27 Ago Domenica Ventesima. Matteo 15, 21-28
Il racconto è sorprendente e ci manifesta come Gesù imparava la via concreta per essere fedele a Dio. Una donna sola e disperata gli va incontro. Sa fare solo una cosa: gridare e chiedere pietà. La sua famiglia è un inferno. Dal suo cuore lacerato sgorga una supplica: «Aiutami, Signore!». Gesù le risponde con una freddezza inattesa: deve dedicarsi «alle pecore perdute della casa d’Israele». La sua missione non è quella di addentrarsi nel mondo pagano: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini».
La frase è dura, ma la donna non si offende. È sicura che quanto sta chiedendo è buono e, riprendendo l’immagine di Gesù, gli dice queste parole meravigliose: «È vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Subito Gesù vede tutto sotto una luce nuova. E’ la conversione. Questa donna, forte e trasparente sa che l’amore non conosce terre straniere per fare germogliare la vita, che può trasformare il deserto in giardino fiorito, sa riempire i vuoti e colmare gli abissi. Gesù impara che cosa è la fiducia radicale dell’amore.
Commosso e ammirato le dice: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri».
Gesù, che pareva tanto sicuro della propria missione, si fa insegnare e correggere da questa donna pagana… dall’amore. La sofferenza non conosce frontiere. È vero che la sua missione è in Israele, ma la compassione di Dio deve raggiungere qualunque persona che sta soffrendo.
Gesù credeva sostanzialmente nelle persone, non nelle leggi ma nella bontà, nell’amore e nella compassione, non nella costrizione e nella condanna. «Abbi pietà di me. Mia figlia è tormentata terribilmente da un demonio». Questa donna in fondo perfino inopportuna, scacciata dai discepoli come molesta, prega per la figlia: un pregare che nasce esclusivamente da quella passione provocata dal bisogno, che non può smettere di aggrapparsi ad ogni speranza e di correrle dietro, anche a costo di mendicare come un cane. Una richiesta siffatta è spessissimo un tentativo di portare aiuto dove non c’è nessuna possibilità di aiuto, ma davanti a Dio è proprio così che abbiamo il diritto di pregare. Non che pregando così si conti su un esaudimento; nient’affatto. Si tratta, al contrario, di un pregare nel quale sembra certissimo il rifiuto; e tuttavia non si può smettere di pregare in questo modo da accattoni. E’ una preghiera senza pretese di essere esauditi. E’ un pregare che chiede solo pietà, senza risposta, cacciato via, e ciononostante cade ai piedi dell’altro e non si stanca di gridare: «Signore, aiutami». Questa donna non vuole niente per sé. Ma insopportabile è questa sofferenza che non tocca lei ma la sua creatura, e per questo deve esistere questa preghiera di scarsa efficacia solo per i mali delle persone che ci sono più prossime. Che cosa significa pregare? Perché ci sia vera preghiera, occorre che si attui un rapporto propriamente personale con il Dio vivente, dice Evagrio: un ascolto silenzioso, un grido di angoscia, una lode, e può essere anche la contestazione di Giobbe. La “disposizione” di cui abbiamo bisogno, fosse pure tra le più gravi preoccupazioni, è ricordarci che Dio ci ama, che noi non siamo soli, perduti, assurdi di fronte al nulla e all’orrore; che c’è un Padre al quale possiamo accedere con Gesù, in lui, mediante le profondità del nostro essere.