Guariento Mario | Domenica Ventiduesima. Matteo 16, 21-27
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Domenica Ventiduesima. Matteo 16, 21-27

27 Ago Domenica Ventiduesima. Matteo 16, 21-27

La risposta di Gesù è molto forte: «Togliti dalla mia vista, Satana». Non vuole Pietro davanti ai suoi occhi, perché lo fa inciampare, gli è d’ostacolo nel suo cammino. Hai un modo di pensare che non è quello del Padre, il quale cerca la felicità di tutti i suoi figli e delle sue figlie; tu sei come gli uomini, che pensano solo al proprio benessere.
Il pensiero di Gesù è chiaro. Chi cammina dietro di lui, ma continua ad attaccarsi alle sicurezze, mete e aspettative che gli offre la sua vita, può finire col perdere il bene più grande di tutti: la vita vissuta secondo il progetto di salvezza di Dio. Non è facile affacciarsi al mondo interiore di Gesù, ma nel suo cuore possiamo intuire una duplice esperienza: da una parte soffre per l’ingiustizia, le disgrazie e le malattie che fanno soffrire tanti, dall’altra confida totalmente in questo Dio Padre, il quale non vuole altro che sradicare dalla vita quanto è male e fa soffrire i suoi figli. Gesù era disposto a tutto per realizzare il desiderio di Dio, Padre suo: un mondo più giusto, degno e felice per tutti.

Lì, nella concretezza della vicenda di Gesù, si scopre la verità più profonda del reale, la verità e la legge più radicale della nostra esistenza, della nostra storia. Il darsi, il dare la vita è  l’ assoluto atto di amore nel quale il figlio si stabilisce nell’ intimità con il Padre.

Per questa sua paradossalità radicale, la croce di Cristo non è una spiegazione del dolore presente nel mondo, non è una scappatoia razionale di fronte all’ invadenza del male. Piuttosto è un dito inesorabilmente puntato contro quel male che ha assalito Dio medesimo. Ma questo significa che l’ amore di Dio ha abbracciato da sempre tutta la sofferenza del mondo, con amore divino libero, le cui dimensioni nessuno può scandagliare; un amore che, assumendo la sofferenza, può correre il rischio di tutte le stoltezze e i delitti della libertà umana; un amore che, per essere amore, ha bisogno di provare a tutto il mondo che l’ amore è più forte della morte. La sofferenza acquista in questo modo un senso non per se stessa, ma in quanto è atto d’ amore; il segno di un amore tanto grande da trasformare colui che ama in un essere-totalmente-per-gli-altri. Tuttavia il cammino dell’ uomo conserverà l’ asprezza della via crucis e la sofferenza continuerà in mille modi, frutto dell’ impotenza dell’ uomo e del suo potere, dal disordine della convivenza e delle leggi nelle quali è costretta. Una sofferenza che il Cristo non ama, ma che per amore accetta: se la creazione è ciò che conosciamo con i suoi dolori di natura e di libertà infrante, è perchè per Dio stesso era assolutamente impossibile che la via fosse diversa!

Siccome tale via non poteva sembrare che terribile e scandalosa, ha pertanto deciso di camminarvi per primo per farci sapere lui stesso che il fondo del mistero non costituisce, da parte di Dio, un abbandono, ma piuttosto consiste in una sponsale unione d’more che si attua in una stupenda e divina comunione. Questo lo comprenderemo quando saremo in Dio, oggi lo possiamo solo credere.