Guariento Mario | FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA
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FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA

28 Dic FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA

La festa di oggi ha il senso di indirizzarci alla comprensione sempre più profonda del mistero dell’incarnazione. Gesù non fu un bambino prodigio, ma un figlio normale in una normale famiglia.
Sapendo che Gesù è nato e cresciuto in una famiglia ordinaria di popolo, possiamo bene immaginarci momenti di vita intimi, forti, tesi, banali, ovvi, densi di sentimenti e anche pesanti. Tutto ciò rende Gesù più accessibile alla nostra esperienza e alla nostra fede. È la sua realtà pienamente umana che ci permette di «vedere Gesù». Possiamo anche vederlo e sperimentarlo come Figlio di Dio che guarisce le ferite, rinnovandoci dall’intimo di noi stessi , facendoci prendere coscienza che peccato è pretendere di porre in atto le realizzazioni della nostra vita, indipendentemente dal suo comandamento dell’amore. Lasciamoci visitare da Gesù che è la Misericordia del Padre venuta per «me».
«Quando furono compiuti i giorni prescritti»… Come ogni donna ebrea osservante, Maria, trascorsi quaranta giorni, deve presentarsi al tempio per purificarsi in obbedienza alla Toràh. Con sé porta anche il figlio che, essendo maschio primogenito, è «proprietà» del Signore. Al compimento del primo mese di vita il bambino doveva essere riscattato con cinque sicli. Luca non cita questa prescrizione del riscatto in denaro, ma la sostituisce con la «presentazione» di Gesù nel tempio del Signore. Nel gesto di una donna del popolo che ubbidisce alle prescrizioni della Scrittura si compie l’attesa dell’umanità. Nella banale vicenda di una donna che compie un rituale post partum si compie la profezia messianica. Chi porta avanti la storia non sono i potenti, le caste religiose.

La storia è trainata dai poveri e dagli umili, da coloro che per il mondo non contano. Cosa c’è di straordinario in una ragazza ebra appena quattordicenne che partorisce e che va al tempio per adempiere alla Legge? Nel gesto anonimo di quella ragazza ebrea c’è il mistero del compimento del tempo: l’eternità si salda con il tempo e Dio diventa contemporaneo nostro, mentre noi diventiamo interlocutori storici di Dio. Da questo momento, da quando la ragazza ebrea si reca al tempio, la storia cambia corso, impercettibilmente, ma anche inesorabilmente. È la storia dei poveri di Yhwh, gli uomini e le donne che vivono la vita e non l’apparenza.

Il messaggio è di grande attualità pedagogica: i figli non appartengono ai genitori che li partoriscono, ma sono «proprietà» di Dio che li concede «in affido»;  i genitori sappiano che non possono educarli «secondo la loro immagine», ma sono  chiamati a servizio dei figli affinché essi possano crescere «a immagine e somiglianza di Dio».
Anche i figli hanno il diritto di vedere riflessa l’immagine di Dio nel volto dei genitori perché hanno diritto di vedere il volto di Dio loro Padre. Il racconto è dominato da due figure straordinarie: Simeòne, un uomo, e Anna, una donna, quasi a dire che tutto il genere umano è associato alla loro profezia e all’ingresso della salvezza nel tempio, cioè nello spazio della storia.

La salvezza, vista da Simeòne, è «preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti»  ed è un esplicito accenno al «Servo di Dio», descritto da Isaìa che lo presenta come «luce delle nazioni» (Is 1,1-6). La stessa espressione ritorna anche nel 2° canto: «Io ti renderò luce delle nazioni» (Is 49,1-6). Questo esplicito richiamo al «Servo Sofferente» rafforza e unifica i temi della «gloria» e dell’umiliazione di Dio fino alla morte in croce. In questo modo vi è un rimando fedele alla teologica del Servo Sofferente di Do e la presentazione al tempio del bambino Gesù che così ne diventa l’anticipo e la premessa. Il bambino appena nato deve fare i conti con la «spada» che trapasserà l’anima di sua madre Maria. Il cammino della madre diventa parallelo a quello del Figlio: trafitta dalla spada, la madre anticipa e prefigura il Messia trafitto dalla lancia che sarà il segno con cui attirerà tutti a sé: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

Si salda così il ministero di essere luce per le nazioni con la vocazione di essere segno di contraddizione, cioè strumento di verifica e di verità per il suo popolo. La Scrittura, se letta nello Spirito Santo, anticipa sempre la nostra vita, di cui conserva il codice e le coordinate: è sufficiente che non ci attardiamo sulla polvere della superficie della vita nostra, ma sappiamo essere capaci di scendere al livello profondo del pozzo della nostra anima per trovare la dimensione che ci permette di cogliere il mistero della Presenza di Dio là dove s’identifica con il mistero del nostro cuore e della nostra vita d’amore. La figura di Anna è complementare a quella di Simeòne perché serve a estendere la simbologia: il bambino è accolto nel tempio non solo dal sacerdote, ma anche da una donna che annuncia quel bambino come «redenzione di Gerusalemme» (Lc 2,38). Si ha così la rappresentatività di tutto il genere umano: un uomo e una donna, quasi novelli Àdam ed Eva, cioè l’umanità intera accoglie il bimbo presentato e riscattato. Simeòne non è sacerdote, ma sia lui sia Anna incarnano il «vero culto del tempio» che è  servire  Dio in verità e amore. Il brano termina con il ritorno a Nàzaret.

Da questo momento si perdono le tracce di Gesù fino a quando, uomo trentenne, ricomparirà sulle vie della «Galilèa delle Genti» come rabbì itinerante che predica il «vangelo del Regno». Tutto questo lungo silenzio non è altro che il prolungamento della «kenòsi» : un Dio nascosto che impara l’arte di vivere come un uomo qualsiasi per essere uomo alla portata di tutti. Tutta la vita impegnata ad apprendere il mestiere di uomo come tutti gli altri, per prepararsi a servire gli uomini e le donne con un servizio che implicherà il dono della sua stessa vita. Sta qui la serietà di Dio, del Dio di Gesù Cristo che prima di alzarsi da tavola per lavarci i piedi e regalarci la sua vita, impiega circa trent’anni per imparare il mestiere di servire. Ora e solo ora possiamo comprendere la sua parola: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore».