Guariento Mario | Domenica ventiquattresima. Giovanni 3, 13-17
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Domenica ventiquattresima. Giovanni 3, 13-17

11 Set Domenica ventiquattresima. Giovanni 3, 13-17

Dobbiamo subito liberare l’evento della croce da interpretazioni che ne fanno un atto riparatore verso un dio bisognoso di essere placato, di un prezzo da pagare, di una espiazione dovuta per i nostri peccati. Questi modelli sono ancora presenti perché quando scade la fedeltà al vangelo e la vita spirituale, ritornano i modelli della vita psichica, cioè dell’esperienza religiosa vissuta secondo dinamiche psichiche della paura, della volontà di meritare, dinamiche che sono legate ai nostri bisogni, per placare le nostre ansie, per uscire dalle nostre angosce.

Giovanni presenta la crocifissione di Gesù come momento di gloria, innalzamento, “ l’istante in cui l’amore puro, nudo, certo, eterno entra nell’anima”. Simone Weil.                                                                       

La croce, contraria al volere di Dio, espressione della violenza, dell’odio, risultò, per l’atteggiamento con cui Gesù la visse, l’ambito della rivelazione della misericordia di Dio e del suo amore che perdona gratuitamente, che offre vita senza riserve. Questo è avvenuto in Gesù per la fede con cui ha vissuto quella esperienza. Non è stato semplice perché ha richiesto una fedeltà, un esercizio di fede radicale che è passato attraverso l’esperienza dell’abbandono, del fallimento. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?  È un’espressione che i discepoli non avrebbero mai immaginato di porre sulle labbra di Gesù in croce, ma sono stati costretti a riportarla perché Gesù ha vissuto quella esperienza e ha proclamato quella solitudine, ma ha continuato ad abbandonarsi con fiducia al Padre senza riserve. Ed è stata quella fede che ci ha salvato, quella fede che è fiorita in un amore senza limiti: avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. È questo atteggiamento di fede, fiorito in un amore eccelso, la ragione della salvezza per noi. E’ per questo che lì è esplosa la vita, si è manifestata la potenza di Dio che salva. È questa rivelazione della misericordia di Dio che Gesù ha potuto realizzare vivendo con fede quella situazione estrema di violenza e di peccato, attraversando quella sofferenza con amore, fino alla fine.

A noi tocca fare di questa fiamma d’amore contemplata una ricchezza intima, un focolare che riscalda, illumina, un fuoco vissuto in tutte le sue forme; un fuoco intimo e universale che vive nel nostro cuore, nel nostro cielo e si offre come amore.

Giovanni poi ci offre un secondo messaggio che riguarda noi proprio in rapporto alla fede di Gesù, perché noi continuiamo nel tempo la fede che Gesù ha vissuto, fidandoci di lui. È per questo che nel Vangelo di oggi, si dice: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Questo riguarda noi; ma riguarda noi in quanto assumiamo la dinamica di fede vissuta da Gesù e la prolunghiamo nelle nostre quotidianità perché si riveli ancora la misericordia di Dio e il Suo amore possa pervenire anche in noi alle forme oggi necessarie. L’amore è sempre richiesto perché gli uomini possano vivere nella pace e realizzare la giustizia nel mondo, oggi è richiesto particolarmente per vivere i rapporti offrendosi vita reciprocamente e non condannandosi reciprocamente nel confronto tra le diverse culture e religioni; ecco, l’amore che è necessario per tutto questo ma non è stato ancora inventato.

Noi dobbiamo inventare quel tipo di amore oggi necessario perché l’umanità possa proseguire nel suo cammino. Non è però, che noi lo inventiamo perché siamo più buoni; lo possiamo inventare solo se, vivendo una fede come Gesù ha vissuto sulla croce, consentiamo all’azione di Dio di esprimersi in noi e di fiorire in noi in forme nuove, con una gratuità senza limiti, con una tensione oblativa che non subisca le resistenze e le debolezze delle nostre pigrizie e dei nostri egoismi. Non possiamo delegare agli altri questa missione, perché Gesù l’ha affidata ai suoi discepoli, alle comunità che sono sorte dalla sua testimonianza.