Guariento Mario | Domenica XXXII. Luca 20, 27-38
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Domenica XXXII. Luca 20, 27-38

10 Nov Domenica XXXII. Luca 20, 27-38

E si fece carne, figlio di una donna ricolmata di Spirito, e fu fratello, padre, sposo di ogni umanità. Sospirò e amò da uomo, si donò da Dio, morì abbandonato, anche da amici scelti ed amati. Ma a tutti ha giurato fedeltà e risurrezione, per sempre appartengono, e pertanto sono ricolmi della pienezza del suo Spirito. Le tensioni d’amore, le gioie della comunione di vita, i doni dell’Amore possono trovare in Lui convergenza vitale, senso di esistenza, riscatto da limiti e da colpe. Oltre ogni sterile caso o costruzione logica dei Saducei, Gesù si propone come la liberalità di Dio che ama donando e rende vivente ogni persona, termine costante del suo alito di vita. E come ora, nel tempo, così oltre ogni tempo, Egli continua a risorgere e a fare sorgere: donazioni interrotte di frammenti divini. Mentre l’uomo contempla, s’incanta e canta meraviglie per l’azione divina, perché ogni uomo, ogni legge, ogni cadenza ha termine e si spazia tra infiniti insieme all’Infinito, e l’uomo diventa finalmente consapevole del destino eterno suo e di ogni vivente, comprende di essere figlio di Dio. E da figlio, per sempre ama, a cominciare da oggi. Le parole di Gesù oggi ci servono da ammonimento santo e gioioso. Da una parte, il cielo è una «novità» che si situa al di là di qualunque esperienza terrena, ma, d’altra parte, è una vita «preparata» da Dio per il compimento pieno delle nostre aspirazioni più profonde. La caratteristica della fede non consiste nel soddisfare ingenuamente la curiosità, ma nel nutrire il desiderio, l’aspettativa e la speranza fiduciosa in Dio. Dio è amante della vita, ha compassione di tutti quelli che non sanno o non riescono a vivere in modo degno, desidera solo che gli uomini scoprano nuovamente la via della vita. Non cogliamo l’assurdità della nostra vita quando cantiamo a Colui che crea e risuscita la vita e, allo stesso tempo, contribuiamo a generare fame, sofferenza e degrado nelle sue creature. È una cosa prodigiosa amare, gioire, creare una famiglia, lottare per un mondo migliore. L’amore è l’esperienza più profonda dell’essere umano, l’esperienza in cui egli si realizza pienamente. Poter amare ed essere amato in modo intimo, pieno, libero e totale: è questa la nostra aspirazione più radicale. Ma c’è qualcosa che non possiamo eludere: la sofferenza e la morte. Dai limiti e dall’oscurità della ragione umana, i credenti si aprono con fiducia al mistero di Dio. L’invocazione del salmista lo dice chiaramente: «Mio Dio, in te confido: che io non resti deluso!» La nostra pienezza finale si pone al di là di qualsiasi esperienza terrena, anche se la possiamo evocare, sperare e anelare come l’affascinante compimento in Dio di questa vita che oggi si trova in noi. Se in qualche modo possiamo immaginarci il cielo, esso dev’essere esperienza piena di amore: conoscere la comunione gioiosa con Dio e con le creature, sperimentare la gioia dell’amicizia e l’estasi dell’amore in tutte le sue dimensioni. Il cielo è la festa di una creazione senza morte, distacchi e dolore; la festa dell’amicizia tra tutti i popoli, razze, religioni e culture; la pienezza della creatività e della bellezza; la gioia della libertà totale.