Guariento Mario | IL PADRE NOSTRO PER MATTEO E PER LUCA – CONTINUITA’ E NOVITA’
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IL PADRE NOSTRO PER MATTEO E PER LUCA – CONTINUITA’ E NOVITA’

07 Set IL PADRE NOSTRO PER MATTEO E PER LUCA – CONTINUITA’ E NOVITA’

IL PADRE NOSTRO PER MATTEO E LUCA – CONTINUITÀ E NOVITÀ

Per Matteo e Luca il Padre nostro è una preghiera che distingue il discepolo. Tuttavia, anche un ebreo lo può recitare senza difficoltà, senza particolari riserve mentali, e probabilmente lo potrebbe fare anche un fedele di altre religioni.

Ciò fa riflettere. Significa – e non è cosa da poco – che nel Padre nostro lo «specifico» viene espresso con categorie «aperte», in un certo senso universalil. E significa che lo «specifico» non va cercato nelle formule del Padre nostro come tali, ma nella persona che lo ha insegnato. Evidentemente è il Padre nostro che va anzitutto compreso a partire da Gesù, non viceversa. Partendo dal solo Padre nostro non giungeremmo allo specifico cristiano.

«Oggi non possiamo sostenere che il Padre nostro sia adatto a distinguerci dagli altri. Questa preghiera può essere ripetuta da qualsiasi ebreo e da qualsiasi musulmano: forse anche molti indù non avrebbero difficoltà a ripeterla con noi. E’ una preghiera molto elementare, che si concentra su ciò che è veramente importante per la nostra vita» (G. Theissen, La porta aperta. Variazioni bibliche, Claudiana, Torino 1993, p.90).

Sulla dimensione ecumenica del Padre nostro non possono esserci dubbi. È un dato di fatto, un’esperienza frequente negli incontri fra ebrei e cristiani. Autori particolarmente attenti ai rapporti col giudaismo – o, più generalmente, attenti alla continuità fra l’Antico e il Nuovo Testamento lo sottolineano con forza e con compiacimento.

Per esempio Gnilka: «L’affinità del Padre nostro col mondo concettuale veterotestamentario/ giudaico è indiscussa. È vero che potrebbe essere pronunciato anche da un giudeo che non sapesse o non volesse sapere nulla di Gesù»

Gnilka afferma: «Il carattere giudaico della preghiera del Signore è altrettanto incontestabile quanto l’osservazione secondo cui la venuta del Regno di Dio è un elemento che ricorre continuamente nelle preghiere giudaiche. Tuttavia proprio il confronto di brani apparentemente paralleli consente di cogliere la particolare comprensione della sovranità di Dio nella preghiera di Gesù». Nella convinzione di Gesù «il ripristino della situazione passata, sia pure attuato in forma splendida, manca. Soprattutto manca l’accento politico-nazionale» (J. Gnilka, Gesù di Nazareth. Annuncio e storia, Paideia, Brescia 1993, p. 182).

«La particolarità di questa preghiera è, appunto, una concentrazione su richieste elementari. Viene formulata in essa ciò che possiamo far rientrare nel dialogo con tutte le religioni: nel dialogo con ebrei e pagani, credenti e atei. Viene formulato ciò che nella nostra speranza può trovare un consenso negli altri». (J. Gnilka:, Il Vangelo di Matteo, voI. I, cit., p. 324).

Le catègorie ebraiche sono insostituibili e determinanti» per ricostruire l’orizzonte di senso del Padre nostro; questo legame, però, non solo non compromette la specificità dell’esperienza cristiana, ma «le per¬mette di dispiegarsi nella sua autentica originalità».

Attento al problema è soprattutto F. Mussner, che afferma senza mezzi termini – ma anche, ritengo, senza alcune doverose sfumature – che il Padre nostro è «la preghiera di Gesù ebreo, che ogni altro ebreo potrebbe recitare senza nessuna riserva interiore». E ancora: «Certamente nel Padre nostro si esprimono molti tratti fondamentali della predicazione di Gesù, ma, né con l’invocazione Padre, né con le invocazioni in tu o in noi, il Padre nostro esce dall’ambito dell’ebraismo. Ovvia¬mente, non neghiamo che spesso Gesù, parlando di Dio, parlò del Padre e che espresse la paternità di Dio in modo ben più forte che non l’Antico Testamento o il giudaismo primitivo. Ma anche Israele riconobbe e ri¬conosce Dio quale proprio Padre».

Dunque, anche un ebreo può recitare il Padre nostro, e di questo non possiamo che rallegrarci. Ciò esprime un fatto importante per la fede cristiana, e cioè la profondacontinuità fra l’Antico e il Nuovo Testamento. «In Gesù si riassume, come in un punto focale, l’esistenza ebraica davanti a Dio. Egli non solo è un vero israelita in cui non c’è falsità (Gv 1,47), ma rappresenta Israele». Questo è vero, ma non è tutto. Il Padre nostro è pur sempre di Gesù: va dunque letto nel complesso del suo evento (persona, esistenza, insegnamento).

