Guariento Mario | Domenica Settima. Matteo 5, 38-48
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Domenica Settima. Matteo 5, 38-48

20 Feb Domenica Settima. Matteo 5, 38-48

La quinta antitesi con cui inizia il brano del vangelo di oggi cita un testo ormai entrato nella sapienza popolare: «occhio per occhio e dente per dente». La norma è meglio conosciuta come «legge del taglione». La norma del taglione era una delle leggi più importanti del XVIII sec. a.C.; in un tempo di anarchia, governata solo dal potere della forza, essa stabiliva «per legge» la proporzione tra il dànno subìto e la pena erogata. La legge del taglione esisteva già nel «codice di Hammurabi», una tra le più antiche raccolte legislative di tutta l’umanità. Prima di queste legislazioni giuridiche «scritte», la vendetta era indiscriminata fino a raggiungere un rapporto sproporzionato tra dànno e pena di «1 a 7» e addirittura di «1 a 70», come testimonia la storia dei patriarchi biblici, nel canto di Làmec: «Làmec disse : Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caìno, ma Làmec settantasette”» (Gn 4,23-24). Con Mosè, la violenza che già era moltiplicata per sette e per settanta volte, venne riportata ad un rapporto paritario e non più lasciato all’arbitrio. La legge del taglione quindi è un passaggio di civiltà, una legislazione che cambia la storia e incide sui costumi di generazioni intere, per millenni. Sembra un’eresia affermare oggi che la legge del taglione sia stata una legge di civiltà. Eppure lo è stata, perché nel momento in cui sancisce la corrispondenza di colpo su colpo, pone un argine alla violenza senza misura: una ferita vale solo una ferita e non un omicidio; se uno riceve uno schiaffo non può rivalersi con una strage. Nulla è lasciato all’arbitrio, ma con questa norma si definiscono i confini e si stabiliscono i limiti delle relazioni sociali e dell’azione penale. La legalità, prima di essere un concetto giuridico, è un atteggiamento spirituale e psicologico, perché è la coscienza del limite e la consapevolezza delle proporzioni. Da questo punto di vista la nozione di legalità fa comprendere anche l’importanza invalicabile dell’altro perché esprime contemperanza di esigenze, bisogni, diritti. Chi è senza Legge o si crede al di sopra di essa, è un uomo malato, senza consapevolezza di sé e crede di poter esistere solo nell’uso dell’arbitrio che egli vive come propria dimensione di affermazione.

Bisogna aspettare Gesù per vedere capovolto il rapporto fino al punto supremo in cui l’innocente si carica della violenza che non ha generato e di cui non è responsabile per svuotare di forza e di contenuto il pensiero stesso che guida le scelte e le azioni violente. Per vanificare la morte in nome di Dio, Gesù non sfugge alla sua morte, ma le va incontro e pochi istanti prima di morire perdona i suoi assassini capovolgendo così la legge del taglione. Alla logica dell’«occhio per occhio e dente per dente» si sostituisce il perdono senza riserve e senza pretendere nulla in cambio, un amore a perdere  In nome di Dio si può solo essere uccisi dai propri assassini e mentre questi si identificano come tali, la vittima cambia la loro natura e li trasforma in fratelli. Gesù porta ancora più avanti l’esigenza di vita fraterna: occorre strappare dal cuore la radice stessa della vendetta, per giungere fino all’amore del nemico, imitando Dio. Gesù quindi si colloca in un contesto più ampio perché «la nuova giustizia» non si può esaurire in una serie di norme rituali e morali, chiuse in se stesse. Dove c’è fede, regna sovrana la libertà basata sulla coscienza che alimenta la responsabilità e dà corpo alla relazione affettiva, nutrita di fiducia e reciprocità. «La nuova giustizia» di Gesù, infatti, esige la fede che può esprimersi solo in un contesto di libertà e di amore ed instaura un rapporto di affettività perché la Legge deve essere un afflato interiore e spirituale che genera una visione della vita e comportamenti conseguenti. Gesù scardina il concetto di «minimo morale» per prospettare un nuovo ordine di giustizia, fondato sul primato della relazione che a sua volta affonda le radici su due pilastri: la persona in quanto tale e Dio in quanto garante della persona. Qui giocano due reciprocità: l’uomo è «immagine di Dio» e Dio si affida all’uomo e lo innalza alla sua natura. Nell’ultima antitesi Gesù capovolge il sistema mosaico: dall’amore per il prossimo si passa all’amore del nemico che così è incluso in un rapporto di «parentela» con Dio. Gesù porta una vera rivoluzione perché stabilisce che l’amore è il «luogo» proprio della presenza sua, avulso da altri luoghi e spazi sacrali sia religiosi che familiari. L’amore ha in se stesso una dimensione divina che non riceve da riti o strumenti sacrali. Non è la Chiesa che genera l’amore, ma è l’amore che partorisce la Chiesa e questa diventa solo una dimensione dove l’amore possa esprimersi e generare ancora perché «Dio è Amore». Dire che chi non crede non può vivere un amore totale è imprigionare Dio, privarlo della sua natura. Dio non è nella famiglia, non sta nella razza, non è in cerca di radici, egli vive e si manifesta nell’atto stesso di amare perché nel momento in cui si dona, si consuma per l’eternità. Ogni persona è capace di amare secondo le proprie possibilità, la propria storia, la propria cultura, la propria esperienza di amore vissuta o negata, con i propri desideri e i propri limiti. Nessuno che ama come può è escluso dall’amore di Dio, anche se apparentemente agli occhi della religione formale può apparire un amore «sbagliato» perché «Dio è Amore» ed è sempre più grande del cuore di chiunque.