23 Feb Domenica Prima di Quaresima. Matteo 4, 1-11
Il racconto delle tentazioni nel deserto non intende informare su di un episodio concreto della vita di Gesù, ma precisare in che modo egli ha compreso la sua identità, appena proclamata nel battesimo, e soprattutto il suo progetto messianico. L’evangelista adopera delle immagini simboliche per esprimere delle realtà che difficilmente si potevano descrivere con un linguaggio semplice e, allo stesso tempo, offre delle chiavi di lettura che permettono al lettore di collocarsi nella prospettiva giusta: Gesù Messia non ha niente in comune con l’immagine tradizionale di un messianismo basato sulla forza e sul potere. Nessuna delle tre tentazioni ha un carattere strettamente messianico, ma possono essere applicate ad ogni credente. Ciò significa che quanto si dice di Gesù non è suo esclusivo ma si estende a tutti quelli che danno adesione alla sua persona. La Croce è come il punto geometrico verso cui vanno e in cui si risolvono le tre tentazioni. La morte del Signore è la conseguenza della sua vittoria contro queste tre tentazioni che sono state ripensate e scritte come spiegazione vera della passione di Gesù. Egli è venuto, certo, come Messia, ma come un Messia così diverso che tutti coloro che lo avevano atteso non lo riconobbero. Ed è, questa, una verità permanente. Il suo messaggio attraversa la nostra coscienza di credenti e illumina il senso vero della vita. Non della vita cristiana, ma della vita. Il potere, al di là delle forme empiriche che prende, è innanzi tutto questa prevaricazione dell’uomo di fronte all’uomo, perché nel momento stesso in cui rifiuta la sua dipendenza creaturale da Dio, l’uomo si pone come punto di riferimento per gli altri, signore del bene e del male: lui, artefice delle condizioni morali e fondamentali; lui organizzatore del mondo. In questo orgoglio di fondo trovano ragione tutti i fenomeni di peccato, non solo quelli che spengono nel nostro cielo la luce di Dio ma quelli che spengono nel mondo dell’uomo ogni umana dignità. L’esperienza di Cristo Gesù nel deserto non fu solo un momento sia pure “significativo” della sua vita; le sue tentazioni stanno a dimostrare che egli possedeva la mentalità del deserto. Non scappa da satana, accetta la sfida; i continui riferimenti alla Parola del Signore però dimostrano chiaramente che egli pensa come Dio. Nella solitudine e nella preghiera egli ha assorbito la mentalità del Padre, perciò il più netto rifiuto al demonio.
Le vittorie sul demonio costano fatica; saper rinunciare all’immediato successo non è sempre facile. E’ più allettante attorniarsi di angeli che servono premurosi che starsene digiuni ad attendere l’ora di Dio. C’è il deserto della strada, il deserto dell’incontro, il deserto del Calvario. Là il Figlio di Dio è avvolto nel mistero del dolore e della morte; è per lui l’ora delle tenebre. In questa tremenda solitudine egli tuttavia abbraccia tutti gli uomini. La sua tragedia di morte già preannuncia e contiene il germe della risurrezione e della vita.
Nel deserto della nostra vita quotidiana esperimentiamo tutta la ricchezza e la potenzialità della nostra condizione di credenti. Il deserto non è più un fatto isolato e marginale di vita, è quello che ci dà invece la misura esatta della grandezza della nostra fede. Bisogna però che abbiamo tanta intelligenza e tanta sensibilità da arricchire continuamente la nostra solitudine. Solo così esperimenteremo la tenerezza di Dio verso di noi come persone e la ricchezza del nostro servizio verso i fratelli.
Sono cose che si comprendono con la mentalità della Parola del Signore. Nessuno ama l’umiliazione. Cristo nel deserto ha imparato ad attendere la sua ora, a comprendere i progetti di Dio piuttosto che lasciarsi lusingare dalla popolarità conseguente allo spettacolo di gettarsi giù dal tempio. Le vie del Signore non coincidono con quelle del demonio e tuttavia solo il deserto fa entrare nel suo piano di salvezza. Cristo ha subito la tentazione mentre stava vivendo l’esperienza contemplativa del deserto e non mentre era davanti al televisore. Comprendiamo allora quanto sia importante non perdere mai la limpidezza e la semplicità dello sguardo e del cuore. Il demonio può avere buon gioco su di noi anche nella solitudine più austera. Guardarsi dalle cose esterne non è sufficiente se non ci impegniamo a vivere nella trasparenza umile davanti al Signore.