Guariento Mario | La trasfigurazione
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La trasfigurazione

04 Ago La trasfigurazione

La trasfigurazione è un racconto che descrive un evento che va oltre la persona di Gesù perché ne afferma la portata trascendente. In altre parole, l’autore ci dice che «quel» Gesù uomo sta anche sul versante divino. Non stiamo parlando di un fatto storico, che capitò a Gesù di Nàzaret, verificabile in laboratorio e quindi concluso e definitivo, in quanto accaduto una sola volta; in realtà Luca vi attribuisce un valore universale che riguarda quanti «ascoltano» Gesù e ne accolgono il vangelo. Con il racconto della trasfigurazione collocato nel contesto intenso della preghiera di Gesù, Luca dice che la trasfigurazione è un processo interiore con il quale Gesù entra nella logica di Dio, superando se stesso per il bene degli altri. «Parlava del suo esodo», significa che Gesù accetta definitivamente di essere parte integrante della storia del suo popolo, prende su di sé l’esperienza guidata da Mosè, si fa carico delle promesse e delle attese dei profeti e ora rinuncia alla sua realizzazione per sottomettersi totalmente e senza ambiguità al disegno originario di Dio che riguarda la felicità del genere umano. Così facendo porta a compimento sia la Toràh che in lui trova la roccia fondamentale, sia la profezia che ora diventa non più parola promessa e annunciata, ma «Parola-carne», Lògos incarnato. Da questo momento l’«esodo» di Gesù è segnato: dal monte della trasfigurazione si dirige alla città della risurrezione passando attraverso «l’immersione» nella valle della morte, da cui salirà sul monte degli Ulivi per l’ultimo passaggio sulla terra: l’Ascensione al Padre. La vita di Gesù è una ripresa della storia d’Israele e un paradigma nuovo per la storia della nuova umanità. Ora l’«esodo» di ricerca di Dio è finito, perché con Gesù sul monte Tàbor e sul monte Calvario Dio si fa trovare da quanti hanno il cuore di cercarlo.

Se gli apostoli possono vedere il volto trasfigurato di Gesù, gli uomini in ogni tempo e in ogni luogo possono contemplare lo stesso volto, trasfigurando se stessi davanti agli occhi degli uomini e delle donne che cercano Dio, ma spesso non lo trovano per colpa di quella parte di umanità  che, piuttosto che svelare il volto luminoso di Dio, lo nasconde e lo deturpa con la violenza, l’ingiustizia, il potere assurdo e l’egoismo assassino dell’uomo povero e debole.

La morale cristiana sorge da un avvenimento irreversibile che è la morte e risurrezione di Gesù: essa non è un sistema teorico di regole o comportamenti, non è un codice di vita elevato, non è nemmeno ascesi, ma soltanto la prospettiva della storia dal punto di vista di Dio, che trova il suo perno e il suo compimento nell’incarnazione e infine nella morte e risurrezione del Figlio di Dio. La morale, e quindi l’etica personale, diventano il luogo della testimonianza, dove la prospettiva pasquale è una proposta permanente della vita da vivere come evento condiviso con gli altri.

Morale pasquale significa che il cristiano, come credente in Gesù, accetta di entrare nella dinamica della volontà del Padre e la fa sua, affinché si realizzi l’alleanza come prospettiva di  salvezza che tutti include e nessuno esclude. Per questo il credente non può non stare dalla parte degli ultimi, dei diseredati, dei poveri, cioè dalla parte della maggioranza dell’umanità che una minoranza, in forza di un’etica egoista, ma spesso ammantata di religiosità, produce come scarto delle ingiustizie dei sistemi economici e sociali. La morale pasquale è rivoluzionaria perché non è un codice, ma una conseguenza, frutto di una trasformazione, di una «trasfigurazione». Essa capovolge il punto di vista e assume le Beatitudini, il Padre Nostro e il Magnificat come ordini di grandezza spirituale e per questo criteri di discernimento.

Il Cristianesimo è un processo permanente di conversione che si realizza in ogni situazione e che nessun «valore» storico può esaurire. Essere morali cristianamente significa affrontare le sfide quotidiane della morte negli avvenimenti e nelle relazioni interpersonali, assumerli su di sé e viverli nell’obbedienza che porta allo spogliamento totale di sé, fino a quella radicale povertà che il discorso della montagna dichiara «beata» nella prospettiva della risurrezione.

L’Eucaristia che celebriamo è la sorgente di questa dimensione morale perché non eseguiamo un rito di protezione, ma celebriamo il mistero pasquale nella forza e nella luce dello Spirito Santo che invochiamo con tutto il cuore perché impariamo a mettere a fuoco la natura della qualità morale della vita cristiana, su cui prolunghiamo la nostra attenzione, la nostra azione e la nostra preghiera.