che il sole sia stato creato tre giorni dopo la luce.
Probabilmente non lo era per un semita, che vedeva la luce anche quando il sole non appariva all’orizzonte, e che conseguentemente aveva pensato a dare un luogo anche a questo elemento, come a molti altri, immaginandolo come qualche cosa a sé stante.

Il mare e l’aria sono i secondi a ricevere il loro ‘esercito’, i pesci e gli uccelli. Infine, al sesto giorno, anche la terra è popolata di animali. Il complemento, il capolavoro della creazione, ‘l’uomo’, termina il lavoro divino.
Questa è schematicamente la ricostruzione del racconto biblico, di cui abbiamo però tralasciato di proposito parecchi elementi, che appariranno con maggiore chiarezza nell’indagine relativa al suo genere letterario, che ci apprestiamo a fare e che ci condurrà a scoprire lo scopo dell’autore e di conseguenza le verità, che egli vuole insegnare.