Guariento Mario | Domenica XIX Luca 12,32-48
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Domenica XIX Luca 12,32-48

04 Ago Domenica XIX Luca 12,32-48

Domenica XIX Luca 12,32-48

“Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro.”

Luca ci presenta una beatitudine poco conosciuta oggi e rara: la beatitudine della fedeltà.

La fedeltà si unisce al vivere per costruire con consapevolezza e responsabilità il nostro futuro, il senso della nostra esistenza. A tutti noi sin dall’inizio della nostra esistenza è affidato il compito di coniugare questo difficile verbo: vivere. È proprio vero che s’intravede tutta la portata e tutto il valore del vivere e del semplicemente vivere solo alla fine di un percorso di maturità, quando l’orizzonte del confine appare vicino. Sono tante le distrazioni e le illusioni che ci possono distogliere da questo impegno. Persino la religiosità e la fede, come ricordava il cardinale Martini: “se la fede non è unita ad un grande amore per la vita non è autentica fede.”

Oggi è necessario ritrovare quello stile di vita fatto di ascolto, riflessione, silenzio che ci permette ogni giorno di lasciare i percorsi dove la vita ristagna e di orientarci più decisamente sull’essenziale, sull’interiorità e avere occhio per cogliere dove la Vita sta germogliando qualcosa di inedito.

Di grande significato e importanza assumono oggi queste affermazioni di Dietrich Bonhoeffer: « La perdita della memoria morale non è forse il motivo dello sfaldarsi di tutti i vincoli, dell’amore, del matrimonio, dell’amicizia, della fedeltà? Niente resta, niente si radica. Tutto è a breve termine, tutto ha breve respiro. Ma beni come la giustizia, la verità, la bellezza e in generale tutte le grandi realizzazioni richiedono tempo, fedeltà, “memoria”, al­trimenti degenerano. Chi non è disposto a portare la re­sponsabilità di un passato e a dare forma a un futuro, costui è uno “smemorato”, e io non so come si possa far riflettere una persona simile».

Scritte più di settant’anni fa, queste parole sono an­cora molto attuali e pongono il problema della fedeltà e della perseveranza: realtà oggi rare, parole che non sap­piamo più declinare, dimensioni a volte sentite perfino come sospette o sorpassate e di cui ‑ si pensa ‑ solo qualche nostalgico dei «valori di una volta» potrebbe auspicare un ritorno.

La fedeltà è virtù essenziale, la perseveranza è la virtù specifica del tempo. Non esiste valore né virtù senza perseveranza e fedeltà! Così come, senza fedeltà, non esiste storia comune, fatta insieme. Oggi, nel tempo frantumato e senza vincoli, queste realtà si configuranocome una sfida per l’uomo e, in particolare, per il cri­stiano.

La fedeltà è virtù essenziale, la perseveranza è la virtù specifica del tempo. Non esiste valore né virtù senza perseveranza e fedeltà!

Così come, senza fedeltà, non esiste storia comune, fatta insieme. Oggi, nel tempo frantumato e senza vincoli, queste realtà si configurano come una sfida per l’uomo e, in particolare, per il cri­stiano.

La fedeltà nella persona diventa responsabilità illimitata nei confronti della storia, della vita e dell’altro. L’irresponsa­bile, così come il narcisista, non sarà mai fedele. Anche perché la fedeltà è sempre fedeltà a un «tu», a una per­sona amata o a una causa amata come un «tu»: non ogni fedeltà è pertanto autentica! Anche il rancore, a suo modo, è una forma di fedeltà, ma nello spazio dell’odio.

La fedeltà di cui parliamo avviene nell’amore, si accom­pagna alla gratitudine, comporta la capacità di resistere nelle contraddizioni.

Essa è pertanto un’attiva lotta il cui spazio è il cuore umano. E’ nel cuore che si gioca la fedeltà e si attua la beatitudine del vangelo. Questo significa che essa è vivibile solo a misura della propria libertà interiore, della propria maturità umana e del proprio amore.                             

Le infedeltà, gli ab­bandoni, le rotture di impegni assunti e di relazioni a cui ci si era impegnati, situazioni tutte che spesso incontria­mo nel nostro quotidiano, rientrano frequentemente in questa griglia e dicono come sia limitante ridurre il problema della fedeltà e della per­severanza, e quindi del loro contrario, alla sola dimensio­ne giuridica, di una legge da osservare.

In gioco vi è sem­pre il mistero di una persona, non semplicemente un gesto di rottura da sanzionare. Il gesto di rottura va assunto come rivelatore della situazione del cuore, cioè della per­sona.

Anzi, in profondità, la dimensione dell’infedeltà non è estranea alla nostra stessa fedeltà, così come l’in­credulità attraversa il cuore del credente stesso.

Il primo atteggiamento del cristiano di fronte al tem­po è allora quello di cogliere l’oggi di Dio nel proprio oggi, facendo obbedienza alla Parola che oggi risuona: “siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese”. La sapienza del credente consiste in questo saper leg­gere il nostro oggi come tempo favorevole, come oggi di Dio.