Guariento Mario | Festa di Maria Assunta
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Festa di Maria Assunta

23 Ago Festa di Maria Assunta

Luca 1, 39 – 56

La scena è commovente. È stata composta da Luca per creare l’atmosfera di gioia profonda e di lode che deve accompagnare la nascita di Gesù. La vita cambia, quando è vissuta a partire dalla fede. Maria «saluta» Elisabetta. Le augura ogni bene, ora che sta aspettando un figlio. Il suo saluto riempie di pace e di gioia tutta la casa. Anche il bambino che Elisabetta porta in grembo «sussulta di gioia». Elisabetta termina esclamando: «Beata colei che ha creduto». Maria è felice perché ha creduto. È là che ha le radici la sua grandezza, e Elisabetta sa apprezzarla. Queste due madri ci invitano a vivere e a celebrare, partendo dalla fede, il mistero di Dio incarnato in Gesù. Beato il popolo in cui vi sono madri credenti, che portano la vita, capaci di irradiare pace e gioia. Beata la Chiesa in cui vi sono donne «benedette» da Dio, donne felici, che credono e trasmettono la fede ai loro figlie alle loro figlie. Maria è grande non solo per la sua maternità biologica, ma per aver accolto con fede la chiamata di Dio a essere madre del Salvatore. Maria ha saputo ascoltare Dio, ha custodito la sua Parola nel proprio cuore; l’ha meditata; l’ha messa in pratica, realizzando fedelmente la sua vocazione. Maria è Madre credente, evangelizzatrice. Maria offre a tutti la salvezza di Dio, che ha accolto nel proprio Figlio. È questa la sua grande missione e il suo servizio. Maria evangelizza non solo con i suoi gesti e le sue parole, ma perché ovunque va porta con sé la persona di Gesù e il suo Spirito.

È questo l’essenziale dell’atto dell’evangelizzazione. Maria, portatrice di gioia. II saluto di Maria comunica la gioia che promana dal suo Figlio Gesù. È stata lei la prima ad ascoltare l’invito di Dio: «Rallegrati, il Signore è con te». Anche ora, con un atteggiamento di servizio e di aiuto a quelli che ne hanno bisogno, Maria irradia la Buona Notizia di Gesù, il Cristo, che porta sempre con sé. Per la Chiesa è il migliore modello di un’ evangelizzazione gioiosa. Beato colui che crede. II filosofo francese B. Pascal ebbe il coraggio di dire che «nessuno è felice quanto un cristiano autentico». Ma chi può crederlo oggi? La stragrande maggioranza pensa piuttosto che la fede· abbia poco a che vedere con la felicità. In ogni caso, la si dovrebbe collegare con una salvezza futura ed eterna che resta molto remota, ma non con la felicità concreta di questo momento che ci interessa. Non solo. Sono in parecchi a pensare che la religione sia un ostacolo a vivere la vita in modo intenso, poiché limitala persona e uccide la gioia di vivere. Certamente, con il loro modo di vivere, i cristiani non sembrano mostrare che la fede racchiude una forza decisiva per affrontare la vita con piacere e pienezza interiore. Molti ci vedono piuttosto come ci vedeva Friedrich Nietzsche, secondo il quale i credenti sono «persone più incatenate che liberate da Dio.» 

