30 Ago IL MISTERO DELL’AMORE DEL PADRE davanti al dolore e alla morte.
L’uscire, l’essere cacciati dal paradiso, che sanzionava il disprezzo di un Amore di cui la libertà aveva sottovalutato e trascurato il prezzo, passava dal campo spirituale, che nella parabola doveva rimanere il suo, all’ordine biologico non senza qualche vantaggio. La morte naturale trovava nel peccato un significato simbolico; la funzione simbolica della morte rispetto al peccato era: peccare è equivalente a morire; ma poi il simbolo ha ceduto il posto alla causalità.
Cessando di essere un “luogo privilegiato” e diventando un simbolo iniziale dell’elezione d’amore che presiede fin dalle origini alla nostra creazione, il paradiso acquista la pienezza del suo significato. E’ l’annuncio velato, rivelato in Cristo, il simbolo del Cielo, della Gerusalemme celeste, della vita eterna presso Dio, promessa fin dalle origini dell’uomo dalla benevolenza del Creatore; è il simbolo della vita eterna a cui siamo chiamati da Dio per il fatto che ci crea. Ma poiché “questa è la vita eterna che conoscano te, l’unico vero Dio e Colui che hai mandato, Gesù Cristo” Gv 17,3, il Paradiso è lo stesso Cristo (vedi Ef 1,4.5.6 Col 1,15).
Conseguenze: l’esistenza del peccato non è causa della venuta di Gesù Cristo. L’incarnazione rimane anteriore e si radica in un disegno di Dio che intende fare di noi dei figli nonostante i nostri possibili rifiuti. Non dobbiamo la venuta di Cristo al peccato ma all’amore di Dio che si fa uomo per divinizzarci. Il peccato non spiega l’incarnazione ma fa sì che questa incarnazione sia redentrice.
Che il solo peccato non spieghi l’incarnazione apre alla storia umana un orizzonte che non si può più dimenticare!
Infatti non essendo solo redentore, il Cristo può rispondere ad un tipo di miseria che non è solo peccato, ma di finitudine, di miseria, di dolore, di povertà, di sofferenza, di morte, anche e soprattutto di quella innocente.
Non è per mascherare un difetto inerente alla nostra finitudine che Dio si è incarnato ma per associarci alla gloria della sua vita.
Ma porta una risposta sorprendente e imprevista all’angoscia che l’uomo prova, posto com’è nella sofferenza e nella morte.
Tu sei venuto fra noi
per snidare e uccidere la morte.
Anche a te la morte fa male
per questo sei amico
di ognuno segnato dal male.
Solo un abbaglio, o equivoco amaro
– quando non sia stoltezza –
fa dire di te che sei
la « divina indifferenza».
L’uomo, come afferma Peguy e terroso, più spesso impiastricciato e fangoso che cattivo; è più fragile e sofferente che perverso. Chi ha fatto l’uomo sarebbe meno sensibile di questo uomo stesso alla condizione sofferente e modesta, spesso scandalizzata, di una razza rinchiusa dalla vita nella morte?
Il cammino di storia che l’uomo deve percorrere ha nonostante la sua grandezza qualcosa di un calvario a motivo del suo prezzo di dolore, di sofferenza e di morte.
Certamente il desiderio di vivere, il gusto dell’essere, o anche semplicemente la gioia improvvisa di esistere, sono presenti e lo furono sempre per rianimare il coraggio degli uomini.
Ma perché Colui che ama tanto gli uomini non li assisterebbe in primo luogo nel loro dovere di esistere, agendo in segreto per mezzo dello Spirito nel cuore degli uomini? O lo fa solo per mantenerli aperti all’infinito, che loro sembra a volte tanto nascosto? O non lo fa anche per mantenere intatti nel loro cuore il coraggio di vivere e di sopportare, il potere di sperare, in mancanza dei quali la storia umana da millenni avrebbe avuto mille ragioni per perdersi di animo di fronte ad un compito tanto difficile?
Prima perciò di farci comunicare alla sua vita con la divinizzazione, o meglio affinché noi possiamo fare di più e più agevolmente, non vuole Dio comunicare per anticipazione nel Cristo alle pene e alle gioie immemorabili della umanizzazione? Entrando con noi nel peso naturale di un mondo da lui stesso creato, Dio, per il fatto stesso di incarnarsi, diventa fin dall’inizio della storia, l’accompagnatore assiduo e nascosto del destino millenario degli uomini.
Dal più profondo dell’esperienza umana e fin dai suoi più umili defunti, è in tal modo “con noi” condividendo in silenzio la nostra condizione storica, non solo in ciò che ha di esaltante, ma anche in ciò che ha di penoso, di tragico, e ben spesso di giustificatamente intollerabile.
