23 Gen Domenica Terza Matteo 4,12-23
L’evangelista Matteo cura molto lo scenario in cui Gesù fa la sua apparizione pubblica. Si spegne la voce del Battista e si inizia ad ascoltare la nuova voce di Gesù. Scompare il paesaggio arido e cupo del deserto per lasciare la scena al verde e alla bellezza della Galilea. Gesù abbandona Nazaret e si sposta a Cafarnao, sulla riva del lago. Tutto suggerisce la comparsa di una vita nuova. Matteo vede che «il popolo abita nelle tenebre». Sulla terra c’è «ombra di morte». Regna l’ingiustizia e il male. La vita non può crescere. Le cose non sono come le vuole Dio. Qui non regna il Padre. Ma ora è venuta una «grande luce». È Gesù, ma noi non dobbiamo occultarlo col nostro protagonismo. Non dobbiamo sostituirlo con nulla. Non dobbiamo trasformarlo in dottrina teorica, in parole noiose. Se la luce di Gesù si spegne, noi cristiani diventeremo ciò che Gesù temeva tanto: «dei ciechi che cercano di guidare altri ciechi».
Viviamo tempi di crisi religiosa. Sembra che la fede resti come affogata nella coscienza di non poche persone, repressa dalla cultura moderna e dallo stile di vita dell’uomo di oggi. Ma, allo stesso tempo, è facile osservare che in non pochi si risveglia la ricerca di senso, l’anelito di una vita diversa, la necessità di un Dio Padre e Amico.
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
A noi non piace parlare di conversione. Quasi istintivamente pensiamo a qualcosa di triste, di penoso, di molto legato alla penitenza e all’ascetismo. Uno sforzo quasi impossibile per quelli di noi che sentono di non averne né la capacità né la forza. Ma se ci fermiamo davanti al messaggio di Gesù, allora sentiremo una chiamata che ci incoraggia a cambiare il nostro cuore e a imparare a vivere in modo più umano, perché Dio è vicino e vuole risanare la nostra vita. La conversione di cui parla Gesù non è qualcosa di forzato. È un cambiamento che va crescendo in noi nella misura in cui ci rendiamo conto che Dio è qualcuno che vuole rendere la nostra vita più umana e felice Convertirsi è qualcosa di gioioso. Significa sgombrare la nostra mente da egoismi e interessi che sviliscono il nostro vivere quotidiano. Liberare il cuore da angosce e complicazioni create dal nostro affanno di potere e possesso. Convertirci è deciderci di introdurre nel mondo la compassione. La compassione deve essere sempre il principio dell’agire. Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. La sequela si definisce come cammino. A partire dall’appello di Gesù, essa si esprime con due movimenti, lasciare e seguire, che indicano uno spostamento del centro della vita. L’appello di Gesù non colloca in uno stato, ma in un cammino. Seguire Gesù significa avere compreso che il Signore ci ama da innamorato ed è in costante attesa di un nostro sguardo, una parola, un pensiero. E’ ardente di desiderio di stare anche solo un poco con noi. Anche solo per farci estasiare con un solo suo sguardo, una luce che accende nel nostro cuore. Sogna, desidera, brama in ogni istante di entrare in relazione d’amore con noi senza schemi, riti, verbalismi. Solo cuore a cuore estasiati uno nell’altro. La gioia più grande che possiamo dare al Signore è quel frammento di tempo in cui immergiamo il nostro sguardo nel suo e ci perdiamo in Lui. Martini ci ricorda che l’uomo è chiamato interiormente ad incontrarsi con il mistero di Dio. Ecco la sequela: un itinerario per accordare sempre meglio nel nostro oggi la vita con la via biblica per trovare in essa la bellezza e la profondità del senso di quanto viviamo, soffriamo e speriamo. E A. Louf ci dice che è la forza dell’amore che abbatte i muri dello sconforto, della paura e della rassegnazione. E’ la Parola che ci pone sui sentieri della Sapienza.