Guariento Mario | Domenica Ventiquattresima. Matteo 18, 21-35
Tutte le opere, i commenti, le riflessioni di Don Mario Guariento
guarientomario, gauriento, don guariento, guariento mario, mario guariento, liturgia guariento
1764
post-template-default,single,single-post,postid-1764,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,vertical_menu_enabled,side_area_uncovered_from_content,qode-theme-ver-7.6.1,wpb-js-composer js-comp-ver-5.2.1,vc_responsive
 

Domenica Ventiquattresima. Matteo 18, 21-35

14 Set Domenica Ventiquattresima. Matteo 18, 21-35

Viene chiamata «parabola del servo senza cuore», perché tratta di un uomo che, sebbene sia stato perdonato dal re per un debito impossibile da pagare, è a sua volta incapace di perdonare un compagno che gli deve una piccola somma. Il racconto sembra semplice e chiaro. Gli autori tuttavia continuano a discutere sul suo senso originale, poiché così come lo presenta Matteo, non quadra bene con l’invito di Gesù a «perdonare fino a settanta volte sette». La parabola, che era iniziata in modo tanto promettente con il perdono del re, termina tragicamente. Tutto finisce male. Il perdono del re non riesce a introdurre un comportamento più compassionevole tra i suoi subordinati. Il servo perdonato non sa avere compassione del suo compagno. Gli altri servi non glielo perdonano e chiedono al re di fare giustizia. Il re, indignato, ritira il suo perdono e consegna il servo agli aguzzini.
Per un momento sembrava che fosse iniziata un’era nuova di comprensione e mutuo perdono dove il perdono era dato settanta volte sette. Non è così. Alla fine, nessuno ha compassione: né il servo né i suoi compagni e neanche il re ascoltano l’invito a perdonare. Tutti pensano ingenuamente che il mondo sarebbe più umano se tutto fosse retto dall’ordine, dalla rigida giustizia e dal castigo di coloro che agiscono male. La negazione del perdono ci sembra a volte la reazione più normale e perfino la più degna davanti all’offesa, all’umiliazione o alla ingiustizia. Non è questo ciò che umanizzerà il mondo, non è questo il progetto di pace e di comunione di Dio. Una coppia senza mutua comprensione si distrugge; una famiglia senza perdono è un inferno; una società senza la compassione è disumana. Perdonare non significa fare giustizia. Perdono e giustizia non vanno confusi, vanno tenuti su piani diversi; è ingiusta una giustizia priva di misericordia. Il perdono è essenzialmente un lavoro interiore. La giustizia è qualcosa di esteriore, relazionale, interpersonale. Il perdono riguarda i sentimenti, le emozioni e le valutazioni interiori; la giustizia riguarda l’aspetto giuridico e istituzionale. E’ possibile ottenere giustizia senza perdono ed è possibile anche un perdono senza giustizia. Ma che significa perdonare? Perdonare è educarsi alla piena umanità. Il perdono guarisce, libera, sana la vittima. E’ un gesto di auto-guarigione. Consente a chi ha subito il male di liberarsi di pensare continuamente a chi ti ha fatto del male. Perdonare significa dunque congedarsi dal passato, perché questo non pregiudichi il futuro diventando per sempre il mio presente. Il perdono è opera di risurrezione. Chi mi ha offeso è come morto nel senso che non è più quello che io conoscevo, è un altro. Quante volte si sente dire dopo un tradimento: tu per me sei morto. Perdonare è opera di risurrezione, significa ridare vita a qualcosa che era morto. “Bisognava far festa perché questo tuo fratello era morto ed è tornata in vita”. Don Milani, nella Lettera ad una professoressa scrive: “Non c’è nulla di più ingiusto quanto fare parti uguali tra disuguali”. L’amore che presenta il conto ha cessato di essere amore.                                                                 

La poetessa polacca Wislawa Szymborska in una sua poesia, Sotto una piccola stella dice: Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria. Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante. Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo. Perdonatemi guerre lontane se porto fiori a casa. Perdonatemi ferite aperte se mi pungo un dito. Non accusarmi anima se ti possiedo di rado.