E qui sono presenti aspetti singolari che un ebreo non può più condividere. Mussner ha totalmente ragione solo se si guarda il Padre nostro da una certa angolatura, cioè in rapporto all’Antico Testamento, mettendo come fra parentesi la sua appartenenza all’evento di Gesù. E invece è proprio qui che il Padre nostro va anzitutto collocato.Recitando il Padre nostro, il cristiano non può mettere fra parentesi il centro della propria fede, e cioè che il Figlio di Dio si è fatto uomo. (F. Mussner, Il popolo della promessa, cit., p. 228).

Si è soliti confrontare il Padre nostro con due grandi preghiere giudaiche: il Qaddish e la preghiera delle diciotto benedizioni. Vistose somiglianze non mancano di certo, ma non mancano neppure le differenze. A titolo di esempio ecco le due prime richieste del Qaddish:

“Sia magnificato e santificato il suo grande nome nel mondo, che Egli ha creato secondo la sua volontà.

E faccia regnare il suo regno durante la nostra vita e nei nostri giorni e durante la vita di tutta la casa di Israele, fra poco e in tempo vicino,e si dica: Amen”

Rispetto alle due preghiere giudaiche, nuove sono nel Padre nostro la sinteticità e la densità. Le formule delle due preghiere giudaiche sono solenni, ornate e prolisse: nel Qaddish la santificazione del nome compare in forma liturgicamente solenne, ma anche distante e impersonale, come spesso nel formulario liturgico. Le domande del Padre nostro sono invece estremamente concise, prive di qualsiasi ornamento. Non è una differenza puramente formale, perché già dice un modo di pregare, un modo di porsi davanti a Dio. I bisogni dell’uomo sono gli stessi, ma il modo di porsi davanti a Dio è diverso.

Nel Qaddish il passivo divino si accompagna a una nota di impersonalità: il suo nome. Nel Padre nostro c’è il tu: il tuo nome. Il rapporto è diretto. La domanda sul Regno della preghiera ebraica dice l’urgenza, ma deli¬mita anche un ambito (casa di Israele), che manca del tutto nel Padre nostro. L’indeterminazione del Padre nostro rende il Regno il più universale possibile.

Non è però sulla base di questi confronti che si coglie la vera novità del Padre nostro. Il Padre nostro non è esplicitamente cristologico, e per questo sembra non uscire dall’ambito del giudaismo. Tuttavia è profondamente cristologico nella sostanza: è nuova, infatti, la persona che l’ha insegnato ed è nuovo il credente che ora lo recita. La novità del Nuovo Testamento è la persona di Gesù, non il suo insegnamento staccato dalla sua persona, né la sua storia separata dalla sua persona.

Il Crocifisso non è un uomo che muore per Dio, ma è il Figlio di Dio che muore per l’uomo. E questo che rende nuovi sia l’insegnamento sia la vita di Gesù. Un cristiano non può leggere il Padre nostro staccandolo dalla persona di Gesù. La persona di Gesù rende nuovo il significato di Padre, di santificazione, di Regno.

La conclusione è che la novità del Padre nostro non sta nelle singole domande, bensì nell’evento di Gesù, che comporta una triplice novità: come Padre e Figlio, come Regno, come compimento. Questa triplice novità coinvolge radicalmente l’intero Padre nostro.

Ho detto che la novità non va cercata nelle singole domande. È vero, ma con una precisazione. La novità scaturisce dall’evento, ma poi si riverbera su tutto, anche sui particolari. Parole antiche, direi universali, come padre, nome, regno, pane, debito, perdono, tentazione, male acquistano un significato nuovo. La novità di Gesù si riverbera su tutte le pietre che compongono la costruzione, non soltanto sulla costruzione nel suo insieme! .

Può sorprendere che un testo importante come il Padre nostro manchi nel vangelo di Marco e Giovanni. Evidentemente il Padre nostro è il riassunto dell’intero vangelo, ma il vangelo è intero anche senza il Padre nostro. Il dato importante è che nessun tratto significativo del Padre nostro è assente dal vangelo di Marco e di Giovanni. Non sono raccolti e sintetizzati in una formula liturgica, però sono presenti. Nessuna meraviglia: sono i tratti che appartengono all’esperienza di Gesù e, al tempo stesso dei discepoli.

Sulla presenza dei temi del Padre nostro in Marco e Giovanni si può vedere O. Clément – B. Standaert, Pregare il Padre nostro, Qiqajon, Magnano (Vercelli) 1989, pp. 15-32; e U. Vanni i.n «Civiltà Cattolica», 1993, m, pp. 345-358; IV, pp. 447-490. J.jeremias, Il Padre nostro, cit., pp. 45-4