07 Set FESTA DELLA COMUNITA’, CORPO DEL SIGNORE
Festa della comunità, corpo del Signore. Marco 14,12-26
Il banchetto di comunione che sigla la «nuova alleanza» è preparato nella cena eucaristica, presentata dalla pericope evangelica marciana. Il quadro è elementare, costruito su un’antitesi: Giuda e i sacerdoti sono il simbolo del rifiuto, mentre i discepoli rappresentano la comunità riunita attorno all’eucaristia. L’iniziativa parte da Gesù che invita e fa imbandire liberamente la sua cena (vv. 12-16). Nel pane e nel calice condivisi dall’intera famiglia l’ebreo vedeva il dono di Dio nella liberazione esodica. Gesù, attraverso le nuove parole che accompagnano la Pasquaebraica, indica il dono nuovo di Dio, il corpo e il sangue del nuovo sacrificio, il sangue della nuova alleanza. Nella solitudine della «grande sala al piano superiore» (v. 15) nasce la nuova comunità umana vincolata a Dio in un modo nuovo ed ineffabile. Essa, celebrando la cena eucaristica pasquale, si prepara a «passare» col Cristo alla cena perfetta nel regno di Dio (v. 25). È in questa cena che la comunità si riconosce legata a Dio per sempre e connessa nel suo interno da un amore e una fraternità indistruttibili. Il discepolo davanti a questo mistero rivisita la sua vita e vi ritrova le due coordinate della sua vita: la carità che si fa dono fino alla radicale oblazione e la fraternità che realizza il sogno di Dio in Gesù, cioè fare uno tra noi e con Lui.
Il versetto 12 inizia indicando che si era nel «primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua», e il v. 17riferisce che Gesù giunse con i Dodici alla sera, secondo la prescrizione della torah: «si dovrà immolare l’agnello alla sera» (Es 12,6). Il nostro, ovviamente, è un discorso simbolico e non va spinto fino a pretendere di indicare letteralmente le intenzioni delle autorità sacerdotali.
Anche i vv. 13-16 costituiscono l’esplicitazione del tema: la dignità regale di Gesù. In essi si riferisce il fatto che i discepoli inviati da Gesù a preparare la sala per la celebrazione della Pasqua, vedono avverarsi proprio le circostanze da lui descritte. Lo stesso era avvenuto nella preparazione dell’entrata solenne di Gesù a Gerusalemme, un’entrata a dorso di asinello sul quale nessuno prima era salito, entrata che evidenziava già che Gesù entrava nella città come re messianico. Ma anche il fatto che in ambedue i casi la preparazione avvenga secondo circostanze descritte da Gesù in maniera profetica è un segno della sua messianicità. Esso richiama infatti un altro contesto di elezione e unzione regale, quella di 1Sam al c. 10, dove Saul viene confermato nell’autenticità della consacrazione regale ricevuta, dall’avveramento di circostanze indicate dal profeta Samuele. Subito dopo l’unzione, che abbiamo già visto, Samuele dice a Saul: Ed eccoti un segno che Dio ti ha consacrato condottiero sopra la sua eredità: Quando tu ti sarai allontanato da me, incontrerai presso la tomba di Rachele sul confine di Beniamino due uomini che ti diranno: Si sono già ritrovate le asine che cercavi. E al v. 7: Quando ti saranno accaduti tutti questi segni, fa’ quello che ti occorrerà di fare perché Iddio è con te.
Nella somiglianza con quanto qui raccontato, i vv. 13-16 servono probabilmente a ribadire la dignità regale di Gesù: certo preparano in modo adeguato all’importanza, fondamentale e costitutiva, della missione di Gesù come sacerdote e re messianico, di quella che noi chiamiamo «l’ultima cena» del Signore a Gerusalemme.
I vv. 18-21, la terza parte, possono pure essere visti anch’essi sotto la tematica della vittima pasquale, in una connotazione tuttavia molto drammatica e significativa del piano misterioso di Dio. Leggiamo dal v. 17: Venuta la sera egli giunse con i Dodici. In Marco sono presenti soltanto i Dodici. Ora mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse: «In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Non viene fatto il nome di Giuda, si sottolinea il numero Dodici: Gesù era giunto con i Dodici e sarà uno di loro, «colui che mangia» con lui, «colui che intinge nel piatto», che lo tradirà. Gesù rispetta l’anonimato, anche se provoca l’intero gruppo più intimo degli amici, mettendo li tutti in discussione: Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro: «Sono forse io?».
La risposta di Gesù provoca ancora di più il gruppo: Ed egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto». Ciò che nella risposta di Gesù viene sottolineato è che proprio un suo amico intimo lo tradisce; per i presenti questo significa che come intimi non hanno la garanzia di non tradirlo. Gesù cita d’altronde quanto è descritto nelsalmo 41 al v. 10: Anche il mio amico in cui confidavo e che mangiava il mio pane ha alzato il calcagno contro di me.Che ci avversi o perseguiti un nemico dichiarato o un estraneo avversi e perseguiti, lo si può accettare, ma non altrettanto che lo faccia l’amico. Il dramma più difficile da vivere è il tradimento da parte dell’amico.
La tinta escatologica del versetto seguente, il 21, sottolinea la valenza escatologica di tale dramma: Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! La duplice ripetizione dell’espressione «il Figlio dell’uomo» con cui Gesù si identifica, è un riferimento a Dn 7,13-14, dove «il Figlio dell’uomo» è presentato come colui che verrà «sulle nubi del cielo», realizzerà il giudizio e inaugurerà il regno ultimo e definitivo di Dio. Il tradimento compiuto nei confronti del Figlio dell’uomo all’interno della sua apparizione storica, assume necessariamente una dimensione escatologica. Certo, tutto avviene «come sta scritto di lui», nel contesto cioè della lotta contro il peccato e le sue conseguenze nel piano di riscatto di Dio. Ma la libertà dell’uomo rimane, rimane la possibilità di optare o meno per il riscatto; e chi lo tradisce non solo si oppone al riscatto, ma lo strumentalizza. Non si tratta di porre un giudizio di condanna nei confronti di chi lo tradisce, ma di intravvederne la realtà dell’abisso di perdizione. Il «guai» di Gesù nei suoi confronti, provocando la riflessione sull’abisso inevitabile di perdizione che si apre per il traditore, potrebbe anche dissuaderlo dal suo proposito.
La doppia valenza di realtà e di monito è anche nella frase terribile della fine del v. 21: Bene per quell’uomo se non fosse mai nato! Non è un giudizio di condanna da parte di Gesù, ma un richiamo fortissimo a non precipitare nell’abisso inevitabile per il traditore in conseguenza della propria scelta.