Guariento Mario | Domenica XXXIV. Luca 23, 37-44
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Domenica XXXIV. Luca 23, 37-44

18 Nov Domenica XXXIV. Luca 23, 37-44

Tutto il vangelo di Luca è strutturato come un solo viaggio da Nazaret a Gerusalemme, la città del destino di Dio e dell’uomo: la città dell’uomo-Dio, Gesù Cristo. Il viaggio ora è compiuto e la mèta raggiunta: Gesù è nella santa Gerusalemme dove, paradossalmente, termina il suo «esodo» così come lo aveva cominciato. Prima di partire Gesù subì le tre tentazioni del pane, dell’onnipotenza e del potere alle quali resistette con la potenza dello Spirito Santo appena ricevuto nel Battesimo del Giordano. L’assalto del maligno si concludeva con una annotazione di Luca misteriosa e ambigua: «Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato». L’espressione «fino al momento fissato» che si potrebbe tradurre più letteralmente con «fino all’occasione propizia», la quale si realizza addirittura nella città santa: l’occasione della morte di Gesù per mano della religione e del potere romano. Le richieste sono le stesse avanzate dal diavolo nelle tentazioni del deserto: «Se tu sei Figlio di Dio».     Anche al momento della morte Gesù deve scegliere: o la dimostrazione vanitosa dell’onnipotenza, rinnegando così la sua incarnazione, o l’impotenza dell’umanità anche a rischio di oscurare il volto di Dio. Nelle tentazioni Gesù sceglie la sottomissione alla Parola di Dio: «Sta scritto» ripetuto tre volte. A Gerusalemme accetta la croce del fallimento come dimensione propria del Dio incarnato e resta in silenzio, muto come l’agnello condotto al macello di Isaia. Per salvarsi dalla morte, Gesù avrebbe dovuto venire meno alla sua identità di Figlio per adeguarsi alla mentalità del mondo, ma egli, che non è «del mondo», resta in silenzio. Il silenzio di Dio è rotto solo da un sussurro di salvezza comunicata al secondo malfattore: «Oggi con me sarai nel paradiso». L’iscrizione sulla croce sostituisce la formula di consacrazione e di investitura come avvenne nel battesimo, quando il Padre fece udire la sua voce: «Tu sei il mio Figlio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento», o come nella trasfigurazione prima d’intraprendere l’esodo verso Gerusalemme, quando dalla nube si udì la voce del Padre che investiva il Figlio come suo Messia: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo». Ora non c’è più la voce del Padre, perché il Figlio deve sperimentare la condizione umana fino in fondo, senza sconti e senza scorciatoie: per incontrare gli uomini, anche Dio deve passare attraverso la solitudine, l’abbandono, il fallimento, la disperazione, la derisione, la burla e la morte. Gesù è solo con la sua missione di Figlio e con la sua regalità derisa: «Il re dei Giudei è costui». Chi può credere a questo re crocifisso, tra due malfattori? Tutto complotta per accreditare Gesù come ingannatore e bestemmiatore.                                                   «Oggi con me sarai nel paradiso». Gesù non dice oggi tu sarai salvo, oggi sarai libero, oggi tornerai a casa, ma solo «sarai con me»: la mia vita diventa la tua, la tua vita diventa la mia. Insieme, nell’unico regno possibile: quello del perdono e dell’accoglienza, il regno della dignità che sa riscattare con una parola anche un brigante sull’orlo della morte. Nella risposta di Gesù c’è una parola, un avverbio di tempo, «oggi» che teologicamente e spiritualmente è tanto pregnante da formare un criterio di lettura di tutto il vangelo di Luca che, infatti, può essere letto alla luce di questo «oggi» che ci dà la dimensione dell’attualità della Parola di Dio.

L’avverbio di tempo «oggi» è «l’oggi» di Dio, l’occasione propizia, il momento favorevole», il tempo che scandisce l’eternità su due versanti: quello umano e quello divino. Oggi, noi dove siamo? Dove vogliamo essere? Con chi vogliamo essere? Qual è il nostro «oggi» di persone, di coppia, di genitori, di figli, di amici, di testimoni di Cristo nel mondo? Abbiamo tutto il giorno di «oggi» per riflettere e pregare e stare ai piedi della Croce, il trono del fallimento di Dio come premessa della sua investitura regale, e nello stesso tempo il trono del perdono senza condizioni. «Oggi» è il nostro giorno, l’unico che conta.