Guariento Mario | IL PADRE NOSTRO IN MATTEO E IN LUCA – PARTE 2
Tutte le opere, i commenti, le riflessioni di Don Mario Guariento
guarientomario, gauriento, don guariento, guariento mario, mario guariento, liturgia guariento
226
post-template-default,single,single-post,postid-226,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,vertical_menu_enabled,side_area_uncovered_from_content,qode-theme-ver-7.6.1,wpb-js-composer js-comp-ver-5.2.1,vc_responsive
 

IL PADRE NOSTRO IN MATTEO E IN LUCA – PARTE 2

07 Set IL PADRE NOSTRO IN MATTEO E IN LUCA – PARTE 2

IL PADRE NOSTRO IN MATTEO E IN LUCA – PARTE 2

Nel Vangelo di Matteo il «Padre nostro» si trova ~ centro del discorso della montagna (capp. 5-6-7). E il discorso che traccia un programma di vita per i di­scepoli. Questo programma si può riassumere nella nuova, diversa e superiore «giustizia»: unica condi­zione per entrare nel regno dei cieli.

La nuova giustizia, rispetto a quella degli scribi, dei farisei, dei devoti e maestri giudei consiste nell’amo­re in tutte le sue articolazioni in rapporto con il prossimo. fu conclusione:l’amore del prossimo è un amore che abbraccia anche il nemico, perché così i discepoli hanno imparato ad amare dal Padre.

Quindi la nuova giustizia è quell’amore disinteressa­to universale del Padre che non distingue tra buoni e cattivi; tra giusti e ingiusti.

Nel cap. VI, dove si trova la preghiera del «Padre nostro», si trovano tre istruzioni sulla «giustizia» intesa come pratica reli­giosa esemplificata da tre forme di religiosità ebrai­ca: elemosina, preghiera e digiuno.

In Matteo il discorso della montagna è così strutturato: le beatitudini, la nuova giustizia esemplificata nei tre modi di rapportarsi a Dio, ed infine una vi­sione sui veri e falsi discepoli.

Al centro della nuova religiosità, che consiste in un rapporto genuino col Padre, si. trova il «Padre nostro»; per cui potremmo semplificare le cose dicendo così: il programma di vita dei discepoli, la nuova giustizia concentrata e riassunta nell’amore e relazione filiale nei confronti di Dio, è formulata ed espressa nella preghiera del «Padre nostro».

Già questa posizione del «Padre nostro» al centro del programma di vita dei discepoli ci fa capire che pregare non è qualcosa di periferico, di marginale ri­spetto alla vita dei discepoli.

Una seconda osservazione ci viene dai due quadri che Matteo presenta sulla verità del pregare; il principio generale è quello che vale per ogni forma religiosa:

Nel praticare la vostra giustizia guardatevi dal cercare l’ammirazione e l’approvazione davanti agli uomini, al­trimenti non avrete ricompensa dal Padre vostro che è nei cieli”, Mt. 6,1-2.

Questa formula viene scandita come un ritornello al  termine dei tre quadri riguardanti l’elemosina, la preghiera ed il digiuno.

Per quanto riguarda il pregare, i discepoli vengono messi in guardia nei confronti di due deformazioni o perversioni dell’esperienza religiosa:

a. Esibizionismo

“Quando pregate non siate simili agli ipocriti” (Mt. 6, 5-6). L’ipocrita è il teatrante, dal termine greco ipokrytes, poi diventato il termine italiano trascritto ipocrita: colui che risponde, colui che recita. Non fate i teatranti, non recitate. E la definizione di quelli che amano i primi posti, che amano essere sa­lutati nelle piazze, riveriti con il nome di maestro, signore, reverendo (il termine rabbi corrisponde a re­verendo):Mt. 23, 6-7. “Dunque non siate simili ai farisei”. Questa polemica è contro i professionisti della religione che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe per essere in mostra, o agli angoli delle piazze, dove si raduna la gente, per essere visti.

La preghiera in questo caso è intesa come propagan­da, come pubblicità. Non si può dimenticare che in una società in cui la vita religiosa era determinante per il prestigio, era facile strumentalizzare le proprie devozioni, la propria pratica religiosa per acquistare prestigio sociale, religioso da cui derivava anche quello economico.

Di questi maestri, di questi devoti Gesù dice: “In verità vi dico, hanno già ricevuto la loro ricompensa”. “Tu invece quando preghi entra nella tua camera…”. li termine greco è un po’ più suggestivo: taméion. li ta­méion è dove si mette il tesoro, cioè la cantina, il sotterraneo-ripostiglio: un luogo dove nessuno ti trova.

Però non è tanto un’ubicazione esterna quella che viene suggerita, quanto una forma paradossale (analoga a quella: “Non sappia la tua destra quello che fa la tua sinistra’ per colpire l’attenzione su un modo di pregare che consiste non nel luogo, non nella for­ma: “Chiusa addirittura la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompen­serà“.

Il discepolo è colui che vive la preghiera come rela­zione con Dio. Relazione che solo il Padre conosce e che si può vivere in maniera intensissima e profon­da.

Naturalmente la maniera di presentare la preghiera, in polemica contro il formalismo, la pubblicità degli ipocriti, non si oppone alla preghiera comunitaria ed ecclesiale. Matteo, nel cap. XVI, indicherà la co­munità riconciliata come luogo ideale perché la pre­ghiera sia efficace:

“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sarò in mezzo a loro” e “Se si accorderanno due o tre sulla terra per chiedere qualsiasi cosa al Padre mio, Egli la concederà“, Mt. 18, 19-20.

Matteo mostra come una preghiera efficace (dove è presente il Signore stesso) è quella di una comunità unita e riconciliata.

Ma nel discorso del monte vuole insistere sulla pre­ghiera personale, non privata-individualistica, ma quella fondata sulle relazioni con il Padre, in pole­mica. contro l’uso pubblicitario-propagandistico della relazione con Dio: un Dio strumentalizzato per il proprio prestigio.

b. La seconda perversione che viene condannata per poter scoprire la verità del pregare è l’uso magico della preghiera e delle formule.

Mt. 6, 7: “Pregando poi non sprecate parole come i pa­gani, i quali credono di venire ascoltati a forza di paro­le”. Per i pagani il pregare è il tentativodi servirsi di formule tecniche per catturare la forza divina per il proprio servizio. I filosofi romani e greci ironizza­vano su questa preghiera definita: uno scocciare la divinità fino a quando era costretta a cedere. La preghiera cos1 concepita è la strumentalizzazione magica di Dio: è la perversione del pregare.

“Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così…”. E qui comincia la preghiera che Matteo presenta nel cap. 6, 6-13.

Sostanzialmente Matteo ci mette in guardia contro due deformazione: esibizionismo e strumentalizza­zione.

Il cuore, la verità della preghiera è questo stare con libertà e fiducia davanti a Dio, il quale sa già le cose di cui abbiamo bisogno. Allora il pregare non è un far conoscere a Dio le nostre necessità, non è un piegare Dio ai nostri desideri, ma un renderci liberi, aperti all’azione di Dio. Quando preghiamo dichia­riamo questa disponibilità e apertura perché lui si manifesti Padre e attui il Regno, la sua paternità so­vrana su di noi e ci dia le cose di cui abbiamo biso­gno.

E interessante questa caratteristica della preghiera che nasce da una fiducia radicale e da una libertà nei confronti della ossessione o della preoccupazione di servirsi di Dio con formule religiose per piegarlo ai nostri desideri.

La seconda cosa da prendere in considerazione, sem­pre come porta d’ingresso al «Padre nostro», è il confronto tra Matteo e Luca, le due edizioni che ab­biamo. Già questo fatto ci mette sull’avviso che i primi discepoli ed i primi cristiani non si sono preoccupati di riportare materialmente le parole di Gesù riguardo al pregare.

Gesù non ha nessun formulario fisso per pregare: i discepoli e la prima Chiesa si sono sentiti liberi nei confronti dell’insegnamento di Gesù ed hanno pre­sentato due edizioni.

Questo sta a dimostrare che il «Padre nostro» non è una riproduzione materiale delle parole di Gesù: pregare secondo il suo stile non è ripetere material­mente una formula.

Tanto più che oggi, nei Vangeli, abbiamo la versio­ne in greco. Gesù probabilmente ha insegnato delle formule di preghiera in ebraico (lingua solenne della liturgia) oppure, quando si rivolgeva a Dio nella sua preghiera personale nella lingua comune, in aramai­co.

L’edizione di Luca è un po’ più breve, Lc. 11, 1-4. Egli colloca il «Padre nostro» lungo il viaggio che Gesù fa a Gerusalemme. Dunque non è tanto il pro­gramma di vita per i discepoli, riassunto in questo rapporto fiducioso dei figli nel riguardo del Padre, ma è la preghiera dei discepoli che camminano al se­guito di Gesù, il quale affronta il destino tragico a causa della sua fedeltà: la morte non come inciden­te, ma come conseguenza della sua fedeltà.

