Guariento Mario | Domenica delle Palme. Marco 11,8-10
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Domenica delle Palme. Marco 11,8-10

22 Mar Domenica delle Palme. Marco 11,8-10

Portarono dunque l’asinello a Gesù, gli posero addosso i loro mantelli, e Gesù vi montò sopra. Mentre camminavano, molta gente stendeva i mantelli sulla strada, altri invece stendevano rami verdi, tagliati nei campi. Quelli che camminavano davanti a Gesù e quelli che venivano dietro gridavano: ‘Osanna! Gloria a Dio! Benedetto il regno che viene, il regno di Davide nostro padre                                                                                              

Iniziare la Settimana delle Settimane significa entrare nella logica della povertà estrema di Dio che si abbandona nelle mani della violenza degli uomini. Il racconto della Passione, cuore del Vangelo, nel mettere a nudo l’impotenza di Dio ne svela la sua infecondità. Dio diventa sterile perché tutto lo spazio della sua divinità è occupato dal male del mondo. Noi siamo contemporanei di Cristo che manifesta il volto di Dio legato al mistero del limite umano e, anche se volesse, non può più fare miracoli perché se ne facesse uno soltanto non sarebbe più un Dio incarnato nella fatica e nella fragilità, nel limite e nella contraddizione della vita di ciascuno e della Storia. Da oggi Dio è condannato e anche noi con lui: se vogliamo incontrarci dobbiamo farlo nel cuore degli eventi e delle persone che custodiscono il segreto dell’identità di Dio. Oggi, ascoltando il racconto della Passione, scopriamo anche noi la necessità di fare una scelta di campo: o stiamo dalla parte del Giusto, accusato, condannato e crocifisso o stiamo dalla parte degli oppressori. Sì, ora lo sappiamo, il mondo non si divide più in credenti e non credenti, ma in oppressori ed oppressi, in schiavi e padroni, in giusti e ingiusti. Gesù viene ad instaurare il «regno di Dio» che è un modo nuovo di relazionarsi tra le persone e ponendo attenzione ai «poveri». Egli, infatti, è «mite» cioè è nel numero dei poveri della storia, dei fedeli a Dio, al suo vangelo. Stare seduto su un’asina è esattamente il contrario di stare in sella ad un cavallo: questi era un’arma letale di guerra, quello uno strumento di lavoro che collabora a sfamare i poveri. Qui abbiamo un’opposizione netta tra la violenza del «re vincitore» e la pacificazione del Messia come lo intende Gesù, perché egli «è mite e umile di cuore». Nel racconto i mantelli sono posti sul puledro come basto e distesi per terra allo scopo di permettere a Gesù, seduto sull’asina, di passarvi sopra. Nella simbologia biblica, il mantello rappresenta la «persona» per cui porre il mantello sull’asina significa aderire totalmente al nuovo progetto di Gesù, riconoscendolo come Messia secondo uno stile diverso da quello di Davide, re potente. Stendere i mantelli per terra, invece, era l’usanza che si praticava durante la presa di possesso del regno da parte di un nuovo re, il quale, passando sopra i mantelli, affermava la sua autorità su tutti i suoi sudditi che, distesi in terra (i mantelli) ne riconoscevano la regalità. Qui sta il dramma: la folla vuole essere «schiava», nulla importa della novità di Gesù o del Messia come è inteso da Gesù stesso; essa si sdraia sotto il piede dell’autorità e ne accetta il peso e anche la condanna. Il testo afferma che la folla era «numerosissima» al superlativo per dire che il sentimento e la volontà di schiavitù è universale e diffuso. Questa folla riserva a Gesù lo stesso entusiasmo che avrebbe riservato al re vittorioso, seduto su un superbo cavallo. Per la folla «cavallo» e «asina» sono la stessa cosa, perché non distingue le funzioni e non cerca significati diversi da quelli in cui è nata e forse morirà. Il comportamento della folla è descritto in modo magistrale da Marco, quasi a volerci mettere in guardia, perché noi che leggiamo oggi non cadiamo nello stesso errore di valutazione, discernimento e di vita. Gesù è quasi prigioniero della folla che «lo precedeva» e di «quella che lo seguiva»; Gesù è in mezzo, come fra qualche giorno starà esattamente «in mezzo» ai due ladroni. La folla, che ha circondato Gesù, gli impedisce di proseguire per il suo progetto di vita, perché la folla, tutte le folle, non hanno progetti né speranze, esse vogliono solo un tozzo di pane per oggi, accontentandosi di sbarcare il lunario senza vita e senza passioni. Gridando «Osanna al figlio di Davide!», la folla finalmente si manifesta per quella che è: vuole un Messia come Davide, cioè forte, potente e vittorioso, non cercano il «Figlio di Dio» che viene su un’asina; la folla vuole un Messia «visibile» e operativo, uno che dimostri di saper esercitare il potere sul popolo d’Israele. «Osanna» in ebraico significa: «Salva, ti prego!», ma la salvezza che si aspettano è quella della potenza e della magnificenza, rappresentata da Davide, il modello dei re per Israele, non corrispondente però all’ideale di Messia del Figlio di Dio. Non passerà, infatti, molto che la stessa folla griderà con lo stesso entusiasmo: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!» perché «non abbiamo altro re che Cesare». Occorre uscire fuori da qualsiasi «folla» che c’impedisce di «vedere» e conoscere, per riprendere quell’autonomia dello spirito che ci permetta di gustare la libertà del cuore per essere liberi d’incontrare il Signore e riconoscerlo sul dorso di un’asina perché viene a inaugurare un regno di pace che esige la nostra partecipazione e la nostra responsabilità.