Guariento Mario | L’UNZIONE DELLA DONNA DI BETANIA
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L’UNZIONE DELLA DONNA DI BETANIA

07 Set L’UNZIONE DELLA DONNA DI BETANIA

L’unzione del­la donna di Betania e  i gesti che qui Gesù compie.

Percorriamo ora passo a passo i versetti di Mc 14,22-25 e, confrontando l’episodio dell’unzione del­la donna di Betania  con i gesti che qui Gesù compie, vediamo come la trasformazione del «tradimento» in «tradizione» avvenga nell’esperienza di un amore au­tentico.

All’inizio dell’episodio della donna di Betania si specificava (14,3): Mentre stava a mensa. Qui all’inzio del v. 22 leggiamo: Mentre mangiavano. Il contesto conviviale è comune all’una e all’altra situazione. Sempre al v. 3 si diceva:Giunse una donna avente un alabastro di unguento pro­fumato. Qui, ancora al v. 22: Prese il pane e, pronunziata la benedizione…

Il pane è per l’uomo simbolo della vita: senza il pane si muore. Già gli antichi greci definivano l’uomo «mangiatore di pane». È doveroso quindi benedire il cielo per il pane: «frutto della terra e del lavoro del­l’uomo»; è un dono prezioso, ma nell’ottica dell’amo­re di Dio è senza prezzo, come lo era l’unguento di . nardo genuino di grande valore contenuto nell’alaba­stro della donna di Betania.

Gesù spezza il pane: Lo spezzò. Anche l’alabastro nelle mani della donna di Beta­nia viene frantumato. E lo diede loro.E versò l’unguento sul suo capo. La donna desidera versare con l’unguento tutto ciò che ha, tutto ciò che è, sul capo di Gesù. Gesù spezza il pane e lo dà ai discepoli aggiungendo:Prendete: questo è il mio corpo. È il dono totale di sé, Dio-uomo, fino a diventare nostro cibo. L’atto di amore della donna di Betania ha la sua autenticità solo in lui, ne è solo corrispon­denza.

Poi prese il calice e, rese grazie, lo diede loro e ne bev­vero tutti. Il calice è il contenitore del vino che inebria e al­lieta l’uomo. Era un contenitore anche l’alabastro della donna di Betania; con esso l’abbiamo identifica­ta secondo la sua natura femminile di portatrice di vi­ta, ma solo nel sangue di Gesù che ci purifica rido­nandoci la gioia, la vita rimarrà vita.

E disse: «Questo è il mio sangue, il sangue dell’ alleanza versato per molti». Nell’episodio di Betania la donna «versò l’un­guento sul suo capo». Lo scorrere dell’unguento pro­fumato può essere collocato accanto allo scorrere del sangue del Signore, ma solo la fedeltà quotidiana al simbolo espresso nel gesto, lo porta alla stessa natura di offerta. L’espressione di Gesù sul «sangue dell’alleanza» richiama la consapevolezza della sua dignità sacerdo­tale, che abbiamo affermato venir implicitamente professata nel gesto d’amore della donna di Betania. Il testo si può confrontare con Es 24,8, dove si legge: Allora Mosè prese il sangue e lo sparse sopra il popolo dicendo: «Ecco il sangue del patto che il Signore ha stretto con voi».

La dignità sacerdotale «riconosciuta» dalla donna di Betania trova dunque nei gesti di Gesù, durante il pasto della cena pasquale, un suo compimento, ma questi gesti presuppongono l’attuazione del suo sacri­ficio cruento sul Calvario. I gesti di Gesù infatti in quanto connessi con quanto si verificherà sul suo cor­po, lo renderanno realmente presente col suo sacrifi­cio ogni volta che saranno ripetuti «in memoria di lui»  sino alla fine dei tempi. Ma Gesù conferendo anche al gesto della donna di Betania una connessione molto stretta con la sua morte e sepoltura, lo carica di una sorta di «perenni­tà», di fatto elevando a latitudini altissime la dignità dell’amore.

