Guariento Mario | EPIFANIA
Tutte le opere, i commenti, le riflessioni di Don Mario Guariento
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EPIFANIA

07 Gen EPIFANIA

Tra Natale e l’Epifania c’è un legame profondo simile a quello che intercorre tra Pasqua e Pentecoste. A Natale prendiamo atto dell’incarnazione del Figlio di cui veniamo a conoscere il volto, il nome e la missione. All’Epifania, volto, nome e missione acquistano una dimensione universale. A Natale c’è l’Uomo consegnato da Dio all’umanità e quindi è considerato singolarmente nella sua natura; all’Epifania quest’Uomo è visto dalla prospettiva umana che lo riconosce «Dio», venuto con una missione specifica: dichiarare l’amicizia di Dio verso il mondo. A Natale c’è ancora il rischio del particolarismo e dell’identità giudaica di Gesù che può identificarsi in modo esclusivo, nazionalista, in una cultura e in un movimento di civiltà. All’Epifania questo rischio è scongiurato: il bimbo nato giudeo da giudei, osservante della Torah, valica i confini del «particolare» d’Israele e accoglie i Magi che vengono dall’Oriente e che non appartengono alla tradizione ebraica. Come Pasqua è la presa di coscienza della liberazione di Dio e la Pentecoste è la stessa liberazione affidata come missione per tutti i popoli della terra, così a Natale prendiamo atto che Gesù è nato ebreo per sempre e all’Epifania che questa nascita è un progetto di alleanza per tutti i popoli, per tutte le culture e nazioni.
L’Epifania è il superamento definitivo dell’identità cristiana con una civiltà particolare e seppellisce per sempre i tentativi maldestri di rinchiudere il cristianesimo nella prigione di una cultura o segmento di civiltà. Dio assume per sé ogni cultura, religione, movimento, aspirazione per mettere in atto l’inevitabile e ineluttabile pellegrinaggio di unità di tutti i popoli verso il «monte di Isaia» ( Is 2,1-4).
Al vangelo di Cristo che non mortifica una civiltà a favore di un’altra si può bene applicare, parafrasando, l’affermazione sublime di Terenzio Afro: sono uomo e nulla di ciò che è umano mi è estraneo. Qui Terenzio sa cogliere l’anelito di Dio che c’è in ciascuna cultura e identità di popolo per portarla a compimento oltre i confini del singolo popolo per fare di tutti i popoli il Regno di Dio. San Leone Magno papa dice che nell’Epifania «la grande massa delle genti» entra «nella famiglia dei Patriarchi» e ottiene la «dignità del popolo eletto». Nel giorno dell’Epifania, i Magi sono il volto di tutti i pagani e di tutte le genti che entrano nell’elezione d’Israele, con gli stessi diritti e doveri del popolo di elezione. Oggi tutti diventiamo eredi delle promesse, tutti diventiamo figli dell’unico Padre. Solidali con il mondo degli uomini e delle donne, noi che abitiamo nel mondo, con gli occhi rivolti alla patria del cielo, andiamo spiritualmente per le strade dell’umanità a cogliere ogni segmento dell’immagine e somiglianza che Dio ha seminato nel cuore di ciascuno. Carichiamoci del peso del mondo e domandiamo perdono per noi, per la Chiesa e per lo stesso mondo affinché la misericordia divina ci liberi da ogni forma di particolarismo e ci apra al respiro della fraternità/sonorità che si fonda sulla paternità di Dio. Invochiamo il perdono e la pace su di noi, mentre ci riconosciamo peccatori davanti alla Maestà divina.
L’Epifania spezza definitivamente l’immagine della chiesa come struttura funzionale. Al contrario la festività di oggi espone la teologia universalistica del racconto dei Magi e impone la purificazione del pensiero, la liberazione della Chiesa stessa da ogni legame innaturale con i potenti che il Signore del Magnificat rovescia dai loro troni e guida quanti credono nel messaggio alla comprensione della fede come categoria universale e non nazionale o particolare; questa teologia universalistica non ammette altro metodo che non sia quello dell’accoglienza senza confini, senza limiti, oltre ogni cultura e qualsiasi sentore di antistoriche civiltà. Celebrare l’Eucaristia è rivivere ogni domenica l’anelito dei Magi che, come Abramo, lasciano il loro paese, la loro patria, il loro padre per venire ad adorare colui che si fa oggi e qui Parola e Pane per essere a disposizione di ciascuno di noi, a condizione che i doni portati siano il segno di un cuore universale, aperto all’avventura di Dio perché accogliente dell’esperienza umana, dovunque essa sia vissuta o sofferta. E noi entreremo nella casa degli uomini e apriremo cuori, per continuare a sperare ed amare. E tutto faremo per dono: illuminando volti, interpretando segni e ricercando riflessi invocanti in sguardi che attendono condivisioni e speranze, attuando presenze per chi tende mani, mentre abbraccia solo vuoti fantasmi. E potremo ritracciare nuovi percorsi, ricongiungere sentieri interrotti, per ritrovare armonie nel cammino di vita, con sguardi rivolti a quel Dio-bambino, punto-orizzonte-centro polare, che allora come oggi, da spazi diversi, convoca ed attende per attuare incontri di universale salvezza.