16 Set Domenica XXIV . Lc 15,1-32 Il padre che fu madre.
Domenica XXIV . Lc 15,1-32 Il padre che fu madre.
Le letture oggi ci parlano della natura di Dio e della sua identità: come si riconosce il Dio della Bibbia? Spesso noi diciamo: perché Dio non si fa vedere? Se desse un segno della sua presenza, gli uomini crederebbero. Siamo ciechi e non vediamo ciò che è semplice ed evidente: Dio è presente nel perdono come nel tormento perché Dio è il Perdono e spesso anche il Tormento. Ogni volta che una persona compie un gesto o dice una parola di perdono, manifesta Dio in modo eminente e sovrabbondante.
Solo nel dono declinato al superlativo, possiamo sperimentare il volto umano del Dio di Gesù Cristo. È qui il cuore del vangelo, l’essenza della rivelazione, il Nome proprio di Dio. Dio è Perdono. La liturgia porta all’attenzione del nostro cuore su testi così densi che non basterebbe un anno intero per esaurirli e di cui noi oggi possiamo dire solo una parola appena balbettata.
Incontriamo un padre e due figli, anonimi: l’anonimato ci convoca sempre nel coinvolgimento diretto. Padre e figli possono essere chiunque, siamo noi. Proviamo ad identificarci con qualcuno. Nel leggere questa parabola è bene entravi dentro e scegliere un posto, un personaggio, un’identificazione che corrisponda al nostro stato d’animo, alla nostra condizione di adesso. Chi sono io? Chi rispecchia meglio la mia situazione di adesso? È da notare come in questa parabola, in modo particolare, è assente la madre, la donna: un padre e due figli soltanto. Il figlio più giovane ha una coscienza esplicita dei sui diritti e infatti nel testo greco non chiede qualche cosa, ma chiede tutto ciò che può chiedere: la vita stessa del padre, anzi la sua natura. Il testo greco, infatti, dice testualmente: «Padre, dammi la parte spettante della tua ousìas» cioè della tua natura, di ciò che tu sei. In sostanza prima che il padre muoia, il figlio minore lo vuole uccidere per prendersi una parte della sua vita. Egli crede di liberarsi del padre, ma non sa che quando va lontano egli si porta appresso la vita, la natura del padre, quella che lui ha rapito anzi tempo. Sarà questa vita-dignità rapita e dilapidata che lo salverà dall’abisso e lo proteggerà anche «in un paese lontano», cioè pagano e senza Dio, dove va per divertirsi con amici e prostitute, nell’intento di sperperare fino all’ultima goccia la vita del padre.
Il testo greco dice letteralmente «Partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo “senza salvezza- asôtōs”». Per un ebreo, «vivere in un paese lontano» è sinonimo di morte perché significa vivere lontano dal suo popolo e dal suo Dio. In una parola è una forma di apostasìa dalla fede: è un rinnegato. Aspirava alla libertà e si ritrova in un porcile che per un ebreo è il massimo dell’abiezione e dell’impurità cultuale. In Israele non si possono allevare porci e il figlio va «lontano» a pascolare i porci e mangiare con loro che non lo riconoscono nemmeno perché anche i porci rifiutano di stare con uno che ha rinnegato il suo Dio e il suo popolo.
Non ha sperperato del suo, ma ha buttato via la vita del
padre e infatti quando non ha più la parte di padre che ha preteso, si ritrova
povero e miserabile, immondo tra i porci, in un paese straniero, solo e
abbandonato. Resta ancora un richiamo: il padre, che dentro il suo cuore lo
stimola a riprendere la via di casa. Non importa se la motivazione è
insufficiente, perché non decide di tornare a casa per amore o per timore di
avere fatto soffrire il padre, ma unicamente per il terrore di fare una vita da
schiavo: meglio servo presso il padre che schiavo di porci. Non è un pentimento
sincero quello del figlio più giovane, ma è un pentimento da tornaconto:
mangiare, bere, stare bene. Questo figlio non è proprio un modello di
pentimento ed è esagerato usarlo in questo senso nelle liturgie penitenziali. È
un controsenso, a meno che non si spieghi correttamente la parabola e i suoi
protagonisti.
Ricordiamo
che in un processo di conversione non sempre la motivazione iniziale deve
essere esplicita e totale perché essa è spesso un «processo», cioè un cammino,
un traguardo che comincia sempre con un primo passo.
Il figlio
giovane fa il suo interesse e non sa che la sua motivazione egoista sarà travolta
e sconfitta da quel padre che lui ha dilapidato, ma che non lo ha mai abbandonato.
Non è il figlio convertito che ritorna, ma il padre che lo riporta a casa,
sospingendolo, aspettandolo, desiderandolo perché il padre non può vivere senza
il figlio delle sue viscere. La conversione finale, se mai ci sarà (il testo
non lo dice) sarà solo frutto dell’iniziativa del padre che non fa dire al
figlio nemmeno le parole di circostanza che si era preparato: la conversione è
grazia e dono.
Il padre sa che il
figlio ha pieno diritto sulla sua vita e, senza discutere, lo accontenta. Il
testo greco dice: e divise/distribuì la sua vita tra loro. Uno solo chiede la
vita dell’uomo anonimo, ma questi divide tra due perché come padre non può
abdicare. Dà la metà della sua vita anche all’altro che, da come si svilupperanno
gli eventi, aspettava ansioso più ancora del fratello minore, di cui non ha il
coraggio incosciente, proprio della giovinezza, ma in compenso ha la trivialità
della grettezza che trama nel buio. Compito di un padre è dare la vita per il
figlio e il figlio sapendolo non fa sconti. Il padre non abbandona mai il figlio
anche quando scappa e sembra che sia distante perché il padre è sempre presente
nel figlio che porta la sua
«ousìas-natura». I figli hanno diritto sulla vita dei genitori e questi
hanno il dovere di morire per loro. Non sono i figli che hanno chiesto di
venire al mondo, ma sono i genitori che li hanno generati e quindi ne sono
responsabili. Il padre non limita il figlio, si riserva il diritto/dovere di amarlo,
di “com”-patirlo, a soffrire per lui e
con lui. Avergli dato la vita non basta, ora bisogna ritrovarlo, cercarlo,
rigenerarlo.