Prima di riconciliarci con sé e al fine di farlo, in quanto diveniamo noi stessi peccatori, il Cristo è anche Colui per mezzo del quale Dio, fin dalle origini, si rende presente con estrema profondità ed estensione alla parte difficile della storia degli uomini; toglie così, per quanto sta in Lui, l’obiezione terribile che fanno pesare su di Lui, se vi rimane estraneo, la morte di finitudine e il dolore che sono naturali alla nostra condizione.
Se Dio ha accettato per farci esistere la via che sembra talvolta la più imprudente e la più scandalosa per la nostra libertà, una via che ci pare ad ogni modo la peggiore a causa dei dolori e di una morte per finitudine che vi incontriamo, possiamo essere sicuri che tale via è solo quella dell’amore perché in Dio non vi è altro che amore.
Se l’esistenza degli uomini implica un simile complesso di dolori e di morte, non è dunque per negligenza o per un difetto di creazione o per mancanza di amore da parte di Dio. La risposta cristiana al problema formidabile del male non può partire che dall’amore che questo problema mette in causa. Per spegnere, per quanto possibile, il focolaio di scandalo che sembra debba covare fino alla fine del mondo, irrompono nella mente le più folli audacie che la fede giustifica!
Se dunque Dio, rivelato come Amore, ha visto che potrebbe esistere una via migliore di quella da lui presa come Creatore e non lo ha fatto, osiamo dire che avremmo diritto, visto il calvario degli umili che costituisce la storia, di dubitare che Egli sia veramente l’Amore come dice di essere.
Ma poiché sappiamo che “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio perché chi crede abbia la vita eterna” (Gv 3,16), dobbiamo rovesciare l’affermazione precedente e affermare: se la creazione è ciò che conosciamo con i suoi dolori di natura e di libertà infrante, è perché per Dio stesso era assolutamente impossibile che la via fosse diversa!
Siccome tale via non poteva sembrare che terribile e scandalosa, ha pertanto deciso di camminarvi per primo per farci sapere Lui stesso che il fondo del mistero non costituisce, da parte di Dio, un abbandono ma piuttosto consiste in un immenso processo di genesi dell’altro, ai fini nuziali di una stupenda e divina comunione.
Questo lo comprenderemo quando saremo in Dio, oggi lo possiamo solo credere! Senza essere il migliore che vi sia nel campo dei puri possibili, che ci vengono in mente nelle ore di scandalo, il mondo di cui Dio accetta di essere per noi il responsabile, dal punto di vista della natura e della libertà, è il migliore che Egli veda.
Da quale angolazione lo vede in questo modo?
Da quella dell’amore infinito che ci porta e in cui ci assiste divenendo per così dire il Primo dei sofferenti, la co-vittima del suo mondo, ma a tal prezzo, il nostro Liberatore per sempre. Divinizzante!
Ecco allora la meravigliosa affermazione della 1Pt 1,17-21 “… del Cristo, predestinato prima della fondazione del mondo e manifestato alla fine dei tempi per voi”.
Il Padre che ci crea nel Cristo non ci deifica veramente che a condizione in primo luogo di salvarci.
Creazione — divinizzazione — salvezza sono eterni quanto l’amore di Dio.
Se il peccato è costituito dalla nostra finitudine che ci distoglie da Dio, la nostra salvezza è Dio che mai si distoglierà da noi. Anzi, meno Dio si vede amato, e più ama e più amerà un mondo che potrebbe adagiarsi nella colpa.
Prima che il mondo cominci ad esistere il Padre ha deciso di amare questo mondo più di sé, cioè più del suo Figlio. Ce lo consegnerà affinché così impariamo che l’amore più spossessato di sé, più staccato da se stesso (Gv 15,13) è da parte di Dio, l’unico segreto che spiega l’esistenza del mondo e la nostra elezione nel mistero del Cristo.
Così potremo compiere la nostra Pasqua verso Colui che, nella carne immolata di suo Figlio, “passa” a tal punto verso di noi.
L’Agnello “predestinato fin da prima della fondazione del mondo” rappresenta l’amore eterno di Dio per il mondo e il peso di dolori che questo mondo gli costa; non dice la condizione posta da Dio perché Dio possa amarci un giorno, ma il prezzo che paga egli stesso perché noi lo amiamo. L’emblema dell’Agnello non esprime in primo luogo ciò che a noi può costare la nostra Pasqua verso Dio, ma ciò attraverso il quale Dio decide di passare per venire fino a noi.
L’emblema simbolico dell’amore di Dio, che è anteriore alla nascita del mondo, si riduce ad un Agnello ferito!
Dio avrà nel suo Figlio, per mano di noi peccatori, il trattamento di animale da macello.
