Guariento Mario | Quinta domenica dopo Pasqua. Giovanni 14,1-12
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Quinta domenica dopo Pasqua. Giovanni 14,1-12

05 Mag Quinta domenica dopo Pasqua. Giovanni 14,1-12

Il brano del vangelo di oggi ci presenta una scena immaginabile: gli apostoli sono irrequieti e spaventati, sentono che sono giunti alla fine, provano la sindrome dell’abbandono di Gesù e vorrebbero avere certezze e assicurazioni. Gesù li tranquillizza e promette che si ritroveranno insieme di nuovo presso il Padre e nello stesso tempo offre il rimedio per sconfiggere il complesso di abbandono: anche se egli va via, loro possono sperimentarlo sempre presente attraverso l’amore e attraverso la conoscenza della sua persona. “Quando vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò perché dove sono io siate anche voi. E voi conoscete la via.”. Casa e via sono i due simboli che usa Gesù per consolare i suoi discepoli angosciati. Gesù usa il termine «via» per la sua auto presentazione: «Io-Sono la Via». Noi conosciamo lui come Persona che abbiamo incontrato nella fraternità, nell’eucaristia, nell’ascolto della Parola. Prendiamo atto che da soli non possiamo arrivare alla Casa del Padre. Per questo dobbiamo trovarci qualcuno che ci prenda per mano e percorra insieme a noi un tratto di «Via». C’è sempre qualcuno che precede e si fa carico del primo passo e della prima iniziativa o, se si vuole, della prima fatica. Quando l’angoscia e l’ansia ci assalgono perché ci sentiamo abbandonati affettivamente e spiritualmente; quando il sogno di vita, l’amore, l’ideale in cui abbiamo creduto si spezza, restiamo soli e siamo tentati di attorcigliarci nell’angoscia e nella disperazione e sentiamo dentro di noi l’istinto di buttare tutto all’aria e sederci sulle rovine di noi stessi senza più lacrime da versare perché abbiamo gli occhi asciutti, è allora che dobbiamo ricordarci le parole di Gesù: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me». Questo è il miracolo dell’amore. Amare è rendere presente Dio. Ricordiamo che la casa del Padre non è un luogo, ma l’esperienza di una condivisione, la «via» non è un tragitto materiale, ma uno stile di vita, è la persona stessa di Gesù, colui che per primo ha fatto l’esperienza di comunione col Padre e l’ha comunicata ai fratelli e alle sorelle attraverso la sua «verità», il comandamento dell’amore e la comunicazione della sua «vita» regalata a Dio per conto dell’umanità. Gesù è «verità» perché manifesta il vero volto del Padre ed è «vita» perché egli introduce realmente nella sua comunione. Nessuno è più libero di chi regala la propria libertà per amore e sceglie il servizio come dimensione della vita. In questa dinamica, la casa resta l’obiettivo fondamentale, la «via» è il mezzo per raggiungerlo. La vita di ogni persona nella storia è un processo, un cammino verso la mèta: nessuno di noi è ancora «nella» casa che resta sullo sfondo quale mèta da raggiungere. Quando il discepolo di Gesù smarrisce la dimensione del servizio verso il mondo, confonde la «via» verso la Casa del Padre con i sentieri che conducono alla boscaglia della banalità o alla scenografia della mondanità allora l’anima viene soffocata proprio quando crede di avere raggiunto la sua realizzazione. Possano i nostri occhi saper vedere nel volto del Figlio il volto del Padre per riconoscere il nostro volto riflesso in quello di tutti i fratelli e sorelle sparsi nel mondo. L’Eucaristia che celebriamo, nella povertà del pane, del vino e della parola è l’inizio di questa via che conduce alla casa, ma è anche l’utopia che ci attira perché abbiamo nostalgia di arrivare alla Casa del Padre dove abiteremo il riposo di Dio e troveremo la nostra piena realizzazione, la nostra intima armonia. Il vangelo di oggi dipinge l’utopia ma anche l’esigenza: il bisogno di una casa stabile e sicura dove il nostro «io» possa perseguire una crescita in armonia e pienezza. La «casa» è l’emblema dei bisogni fondamentali della vita: protezione, sicurezza, continuità, affettività, riconoscimento, ruolo, identità. Possiamo dire che la casa è il prolungamento del vestito, simbolo della personalità e custodia del corpo: il «luogo» della propria identità. Una persona senza casa è una «non-persona» ed è un dramma a cui assistiamo giorno per giorno, segno del fallimento di uno Stato come «famiglia di famiglie». Tollerare che una sola persona possa perdere il diritto all’abitazione o che possa stare in una non-abitazione, è un delitto contro la civiltà. Il progetto di Gesù è dunque una casa, cioè un «luogo» di relazioni e di affetti, dove ognuno sarà se stesso all’interno di una rete di vita senza fine e dove, anche, non vi sarà uniformità, ma pluralità: la coralità comunionale dovrebbe essere l’anticipazione di futuro, il «già del non ancora», l’anticipo pregustato di ciò che si realizzerà dopo la morte. Questa sicurezza è «certa» perché Giovanni per tre volte dice che Gesù va a preparare «un posto» ed è per questo che può smantellare ogni forma di paura e di turbamento.