I discepoli che hanno sposato il suo destino, che si sono messi al suo seguito sono quelli che devono imparare anche a pregare su quella strada che porta a Gerusa­lemme.

Qui abbiamo il confronto tra la preghiera dei disce­poli di Giovanni e la preghiera che doveva caratte­rizzare i discepoli di Gesù.

Si sa che ogni comunità del mondo giudaico aveva le sue preghiere; un po’ come gli ordini e le congrega­zioni religiose che hanno il loro libretto di preghie­re. Ogni movimento spirituale ha le sue preghiere. Qui sembra che i discepoli vogliano avere il loro di­stintivo nel modo di pregare rispetto alle altre con­gregazioni (gruppi).

«Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare, quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: Insegnaci a pregare come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli».Chiedono una preghiera che li po­tesse distinguere dai discepoli di Giovanni, dai farisei, dai qumranici, dal popolo… Quella di Gesù è una preghiera essenziale, ridotta ai minimi termini.

Se si confronta questa preghiera con le altre pre­ghiere bibliche o giudaiche ci si rende conto che qui è l’atmosfera stessa delle parabole o delle brevi ma intensissime dichiarazioni di Gesù. Lui non è un teorico, a confronto di un Buddha o di qualche altro pensatore antico. Il Vangelo non è una speculazione metafisica, ma condensa in piccole sentenze quella che è l’essenzialità del vivere (rapporti umani) e del­le relazioni religiose. Qui c’è l’atmosfèra dei gesti non complicati. Gesù: incontra con semplicitàla donna, il bambino, il peccatore… Nel «Padre no­stro» si trova un po’ questo clima che lo distingue dall’apparato burocratico delle preghiere giudaiche.

Lc. 11, 2-4: «Padre (già qui c’è un’espressione più semplice rispetto all’edizione di Matteo), sia santifi­cato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdonaci i nostri debiti, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore, e non c’indurre in tentazione».

Matteo ha allargato alcune affermazioni con aggiunte.

Fermi sulla soglia, ci si accorge subito che nel Padre nostro ci sono alcune assenze sorprendenti. Mancano completamente quelle espressioni che si trovano in tutte le preghiere: ti prego, ti supplico, ti lodo, ti ringrazio, ti chiedo… Le richieste del Padre nostro sono asciutte, senza preamboli, senza aggettivi (l’unico è epiousios), tut­te all’imperativo. La preghiera si conclude, poi, senza una dossologia, cosa che sorprende, tanto che già la Didaché ha sentito il bisogno di aggiungerla.

Il nome «Padre» è pronunciato una sola volta, all’ini­zio: tutte le domande sono rivolte a Lui, ma senza più chiamarlo esplicitamente.

Manca qualsiasi traccia della mediazione di Cristo.

Nel Padre nostro si prega come Lui e in Lui, non attraverso di Lui.

C’è chi pensa al Padre nostro come a un formulario aperto, una sorta di canovaccio, che nell’uso liturgico si poteva dilatare o restringere: più che una preghiera fini­ta, una traccia da seguirlo. Questo renderebbe com­prensibile l’estensione di Matteo rispetto a Luca.

Non mi pare un’ipotesi necessaria. Certamente nella prima comunità il Padre nostro non era una formula rigida come lo è ora. Ma neppure era un semplice canovaccio: sia la versione di Matteo sia quella di Luca sono una formula finita, con un senso compiuto, non un formula­rio da riempire.

Molto diffusa è l’opinione di Jeremias, che considera complessivamente più primitiva la versione breve di Luca. Il principio esegetico che sorregge questa ipotesi è che,quando un testo più breve si trova interamente contenuto in uno più ampio, è il primo ad essere origi­nario. Jeremias aggiunge due altre osservazioni: l’uso liturgico tende normalmente ad ampliare un testo, non ad abbreviarlo; né si spiegherebbefacilmente perché Luca abbia deciso di tralasciare alcune domande, qualora le avesse conosciute.

Tutto questo non impedisce, naturalmente, che anche Luca abbia introdotto modifiche nel testo originario. Generalmente si pensa che Luca sia più vicino al­l’originale per quanto riguarda il numero delle domande, e Matteo più vicino nelle espressioni e nelle parole.

Anche Luca ha introdotto modifiche in conformità alla sua teologia e al suo ambiente culturale.