Guariento Mario | Domenica XXIII. Luca 14, 25-33
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Domenica XXIII. Luca 14, 25-33

02 Set Domenica XXIII. Luca 14, 25-33

Domenica XXIII. Luca 14, 25-33

Con un crescendo simile a quello di una grande musica, il brano del vangelo di questa domenica giunge a proporre a tutti, credenti e cercatori di Dio, fedeli e curiosi indagatori dell’infinito, il radicalismo della scelta cristiana. In una parola, oggi siamo invitati a riflettere su quale sia lo spessore della nostra capacità di discernimento alla luce delle condizioni che Gesù pone per far parte della sua comunità profetica chiamata «regno di Dio»: la relativizzazione dei vincoli familiari, il metodo della croce e la libertà. Si può rimanere sconcertati e perfino amareggiati di fronte a tale proposta, soprattutto se per «croce» si intende, come spesso ci è stato detto, tutto ciò che di negativo, di mortificante, di rinunciatario ci viene richiesto dalla vita reale. La croce è diventata nei secoli il simbolo del «dir di no alla vita». Quanto «dolorismo» cattolico è passato attraverso questa interpretazione del «portare la croce» per essere discepoli del Signore! Ma «la croce non è il simbolo della coscienza infelice, è il simbolo di un progetto di esistenza. È un altro modo di concepire la vita che «sfida» le sapienze costituite, la cultura dominante, gli interessi più coinvolgenti e ramificati. Lì dove essi dicono «Io» la croce dice «l’Altro»; lì dove essi vogliono «dominio» la croce propone «servizio»; lì dove essi «accumulano» la croce disperde, semina, distribuisce; lì dove essi coltivano segni di morte (ingiustizia, schiavitù, guerra) la croce si apre alla risurrezione e ridà libertà alle coscienze. Gesù non usa un linguaggio felpato, diplomatico, curiale, ma duro e immediato: non si può tergiversare! Se si è messi alle strette e si deve decidere, che cosa si può scegliere tra «Dio» (e ciò che egli evoca di pienezza, di totalità) e «tutto il resto» (come frammentato e precario, disumano e ingannatore)? In questa prospettiva anche gli affetti, cioè le cose più care che abbiamo e a cui nessuno di per sé vuole rinunciare, corrono il rischio di diventare la fonte di un egoismo cieco, senza respiro. È quello che vuol dire la frase più dura del vangelo che leggiamo oggi: «Se uno non “odia” suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo».                                                                                                                              Le parole di Gesù sono simili a quelle pronunciate in Galilèa, quando la famiglia lo ritenne pazzo e cercò di andare a prenderlo temendo per lui la ritorsione delle autorità religiose e politiche. A chi gli fece notare che la sua famiglia («tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle») lo inseguiva per indurlo alla prudenza o per portarlo al sicuro a casa, Gesù, «girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”».
Gesù instaura un nuovo tipo di relazioni che superano quelle del sangue e per questo la fede in lui comporta scelte che possono anche essere traumatiche. Se, per costruire un palazzo o dichiarare guerra, bisogna fare «prima» calcoli di valutazione, per seguire Gesù bisogna verificare veramente se sia conveniente o meno; se uno non accetta la novità di relazione che comporta e il capovolgimento dei criteri di scelta, non può entrare in una vera, profonda relazione d’amore con Cristo Gesù. «Se uno viene a me e non è disposto a capovolgere la propria esistenza, rivedendo radicalmente i criteri di valutazione e di scelta quotidiana fino a mettere a rischio la propria stessa vita, non può essere mio discepolo». Di fronte alle possibili esperienze di vita e alle opportunità offerte dalla situazione che viviamo nell’occidente, l’essere cristiani non rischia forse di essere vissuto come una delle tante possibilità di esistenza, e non come alternativo ad esse? Nello stesso tempo si può anche accettare di verificare che lì dove di fatto si fanno delle «deroghe», cioè si accetta di mettere a confronto con Dio qualche «bene» esperienziale, questo diventa una tentazione così forte da far perdere il senso stesso della proporzione! Quella dei cristiani è una specie di «congiuntura permanente», come quando c’è una guerra o si deve costruire una torre per la propria vigna: tutto è subordinato a quell’esigenza e non c’è «ma» che tenga. La testimonianza cristiana non regge all’urto della vita, se non c’è la disponibilità alla rinuncia.

Paradossalmente sarà questo il modo per recuperare, gustandoli, anche i beni cui di volta in volta si è rinunciato. Scrive Abraham Rezine, un ebreo russo: Sul mercato del mondo ho portato quanto avevo: l’amore, la pace, la verità e la gioia. Io non vendo, ma prendete a piene mani, regalo a tutti l’amore, la pace, la verità e la gioia. Nessuno ha preso quello che avevo sul mercato del mondo: un riso ha accolto il mio invito. Si è mai visto un mercante offrire amore al mondo…? «Non hai esperienza, va’ da un’altra parte del mondo, sarai un eterno fanciullo sul mercato del mondo». Io so quello che viene venduto sul mercato del mondo: il sudore e il sangue, il sangue del povero mondo. Non può capitare così anche ai cristiani?