30 Ago Domenica ventiduesima. Marco 7,1-8
Gesù cita il profeta Isaia: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. «Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
È questo il grande peccato. Una volta stabilite le nostre norme e tradizioni, le collochiamo al di sopra anche della volontà di Dio: non deve essere trascurata la minima prescrizione, anche se va contro l’amore e arreca danno alle persone.
Poco a poco dimentichiamo Dio e poi dimentichiamo di averlo dimenticato. Riduciamo il vangelo per non essere costretti a convertirci troppo. Orientiamo la volontà di Dio verso quello che ci interessa e dimentichiamo la sua esigenza assoluta di amore.
Questo è oggi il nostro peccato: aggrapparci come per istinto a una religione logora e senza la forza di trasformare le nostre vite. Continuare a onorare Dio solo con le labbra. Resistere alla conversione e vivere dimentichi del progetto di Gesù.
E quando nella comunità cristiana si cerca di aiutare a vivere la celebrazione in modo più responsabile, si chiede di finire presto e tutto riesca «molto bello ed emozionante».
Questo culto pieno di convenzionalismo e di interessi diversi, è troppo vuoto di Dio.
Il culto è gradito a Dio quando si produce un vero incontro con lui, quando si sperimenta con gioia e contentezza il suo amore salvifico e quando si ascolta la sua chiamata a vivere una vita più fedele al vangelo di Gesù.
Se si vuole celebrare qualcosa con la fede, la prima cosa è preparare il cuore per l’incontro con Dio. Senza questo incontro sincero con lui, tutto si riduce a culto vuoto .
Non è facile descrivere l’ indifferenza. La prima cosa che si osserva è l’assenza di un’inquietudine religiosa. Dio non interessa. La persona vive nella spensieratezza, senza nostalgie. Non si tratta di un’ideologia, quanto piuttosto di un’atmosfera avvolgente, in cui viene stemperata la relazione con Dio.
Esistono diversi tipi di indifferenza. Alcuni vivono in questi momenti un allontanamento progressivo; sono persone che si vanno allontanando sempre più dalla fede, che rompono i legami con il sacro, che si allontanano dalla pratica religiosa; poco a poco Dio svanisce nelle loro coscienze. Tutti rischiamo di vivere semplicemente assorbiti dalle cose di ogni giorno; non siamo stati mai molto interessati a Dio.
L ’indifferenza è frutto di un conflitto religioso vissuto a volte in segreto; abbiamo sofferto paure o esperienze frustranti. La nostra prima responsabilità non è la ripetizione del passato, ma il rendere possibile ai giorni nostri l’accoglienza di Gesù Cristo, senza offuscarlo od oscurarlo con tradizioni umane, per quanto venerabili ci possano sembrare.
Molti cristiani che hanno la sensazione di non sapere più esattamente in cosa bisogna credere, quello che bisogna compiere e quello che si deve celebrare. Come reagire di fronte a questa ondata di mancanza di fede che sembra penetrare sempre più nelle coscienze?
E comprensibile che molti cerchino rifugio in una «ortodossia rafforzata»: un corpo dottrinale sicuro, un codice di condotta ben definito, un’organizzazione religiosa forte. Il cristiano che pretende di rileggere il vangelo senza ricorrere alla tradizione corre il rischio di impoverire enormemente la sua lettura, disconoscendo tutta la ricchezza e le possibilità che questo vangelo ha già manifestato in questi secoli.
Ma nel ricorrere alla tradizione è necessario evitare un grave rischio. La fede non è qualcosa che si trasmette, come un oggetto che passa di mano in mano. La fede è una vita che non può essere comunicata se non nella vita stessa. E l’unico modo di vivere la stessa cosa in un nuovo contesto culturale consiste nel viverla in modo nuovo.
Una trasmissione che sia solo trasmissione di formule ortodosse o di alcune rubriche liturgiche porterà sempre a un’asfissia mortale. Nel cuore della vera tradizione è sempre viva la ricerca del vangelo e della sequela fedele di Gesù.