Guariento Mario | Domenica XVIII. Luca 12,13-21
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Domenica XVIII. Luca 12,13-21

29 Lug Domenica XVIII. Luca 12,13-21

Domenica XVIII. Luca 12,13-21

La parabola evangelica ci invita a scoprire l’insensatezza che può racchiudersi in questo modo di impostare la vita. L’essere umano non è solo un affamato di piacere e benessere. È fatto anche per coltivare lo spirito, conoscere l’amicizia, sperimentare il mistero del trascendente, essere grato alla vita, vivere la solidarietà.
È certo che la sete di possesso senza limiti non è esclusiva di un’epoca o di un sistema sociale, ma risiede nello stesso essere umano, qualunque sia il settore sociale a cui appartiene.
L’ambizione e l’ossessione del benessere sono droghe approvate dalla società. Gesù lo ha gridato in modo categorico. È da stolti vivere avendo come unico orizzonte «dei magazzini dove poter continuare ad accumulare raccolti». È segno della nostra povertà interiore. Il compito di realizzare un sano rapporto con se stessi, con le cose e con gli altri non
è né facile, né scontato. E’ allora importante e necessario compiere alcuni passaggi perché la sapienza evangelica si radichi nel cuore.
Il primo grande passaggio è quello di passare dalla “logica dell’avere” alla “logica dell’essere”. Esso investe tutta una serie di atteggiamenti, di processi o di spinte motivazionali che sottostanno ai nostri comportamenti e scelte. Ci sono, infatti, diverse modalità di collocarsi di fronte agli altri, alle cose e a Dio, diversi modi di atteggiarsi nei confronti della realtà che possono facilitare o condizionare il nostro vivere la sapienza evangelica.
Avere ed essere si presentano come due modalità basilari dell’esistenza e costituiscono il nostro modo solito di vivere, anzi investono tutta l’esperienza umana: attività, mentalità, intelligenza e affettività.
Per la Bibbia non esiste distinzione tra l’essere e l’avere. Non si può essere senza avere. La Bibbia non si sofferma su tale distinzione. Per la cultura cristiana l’uomo è un essere incarnato, un tutt’uno, per cui si può essere solo perché si possiede. L’uomo ha bisogno di cose. Anzitutto d’un corpo, e poi dall’aria che respira alla carezza che gli sfiori il volto.
La contrapposizione va cercata altrove: tra l’avere per sé e l’avere per l’altro. Ciò che trasforma il possesso delle cose e del denaro in avarizia o vizio non è il desiderarli o il volerli ma il desiderali e il volerli da sé e per sé, cancellandone la loro dimensione di gratuità o di dono.
Quando il possesso fa scomparire la dimensione della gratuità, del dono, allora siamo in presenza dell’avarizia. Per la sapienza biblica a nessuno è permesso porsi di fronte alle cose del mondo per impossessarsene e goderne se prima non ha pronunziato la preghiera di benedizione, che è una preghiera di ringraziamento: benedico non le cose in sé, ma Colui che me le ha donate, ringrazio Colui che mi ha donato il tutto. La preghiera di benedizione sottrae la cosa dall’alveo del possesso e la mantiene nella dimensione del dono e strappo la realtà al finito. Questo significa acquisire una visione contemplativa delle cose.
La logica dell’avere invece si traduce in diverse forme, quali l’incorporazione e lo sfruttamento che innescano dinamiche piuttosto distruttive. Il consumare, infatti, è una forma dell’avere, un modo di trattare i beni di vita assimilandoli mediante la loro distruzione, appunto consumandoli.
Nei confronti delle cose il consumismo punta sulla quantità, ingenera avidità, intemperanza, ma anche dipendenza e bisogno. Entra allora in gioco il meccanismo dell’incorporazione che è una forma di possesso. Nei confronti delle persone diventa un modo per possederle o custodirle come una cosa propria; le relazioni si colorano di possessività e di controllo, di competizione con chi ha di più, di gelosia e soprattutto di invidia. Sicché amare nella modalità dell’avere diventa piuttosto soffocamento dell’altro, anziché libertà e dedizione.
Anche nei confronti della fede questa mentalità può instaurare dinamiche di incorporazione e di possesso. La ricerca e il bisogno religioso possono esprimere la tentazione di ricevere sicurezza e risposte chiare di cui impossessarsi, se la fede non viene sufficientemente purificata dalla tirannia del bisogno di gratificazione.
La logica dell’essere, invece, rimanda all’essenza e non all’apparenza, esprimendo così la realtà e la verità di sé. Implica la rinuncia al proprio egoismo, a quella sfrenata voglia di impadronirsi di qualcosa o di qualcuno per goderne.
Amare nella modalità dell’essere vuol dire capacità di lasciare che l’altro sia veramente se stesso, lasciare all’altro la libertà di andare o di restare, di crescere ed espandersi e soprattutto accettare, accogliere, portare alla vita, contro ogni tentazione di egoismo e di ricerca del piacere personale. Questa è vita contemplativa.