02 Mar Domenica Seconda di Quaresima. Matteo 17,1-9
La trasfigurazione è un anticipo della risurrezione, ma avviene poco prima della morte. In tutto ciò che riguarda Dio, gli opposti si identificano: appena sceso dal monte della luce, Gesù parla di consegna alla morte per sé e per i suoi discepoli che così passano dalla visione escatologica alla via obbligata della croce. La croce non è un accessorio facoltativo: essa è la via che Dio accetta di percorrere per indicare a ciascuno di noi la mèta della propria trasfigurazione. Il dolore e la morte introducono alla luce e alla vita. All’udire «la voce» gli apostoli cadono con la faccia a terra perché «sentono» la presenza di Dio e da Giudei sanno che chi vede Dio muore, ma ancora non sanno che la visione di Gesù, volto del Padre, ha sconfitto la morte e Dio può essere guardato faccia a faccia perché inizia l’era del Dio incarnato. Celebrare l’Eucaristia è vivere in anticipo la trasfigurazione in comunione con il Signore e con i fratelli e le sorelle: la Parola si trasfigura in pane e in vino che diventano cibo che a sua volta si trasfigura nella nostra vita. In questo modo l’Eucaristia diventa un progetto di trasformazione che deve impegnarci nella nostra storia: abbiamo l’obbligo di trasformare il pane delle nostre possibilità in pane per tutti affinché non vi siano affamati nel mondo; abbiamo il compito di trasfigurare ciò che viviamo, facciamo e tocchiamo perché la pace possa chiamarsi giustizia. Gesù non resta sul monte della trasfigurazione, ma scende nel mondo della storia quotidiana per portare il vangelo della trasformazione agli uomini e alle donne che incontrerà sul suo cammino verso la città di Dio: la città della trasfigurazione definitiva che muta la morte in vita e la croce da strumento di tortura e di morte in simbolo di misericordia e di redenzione. Noi ne siamo testimoni. Noi lo annunciamo con la nostra vita. Gesù si avvicina loro e dice: «Alzatevi e non temete». «Alzatevi» con forza perché col vostro impegno, con la vostra parola, voi che siete immersi nella vita, col vostro esempio, al di là di queste cadenze pure di operosità dolorosa, abbiate ad accogliere anche l’altro l’invito di Gesù: «Non temete». Abbiamo infatti bisogno di sentircelo dire perché noi tremiamo come foglie sotto il freno della paura nel timore di non farcela. A volte, nonostante la nostra fede, abbiamo paura se siamo nel giusto, paura se non abbiano ragione gli altri. Non temete, dice Gesù, non temete di apparire ingenui, o stolti, o folli agli occhi del mondo. È agli occhi di Dio che dovete comparire. Come ricorda Arturo Paoli in La pazienza del nulla: «Il “non temete” che affiora spesso sulle labbra di Gesù viene dall’abisso oscuro, viene dalla morte. Questo “Non temete” può ancora essere stillante di paura, può essere detto per scongiurare più la propria paura che quella degli altri, ma sulla bocca di Gesù il comando crea la speranza e la prospettiva di un mondo nuovo»