21 Ago Domenica ventunesima. Luca 13, 22-30
Per comprendere correttamente l’invito di Gesù a «entrare per la porta stretta» dobbiamo ricordare le parole di Gesù che possiamo leggere nel vangelo di Giovanni: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato». Entrare per la porta stretta significa «seguire Gesù»; imparare a vivere come lu. In questa sequela di Gesù dobbiamo rispondere all’amore del Padre con fedeltà. Quello che Gesù chiede non è un rigorismo legalistico, ma l’amore per Dio e per il fratello. Per questo la sua chiamata è fonte di esigenza, ma non di angoscia. Gesù è una porta sempre aperta. Nessuno la può chiudere. Solo noi possiamo farlo, quando ci chiudiamo al suo perdono. Dio non rinuncia a spezzare il pane anche con chi lo tradirà. Questa è la forza silenziosa di Dio: non abbandona mai il tavolo dell’amore, neppure quando sa che sarà lasciato solo. Anche se la società permissiva sembra dimenticare il sacrificio e la disciplina sono assolutamente necessari. Se qualcuno pretende di raggiungere la propria realizzazione seguendo la via di ciò che è gradevole e piacevole, scoprirà presto di essere sempre meno padrone di sé. Nessuno raggiunge una meta veramente prestigiosa nella vita senza rinuncia e sacrificio. Questa rinuncia non deve essere intesa come un farsi del male da soli, privandosi della dimensione del piacere che permette di vivere in modo sano. Si tratta di accettare le rinunce necessarie per vivere in modo degno e positivo. La vita vera è armonia, coerenza tra quello che credo e quello che faccio. Vivere in modo coerente con se stessi esige la rinuncia a ciò che è in contraddizione con la propria coscienza. Senza questa rinuncia, la persona non cresce.
La vita è amore. Chi vive chiuso nei propri interessi, schiavo delle proprie ambizioni, potrà ottenere molte cose, ma la sua vita sarà un fallimento. L’amore esige la rinuncia agli egoismi, alle invidie e ai risentimenti. Senza questa rinuncia non c’è amore, e senza amore non c’è crescita della persona. La tolleranza oggi occupa un posto eminente tra le virtù più apprezzate. Essere tolleranti rappresenta oggi un valore sociale sempre più generalizzato. Tutto ciò non impedisce di essere critici con un tipo di «tolleranza», la quale, più che virtù o ideale umano, è disaffezione verso i valori e indifferenza davanti al senso di qualsiasi progetto umano. Questa «tolleranza» nasce quando mancano principi chiari per distinguere il bene dal male o quando le esigenze morali risultano stemperate o quasi assenti. La vera tolleranza è rispetto della coscienza dell’altro, apertura a ogni valore umano, interesse per quello che rende l’essere umano più degno di questo nome. La tolleranza è un grande valore perché il dialogo e l’apertura reciproca sono il modo migliore per avvicinarsi alla verità. Si presume che sia tolleranza, ma si ripropongono nuove esclusioni e discriminazioni: si afferma il rispetto per tutti, ma si squalifica e si mette in ridicolo chi dà fastidio. Come spiegare altrimenti che, in una società che si proclama tollerante, rinasca la xenofobia o si alimenti la derisione del religioso? Nella dinamica della vera tolleranza c’è un desiderio di cercare sempre il meglio per l’essere umano. Essere tolleranti significa dialogare, cercare insieme, costruire un futuro migliore senza disprezzare o escludere nessuno, ma non è irresponsabilità, abbandono di valori, trascuratezza delle esigenze morali. La chiamata di Gesù a entrare per la «porta stretta» non ha nulla a che vedere con un rigorismo esasperato e sterile. È una chiamata a vivere senza dimenticare le esigenze, a volte pressanti, di ogni vita degna dell’essere umano.