12 Dic Domenica terza di Avvento. Matteo 11, 2-11
Il «Dio scandaloso» fa fatica a farsi riconoscere dai suoi contemporanei, i quali pretendono di vedere un Dio appariscente che gioca ai miracoli. Solo sulla croce si manifesterà il volto autentico del Dio di Gesù, quando l’onnipotenza si inchioda all’impossibilità dell’impotenza, restando muto nell’urlo dell’abbandono che si annulla nella volontà del Padre nell’unico atto possibile: perdonare coloro che lo deridono, lo violentano, lo uccidono. Per tutta la vita Gesù ha annunciato il perdono e la misericordia, e nell’atto supremo della vita, che è la morte, egli è fedele al suo vangelo: perdona ancora, perdona fino in fondo.
Giovanni, che è il precursore, pur indicando in Gesù l’«agnello di Dio», non sa riconoscerne la personalità e non sa cogliere la portata del suo messaggio. Non basta incontrare qualcuno per conoscerlo, bisogna diventare partecipi della sua individualità e del suo pensiero: in una parola bisogna diventare intimi. Ciò esige tempo, ascolto, disponibilità, attenzione, comunicazione. Una conoscenza non s’inventa in una sera al bar, una conoscenza è frutto di una consuetudine, di una frequentazione costante. È questo il senso della preghiera: avvicinarsi ogni giorno di più all’«Altro» e lasciarsi avvicinare. Pregare è «lasciarsi addomesticare» da Dio e «addomesticare» Dio.
Questo linguaggio è preso dal «Piccolo Principe», dove c’è una pagina insuperabile sull’amicizia, che può essere una delle più belle definizioni della preghiera. Ne leggiamo un brano:
«La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
“Per favore… addomesticami”, disse.
“Volentieri”, rispose il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”.
“Non si conoscono le cose che non si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”.
“Che bisogna fare?” domandò il piccolo principe.
“Bisogna essere molto pazienti” rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…”.
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose… e ritornò dalla volpe… che gli disse: “È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”»
Pregare è perdere tempo con Dio e permettere a Dio di perdere la sua eternità per noi! Così ci si addomestica e ci si conosce nell’anima. Perdere tempo nel senso di dedicarlo, donarlo, impegnarlo. Quando noi incontriamo Dio, inevitabilmente ci apriamo agli altri che consideriamo la parte migliore di noi stessi. È facile dire di amare Dio, ma è più difficile dire di conoscerlo frequentando le persone in carne e ossa. Anche se Giovanni non riesce a riconoscere la personalità profonda di Cristo, resta sempre un profeta, che ne indica la presenza. Di lui Gesù tesse un grande elogio usando immagini contrapposte: Giovanni si veste di peli di cammello come Elia e non è un uomo molle della società vanitosa; egli nella sua austerità è forte e resistente come Geremia e non è una canna sbattuta dal vento, ma per Gesù è il massimo della profezia perché in lui si sintetizzano tutta la Toràh e tutti i Profeti.
Egli somiglia a Mosè che guidò Israele nel deserto fino ai confini della terra promessa ed è l’erede ultimo dei profeti che furono la coscienza del popolo dopo l’ingresso nella terra promessa. Gesù, nello stesso tempo, fa un’affermazione forte che è essenziale per comprendere il senso del suo messaggio globale: «il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui». Questa frase è importante perché ci dice che Giovanni si muove ancora dentro la logica dell’AT e quindi in una prospettiva troppo umana, condizionata dall’esclusività giudaica che cerca di chiudere Dio entro i confini del nazionalismo.
È «il più piccolo nel regno dei cieli» perché questa è l’affermazione dell’universalità del messaggio evangelico. Chiuso negli schemi dell’AT Giovanni non può capire lo stile di vita e di parola del Messia, il quale annuncia la misericordia e la tenerezza come nuovi nomi della giustizia di Dio. Per questo è apparso scandaloso ai suoi contemporanei, e anche agli amanti della religione come strumento di dominio.
Non è sufficiente conoscere le Scritture o essere eredi dei profeti per incontrare e riconoscere il Cristo, perché le Scritture non esauriscono il nostro impegno. Accanto alle Scritture, che ci offrono le coordinate degli interventi è necessario aprirsi alle novità della storia e all’imprevedibilità di ogni incontro.
Dio non ci ha affidato la custodia di un museo, ma una Parola che deve essere significativa in ogni epoca e generazione, in ogni cultura e latitudine, altrimenti rischiamo non di annunciare Gesù Cristo, ma la caricatura che noi abbiamo fatto di lui.
Lo stile di misericordia e di tenerezza che porta Gesù è il nuovo modo di essere Dio, appreso da noi nell’Eucaristia; è il sacramento che c’introduce nella Storia di Dio perché diventi la nostra storia, di uomini e donne del nostro tempo che è anche il tempo di Dio.