Il padre
è una potente calamita che attira il figlio lontano e lo attrae al suo cuore.
Il figlio non sa, non conosce la forza che lo spinge, ma si adegua e quando è
all’orizzonte, prima ancora di vederlo, il padre “sente” la presenza del figlio
perché lo vede col cuore della sua paterna maternità e corre, corre, si
precipita verso di lui perché il suo cuore “sa” che è lui. «Correre» nella
cultura orientale è perdere la dignità: il padre, l’autorità, non corre, ma sta
fermo ad aspettare nella solennità dell’immobilità. Questo padre non teme di
perdere la dignità e il decoro, che vengono dopo il figlio che lui
«vede da lontano».
Nell’impatto
dell’incontro nessuna parola, solo una convulsa gestualità affettiva. Il testo
greco dice che il padre fu scosso nelle viscere, cioè nel grembo materno. È
impossibile non fare a questo punto un’applicazione ecclesiologica: se i
vescovi, i parroci, i preti, comunità religiose somigliassero solo un poco a questo
padre, quel giorno la Chiesa potrà annunciare al mondo Dio come «Padre che è
Madre».
Il padre si mette a correre,
quando raggiunge il figlio, dice il testo greco: gli cadde
sopra il
collo e se lo baciò teneramente. È il figlio che ritorna, ma è il padre che
corre, che lo «ripartorisce» di nuovo perché lo accoglie in sé per dargli
ancora la sua vita, senza calcolare quella che gli aveva rubato. Il figlio non
fa in tempo a fare il discorsetto che si era preparato perché si trova in mezzo
ad una festa grandiosa, la festa del reintegro: riceve la tunica, segno della
sua nuova dignità/personalità di figlio; i sandali, simbolo della
sua autorità sulla casa e l’anello, simbolo del
nuovo diritto all’eredità del padre. Il figlio maggiore.
Apparentemente sembra quello buono, perché sta col padre e non
crea problemi. Egli invece è gretto, sospettoso, vigliacco, avaro, geloso del patrimonio
del padre. Forse fu proprio lui stesso la causa della decisione del fratello di
andarsene. Probabilmente, quando restò solo, pensò che ormai tutto era suo e
viveva nella speranza della morte del padre per ereditare la roba. Non è mai in
casa, ma è sempre «fuori» ed è sempre il padre che gli va incontro. Il padre si
accorge che credeva di avere perso il figlio minore, mentre ora si rende conto che
è il maggiore il figlio perduto per sempre nonostante fisicamente sia stato vicino
a lui. È stato sempre in casa, ma lontano dal padre e dal suo amore: il padre deve
andare da lui che resta fuori: «Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo
padre
allora uscì a supplicarlo». Non riconosce il fratello perché è solo
figlio
del padre: «questo tuo figlio» e lo dice con un nota di disprezzo
verso il
padre. Nessun argomento del padre lo commuove: egli vede solo il pericolo che
la sua
avarizia non possa saziarsi come aveva preventivato: il ritorno del fratello
è una
tragedia perché saltano tutti i suoi progetti perversi. Per non consumare «la
roba»,
non osava nemmeno fare festa con gli amici, prendendosi un capretto, e
di questo
suo egoismo possessivo accusa il padre: «non mi hai mai dato un capretto» (Lc
15,29). Il padre lo rimanda alla sua realtà di figlio attraverso la sua fraternità:
«questo tuo fratello». Non si può essere figli se non si è fratelli in
pienezza. Non sempre quelli che stanno nella chiesa sono i migliori. Spesso le
grettezze, le avarizie, le discriminazioni razziali sono pane quotidiano di chi
frequenta, somigliando più al figlio maggiore per il quale pare non ci sia
speranza, nonostante l’amore del padre. Il figlio minore peccò, uccise il
padre, ma si lasciò
anche
sommergere dall’amore travolgente del padre e riprese una nuova vita insieme al
suo padre che lo rigenerò due volte.
Nessuno
può essere tanto disperato da pensare che per lui non ci possa essere salvezza
o perdono. Il mestiere di Dio è proprio il perdono, sempre, comunque. Questo è
il Dio che ci ama, che ci chiama, che ci manda nel mondo a testimoniare con la
nostra vita che non si è ancora stancato di questa umanità smarrita, nonostante
le ingiustizie, le guerre, le violenze, i soprusi, gli efferati delitti di cui
siamo testimoni e di cui inorridiamo. Questo è il Dio che dobbiamo gridare in
questo tempo senza speranza e in questa Chiesa smarrita perché la gerarchia
fornica con i figli maggiori, opportunisti e per opportunismo. È la sola speranza
che ci salva: Dio è il padre che ci ama sempre, senza condizione, oltre noi
stessi. Il segno? Ecco davanti a noi la Parola che si fa Pane per nutrirci in questo
viaggio, difficile ma determinato, verso Gerusalemme, verso la verità della
vita che passa attraverso la morte. L’Eucaristia è il sacramento della
tenerezza, della compassione, del perdono: il sacramento in cui Dio si fa
grembo di Padre-Madre per ciascuno. Nessuno escluso. Al contrario, chi si sente
indegno, si
senta anche il prediletto, perché il banchetto è preparato per lui, per lei.
Sempre.