Quanti credono che Dio cerchi solo ed esclusivamente il nostro bene, che non sia un essere geloso, il quale soffre quando godiamo, ma che ci vuole fin da ora gioiosi e felici? Sono convinto che una persona sia pronta a prendere sul serio Gesù quando intuisce che in lui può trovare quello che ancora le manca per conoscere una gioia più piena e vera. Il saluto a Maria: «Beata colei che ha creduto», può estendersi in qualche modo a ogni credente. Nonostante le incoerenze e l’infedeltà delle nostre vite mediocri, beato anche oggi colui che crede dal fondo del proprio cuore. Stiamo vivendo tempi in cui per molti l’unico modo per poter credere veramente consisterà sempre più nell’imparare a credere in modo diverso. Già il grande convertito John R. Newman segnalava questa situazione, quando avvertiva che una fede passiva, ereditata e non ripensata, tra le persone colte sarebbe finita nella «indifferenza», e tra le persone semplici nella «superstizione». La fede è sempre un’esperienza personale. Non basta credere in quello che altri predicano riguardo a Dio. Ognuno, in definitiva, crede solo a quanto davvero crede in fondo al cuore davanti a Dio, non quello che sente dire da altri. Per credere in Dio è necessario passare da una fede passiva, infantile, ereditata, a una fede più responsabile e personale. Questa è la prima domanda: io credo in Dio o in quelli che mi parlano di lui? Non tutto è uguale nella fede. Bisogna saper distinguere quello che è essenziale e quello che è accessorio; e, dopo venti secoli, c’è molto di accessorio nel nostro cristianesimo. La fede di chi confida in Dio si pone al di là delle parole, delle discussioni teologiche e delle norme ecclesiastiche. Ciò che definisce un cristiano non è la sua virtù o la sua osservanza, ma se vive confidando in un Dio vicino dal quale si sente amato incondizionatamente. E questa può essere la seconda domanda: ho fiducia in Dio o resto invischiato in altre questioni secondarie? Nella fede, l’importante non è affermare di credere in Dio, ma sapere in quale Dio si crede. Non c’è nulla di più decisivo dell’idea di Dio che ognuno si fa. Se credo in un Dio che è amore e perdono, vivrò amando e perdonando. Credo forse in un Dio che risponde alle mie ambizioni e interessi o nel Dio vivente, rivelato in Gesù?

La fede, d’altra parte, non è una specie di «capitale » che riceviamo nel battesimo e di cui possiamo disporre per il resto della vita. La fede è un atteggiamento vivo che ci mantiene attenti a Dio, aperti ogni giorno al suo mistero di vicinanza e amore per ogni essere umano. Maria è il miglior modello di questa fede viva e confidente. È la donna che sa ascoltare Dio in fondo al proprio cuore e vive aperta ai suoi disegni di salvezza. Sua cugina Elisabetta la loda con queste parole memorabili: «Beata colei che ha creduto». Beato anche tu se impari a credere. È la cosa migliore che ti possa avvenire nella vita. Accompagnare a vivere. Uno dei tratti più caratteristici dell’amore cristiano è quello di sapersi accostare a chi può avere bisogno della nostra presenza. È questo il primo gesto di Maria, dopo aver accolto con fede la missione di essere madre del Salvatore: mettersi in cammino e raggiungere in fretta un’altra donna che in quel momento ha bisogno del suo aiuto. C’è un modo di amare che dobbiamo ritrovare ai giorni nostri, e che consiste nell’«accompagnare a vivere» chi si trova immerso nella solitudine, bloccato dalla depressione, prigioniero della malattia o, semplicemente, senza gioia e senza speranza. Oggi stiamo contribuendo a consolidare tra gli uomini una società fatta solo per i forti, i vincenti, i giovani, i sani e quelli che sono capaci di godersi la vita. Stiamo promuovendo quello che è stato chiamato da Jurgen Moltmann il “segregazionismo sociale”. Cerchiamo di circondarci di persone senza problemi, che non mettano in pericolo il nostro benessere, e cerchiamo di vivere sufficientemente appagati. Purtroppo così non è possibile sperimentare la gioia di trasmettere e dare vita. Si spiega il fatto che molti, pur avendo raggiunto un livello elevato di benessere, hanno l’impressione che nella noia la vita stia sfuggendo dalle loro mani. Colui che crede nell’incarnazione di Dio, il quale ha voluto condividere la nostra vita e farsi nostro compagno nell’indigenza, si sente chiamato a vivere in un altro modo. Non si tratta di fare «cose grandi». Forse, semplicemente, offrire la nostra amicizia a quel vicino immerso nella solitudine, stare vicino a quel giovane che soffre di depressione, avere pazienza con questo anziano che cerca qualcuno che lo ascolti, restare vicino a quei genitori che hanno il figlio in carcere, rallegrare il volto di quel bambino triste, segnato dalla separazione dei suoi genitori… Questo amore, che ci porta a condividere i pesi che deve sopportare il fratello, è un amore che «salva poiché libera dalla solitudine e porta una nuova speranza in chi soffre, poiché si sente accompagnato nella sua afflizione.