La dipendenza esplicativa dell’episodio di Beta­nia, quanto alla qualità dell’amore, con i gesti com­piuti da Gesù nell’ultima cena, trova infatti anch’essa la sua ragione più profonda nella remissione dei pec­cati.
Abbiamo già visto in Es 24,8 il rapporto tra san­gue e alleanza, ma leggiamo a proposito anche un versetto straordinario della Lettera agli Ebrei, l’ulti­mo scritto, sembra, del Nuovo Testamento, in cui al v. 9,26 si dice: Cristo è apparso per annullare il peccato una volta per . sempre nella pienezza dei tempi mediante il sacrificio di se stesso. La remissione totale dei peccati è indicata, nella versione di Luca del gesto della donna di Betania, co­me il movente principale dell’episodio; esso diventa così esemplare per tutti, giacché tutti veniamo reden­ti dal peccato, e per tutti la conseguenza è la ricono­scenza e la generosità che la donna ha avuto, sotto­mettendosi completamente al Signore. Versare l’unguento profumato di nardo sul capo di Gesù o cospargerne i piedi, indica infatti la com­pleta disponibilità verso colui che per primo ci ha amati e ci ha amati «annullando il peccato una volta per sempre nella pienezza dei tempi mediante il sacri­ficio di se stesso», e mostra una riconoscenza vissuta all’interno della medesima logica di amore. Tutto si può dunque trasformare per noi in un in­vito pressante a una risposta adeguata, come lo fu la risposta di colei alla quale «essendo stato perdonato di più, ha amato anche di più».

V. 26: E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte de­gli Ulivi.

Se da una parte i gesti compiuti da Gesù nella ce­na pasquale, consumata con i discepoli a Gerusalem­me, sono già anticipati dal gesto d’amore della donna di Betania (sul piano della logica dell’amore autenti­co), dall’altra essi sono anche profezia di quanto pre­sto si compirà sul Calvario. Gesù che nel racconto di Giovanni sembra preso dalla fretta, quando invita Giuda a fare subito ciò che sta per fare (Gv 13 ,27), si incammina invece solen­nemente, quasi in processione, verso il luogo del suo tradimento-tradizione, nel racconto di Marco. La scena è senza dubbio molto solenne. La «sacra liturgia» degli eventi storici della passione può comin­ciare. L’uso del verbo «uscire» («uscirono verso il mon­te») rende possibile una lettura di quanto sta per veri­ficarsi alla luce del libro dell’Esodo, il libro dell’uscita del popolo d’Israele dall’Egitto, ma anche della con­tinua uscita del medesimo popolo, da una situazione a un’altra, durante il peregrinare nel deserto fino al­l’ingresso nella terra promessa. Il testo più appropria­to lo troviamo inEs 3,12. Mosè, in una teofania inef­fabile, riceve la missione di far uscire gli israeliti dal­l’Egitto. All’obiezione dell’insignificanza della sua persona, Dio dà un segno: lo sarò con te e questa sarà la prova che sono io che ti mando: quando tu avrai tratto il popolo dall’ Egitto, voi adorerete Dio su questo monte.

Come, compiuto l’esodo, l’adorazione di Dio sul monte è la prova dell’autenticità della missione rice­vuta da Mosè, così l’uscita di Gesù con i discepoli «verso il monte» potrebbe essere la prova che il suo sacrificio è voluto dal Padre per la formazione di un popolo nuovo che lo adorerà e servirà. Al versetto successivo  v.27, si indicano già le ripercussioni immediate del sacrificio: Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno di­sperse».

Il testo citato da Gesù è preso dal profeta Zacca­ria (13,7), da un brano (vv. 7-9) in cui il Signore dice a proposito di Israele:

Insorgi, o spada, contro il mio pastore,

contro colui che è mio congiunto,

dice il Signore delle schiere.

Percuoti il pastore e sia disperso il gregge,

e volgerò la mia mano sopra i piccoli.

Ed avverrà in tutto il paese,

dice il Signore che due terzi vi saranno sterminati e periranno, un terzo vi sarà conservato.

Farò passare questo terzo per il fuoco

e lo purificherò come si purifica l’argento;

lo proverò come si prova l’oro.

Poi invocherà il mio nome ed io l’ascolterò. Dirò: «Egli è il mio popolo».

Ed egli dirà: «lI Signore è il mio Dio». .

In questa profezia è descritto quanto avverrà con e in conseguenza della passione di Gesù: il sacrificio di Gesù significherà prima la dispersione dei discepo­li, per l’insostenibilità in loro della situazione di «scandalo»; poi la creazione di un popolo nuovo, che, come Gesù nel suo ultimo grido, sempre ripeterà: «Il Signore è il mio Dio». L’annunzio di Gesù provoca sconcerto nell’animo dei discepoli, dei Dodici. Egli lo avverte, avverte la loro angoscia e immediatamente aggiunge: Ma dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea.