27 Ago DOMENICA 30.08.2021
Marco 7,1-8…
L’evangelista Marco rievoca l’atmosfera in cui si muove Gesù, circondato da maestri della legge, osservanti scrupolosi delle tradizioni, che resistono ciecamente alla novità che il Profeta dell’amore vuole introdurre nelle loro vite. I farisei osservano indignati i suoi discepoli che mangiano con mani impure. Non lo possono tollerare: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi?». Sebbene parlino dei discepoli, l’attacco è rivolto a Gesù. Hanno ragione. È Gesù che sta rompendo questa obbedienza cieca alle tradizioni, creando intorno a sé uno «spazio di libertà», dove ciò che è decisivo è l’amore. Quel gruppo di maestri religiosi non comprende la Buona Notizia che Gesù sta annunciando loro. Nel loro cuore non regna Dio. Continuano a regnare la legge, la norma, il costume stabilito dalle tradizioni. Non pensano al bene delle persone.
Gesù aveva insegnato l’etica del cuore, invitando ad accantonare parole vuote ed inutili, inneggianti a culto e a ritualità formali, dimenticando Dio e la sua giustizia. Si era impegnato a ricondurre ad armonia, dualità, opposizioni e separazioni, ridonando dignità a tutto ciò che riflette e diffonde bellezza e santità divina, ridisegnando il destino dell’uomo, ricomponendo separazioni tra Dio e creato. Il Maestro aveva in precedenza esaltato la bellezza del cosmo, riflettente quella di Dio creatore, descrivendo situazioni di vita che introducono alla vita e al cuore di Dio ed inviti ad incarnare figliolanze divine. Aveva dichiarato felici coloro che liberamente scelgono di realizzare armonie nelle proprie coscienze e portarle nella storia degli uomini, felici di riconoscere ed accogliere l’amore di quell’unico Padre che aveva posto in essere stelle, mari, uomini ed ogni vivente. Ora mette al bando la pura esteriorità, ipocrisie e unanimismi che rischiano di non riconoscere pluralità e universalità. E tutti indistintamente ammaestra segnando la fine di ogni discriminazione, inaugurando il tempo dell’etica dell’autenticità interiore, del rifiuto di compromessi e di strumentalizzazioni dell’uomo, e persino di Dio, preso in prestito per avallare precetti di uomini e interessi personali o di casta. Tramonta l’etica dell’apparire, nasce l’etica dell’essere-persona. Si onora Dio con le labbra, ma il cuore è lontano da lui: si pronuncia un credo obbligatorio, ma si crede in ciò che conviene; si compiono riti, ma non c’è obbedienza a Dio, bensì agli uomini. Poco a poco dimentichiamo Dio e poi dimentichiamo di averlo dimenticato. Riduciamo il vangelo per non essere costretti a convertirci troppo. Orientiamo la volontà di Dio verso quello che ci interessa e dimentichiamo la sua esigenza assoluta di amore. Questo può essere oggi il nostro peccato: aggrapparci come per istinto a una religione logora e senza la forza di trasformare le nostre vite.
Il culto è gradito a Dio quando si produce un vero incontro con lui, quando si sperimenta con gioia e contentezza il suo amore salvifico e quando si ascolta la sua chiamata a vivere una vita più fedele al vangelo di Gesù e al suo progetto di vita umile e sapiente. Una morale dell’esteriorità, del formale rispetto e dell’osservanza della lettera della legge, Gesù la sostituisce con una morale interiore, della coscienza viva, attiva e responsabile che sceglie e gestisce quanto è capace di generare il pensiero, il cuore, il sentimento dell’uomo, nonché decisioni e progetti pienamente autonomi. E non saranno i segni esteriori a determinare la bontà delle scelte di vita, ma sarà l’intenzione autonoma, matura e consapevole a determinare una morale che qualifica l’agire dell’uomo, che ora può costruire la sua avventura seguendo le orme del Maestro di vita, orientato a realizzare progetti disinteressati, generosi, aperti ad incontri divini.
La vita per Gesù è invece passione, è ardimento, è gusto di cercare, cercare sempre senza pregiudizi per migliorare la vita e renderla più piena e più degna di essere vissuta. Quando inneggiamo alle tradizioni fine a se stesse, noi uccidiamo la vita e rinneghiamo la fede in Dio. Oggi il vangelo pone la questione se non siamo noi stessi un ostacolo al vangelo di Gesù con la difesa di tradizioni e posizioni che nulla hanno a che vedere con Dio. Lasciamoci purificare dallo Spirito del Risorto per essere capaci di sapere sempre dove stiamo andando e come stiamo andando. L’uomo religioso tende a «possedere» Dio e a imprigionarlo nelle forme rituali, in ideologie o teologie; nella dinamica delle fede, al contrario, l’uomo si apre all’incontro con Dio e si dispone all’avventura e al rischio che comporta qualsiasi incontro autentico tra persone. Aprirsi alla Parola di Dio significa lasciarsi introdurre in un mondo nuovo, neppure pensabile con gli schemi della tradizione e dell’usuale.
Il vangelo non è una morale, o un pensiero filosofico, o una teologia: è la rivelazione del volto di Dio nell’umanità di Gesù, e viene a dirci come nessuna legge, grande o piccola che sia, abbia senso e valore se non nasce dall’amore, se non è accompagnata dall’amore e se non si consuma nell’amore. In questo contesto, la persona è il cuore della legge e la legge una conseguenza di una visione d’amore. L’Eucaristia è l’angolo di visuale che ci permette di vedere la prospettiva dal lato giusto, perché ci convoca e ci raduna, non per interesse; ci dispensa la Parola come discernimento di ciò che viviamo, ci nutre per essere forti nel nostro viaggio di scoperta del volto del Padre, ci invia in mezzo agli altri fortificati dal comandamento, ricordandoci che ogni persona incontrata è un sacramento della Presenza di Dio. Ogni persona è un’Eucaristia.