Disarmandosi Egli per primo della condizione di Signore, disarmerà anche noi dalla condizione di peccatori; rovesciando in tal modo le false evidenze del peccato, egli rifarà i nostri cuori sulla misura di Dio, perché, pur attraverso il patimento che gli proviene dagli uomini, entrerà nella immolazione di sé, che egli stesso vuole. “Passaggio” e più ancora “venuta” di Dio in un mondo che ignora che “Dio è Amore”, “l’Agnello” renderà possibile il destarsi salvifico degli uomini versoi colui che essi combattono.
Tutto si unifica e tutto si illumina alla luce di tale amore: non solo i testi che ce lo annunziano in questa simbolica tanto spesso denigrata dell’Agnello, ma anche e soprattutto le profondità creatrici di Dio.
Creando, Dio assume con la sua incarnazione i dolori che sono implicati dalla condizione di finitudine, ma ancor più profondamente, Dio si consegna tutto al dolore senza fondo, che gli arreca il peccato di questa finitudine.
Le nostre libertà ribelli saranno infatti convinte, è questa la speranza di Dio!, che solo l’Amore presiede al loro sorgere, solo se Dio stesso si immola per noi tramite suo Figlio. Per questo “l’Agnello presente prima della fondazione del mondo” e al quale il Padre per creare volge fisso lo sguardo, è il segno eterno che regge il mondo e la storia. Esso rivela che Dio accetta di diventare, in quanto Creatore, la Vittima della sua opera creata e che mai ci incolperà della via che deve prendere, per manifestarsi ai peccatori che noi siamo, quando dubitiamo di lui. In questo modo il simbolo dell’Agnello trafitto non è rivelatore delle nostre iniquità se non rivelando in primo luogo l’Amore che le dimentica e le lava.
Il simbolo dell’Agnello ha dunque prima di tutto un senso per Dio stesso.
Prima di mostrarci il libro aperto l’amore che dobbiamo a Colui che tanto ci ama, Dio mostra e vede egli stesso, nell’Agnello così predestinato, quell’abisso nel quale creando intende impegnarsi per noi e con noi insieme vi scorge e mostra l’amore che ci porta.
Un racconto chassidico, il Tallet, (manto dai cui 4 angoli pendono frange e nodi simboleggianti il nome di Dio) tratto da: A. Sonnino “Racconti chassidici dei nostri tempi”, racconta:
Il molto lodato Rabbi Jaakob, così raccontò ai suoi allievi una notte, del mese di Nissan (era una notte col cielo carico di stelle. E la luce delle stelle illuminava il cuore di Rabbi Jaakob).
«Voglio raccontarvi — disse — una cosa che per secoli è rimasta nascosta alla mente degli uomini. Voi sapete — proseguì — che ogni ebreo, dopo la sua preghiera rivolta a Dio, alle prime luci dell’alba, ripiega il suo tallet e lo ripone nella custodia.
Voi pensate che il tallet rimanga là, fino all’alba successiva, ma non è così».
« Nel pieno della notte, quattro Angeli sono inviati, da Dio, verso i quattro angoli della terra».
«Cosa vengono a fare?», timidamente chiesero gli allievi.
«l quattro Angeli vengono a prendere tutti i talledot che si trovano sulla terra, li riuniscono, formando un solo, ampio, gigantesco tallet e lo consegnano al Santo dei Santi».
«E che fa il Santo dei Santi di questo ampio gigantesco tallet?».
Rispose il Rabbi:
«Con esso, il Santo dei Santi, si ammanta e prega».
«E cosa dice nella sua preghiera il Santo dei Santi?».
«Ecco cosa dice: Ringrazio te, uomo della Terra, per le sofferenze che di continuo sopporti, e per l’opera che quotidianamente compì».
«Poi soggiunge: Aiutami, uomo a scendere presto sulla Terra».
La nostra libertà non è una cosa grande se non perché è la condizione dell’amore.
Comunque siano le conseguenze della nostra responsabilità, Dio non ci sottrae il peso della nostra libertà.
La libertà resta avvolta nel mistero perché mistero è l’uomo.
Cristo non ha mai dato una spiegazione agli orrori del dolore.
Ha pianto davanti a Lazzaro morto, davanti a Gerusalemme, si è contristato davanti alla vedova di Naim, si è commosso davanti alla fame…
Gesù ci ha solo mostrato come affrontarla.
Ha fatto di tutto per combatterla, poi l’ha presa sulle spalle, senza dire una parola!
Davanti a questo silenzio l’uomo non può che tacere e pensare che non soffre solo.
E ancora Cristo che soffre.
Cristo non ha lottato con l’uomo a chi era più forte.
E venuto per riempire la sofferenza con la sua presenza.
Egli abita nella nostra sofferenza e la salva.
Se la risposta di Dio alla sofferenza degli uomini è il suo figlio Gesù — la nostra risposta alla sofferenza è prendere parte al dolore degli altri — anche solo con il cuore. E amare al modo di Dio.