Guariento Mario | Domenica seconda di Avvento. Matteo 3, 1-12
Tutte le opere, i commenti, le riflessioni di Don Mario Guariento
guarientomario, gauriento, don guariento, guariento mario, mario guariento, liturgia guariento
1121
post-template-default,single,single-post,postid-1121,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,vertical_menu_enabled,side_area_uncovered_from_content,qode-theme-ver-7.6.1,wpb-js-composer js-comp-ver-5.2.1,vc_responsive
 

Domenica seconda di Avvento. Matteo 3, 1-12

02 Dic Domenica seconda di Avvento. Matteo 3, 1-12

Nella nostra esperienza umana, culturale e religiosa noi tutti ci riferiamo in particolare ad alcune donne e ad alcuni uomini che sentiamo come riferimenti speciali, come maestri: per le loro parole, le loro scelte, i loro gesti; per la loro esemplarità, soprattutto per la loro coerenza fra il dire e il fare. Nel Vangelo che si legge e si medita in questa seconda domenica di Avvento incontriamo Giovanni il Battezzatore che ai limiti del deserto della Giudea, pronuncia parole forti e vibranti, chiede alla gente: “Cambiate vita, perché il Regno di Dio è ormai vicino”. Più volte è avvenuto e avviene nella Chiesa e nella società che qualcuno interpreti in modo lucido e appassionato le esigenze di cambiamento condivise e anche osteggiate: i profeti sono ascoltati e accolti, ma soprattutto rifiutati ed emarginati. La loro lucidità e coerenza suscitano imbarazzo, fastidio, fanno percepire in noi il germe della vergogna: che si tratti di don Mazzolari, don Milani, padre Turoldo, padre Balducci, di don Tonino Bello, don Puglisi; o di Pasolini, Franco Basaglia o altri; dei martiri come mons. Romero… Anche il loro modo di essere dà fastidio, come appunto la solidarietà, la sobrietà, l’essenzialità. Tanti ricordiamo come in una condizione di povertà nelle case contadine del Friuli e del Veneto si condivideva il cibo con il povero che passava e lo si accoglieva a dormire, magari nella stalla o nel fienile. Oggi gli impoveriti crescono di numero; la violenza nelle sue diverse forme e la guerra sono diffuse; le discriminazioni e lo sfruttamento sono organizzate; l’ambiente si ribella allo sfruttamento da parte dell’uomo; la logica dell’avere porta al degrado della dignità di adulti e adolescenti: il cambiamento è urgente, incoraggiato dalle esperienze positive di tante persone e comunità, dalle coerenze esemplari. Troppo spesso pensiamo che convertirsi riguardi il comportamento o cambiare atteggiamento. Non è così perché se così fosse sarebbe semplicemente simile a cambiare vestito. La conversione riguarda il pensiero, cioè le ragioni che fondano la vita e i criteri che usiamo per organizzarla: le modalità e gli stili di vita sono una conseguenza. La conversione pertanto non è il riconoscimento di Dio onnipotente, ma la scoperta di un Dio che ha dimenticato se stesso per permetterci di stare al suo fianco. Spesso identifichiamo la conversione con il rimorso o con il senso di colpa come se Dio dovesse stare lì a chiedere il conto senza sconti e misericordia. La conversione è un impegno totale sulla proposta di vita fatta da Dio in Gesù che diventa il nostro metro e la nostra misura. La prospettiva del Regno di Dio, ci obbliga a guardare in avanti, non a ripiegarci sul passato, sul quale non abbiamo alcun potere nemmeno di manomissione: il passato possiamo solo accettarlo e offrirlo a Dio come un dono che ci appartiene. Chi si converte ripone in Dio la fiducia della propria salvezza e si fida e si affida a Dio, per cui il convertito è colui che fa l’affidamento della sua vita ed è certo di non essere né frainteso né deluso. Il segno di questo abbandono avviene nel simbolismo dell’acqua che materialmente accoglie, circonda e avvolge. Giovanni ci invita ad entrare in un Regno qualitativo, frutto di una doppia convergenza: la conversione di Dio all’uomo e la conversione dell’uomo a Dio. Nella celebrazione eucaristica noi viviamo questa doppia appartenenza: Dio ci appartiene per dono e noi gli apparteniamo per misericordia e per abbandono. In essa siamo radunati con i nostri limiti e i nostri pregi; in essa confrontiamo tutto ciò con la Parola di Dio e infine sperimentiamo la comunione di vita nel Pane e nel Vino che ci chiamano ad una conversione del cuore che ci rende liberi e veri. Qui insieme sperimentiamo la conversione come abbondanza di amore che si mette a servizio: sperimentiamo la fragilità di Dio che pur di conquistarci alla sua intimità non esita a diventare pane spezzato e vino sparso: al nostro abbandono Dio risponde con il suo annientamento.