Guariento Mario | DOMENICA 25.04.2021
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DOMENICA 25.04.2021

23 Apr DOMENICA 25.04.2021

Giovanni 10, 11-18

La quarta domenica dopo Pasqua è comunemente conosciuta come la domenica del «Buon Pastore» perché vi domina questa figura descritta da Gv nel capitolo 10 del suo vangelo. Il testo greco parla del «pastore, quello bello», mentre le traduzioni parlano di «Buon pastore», ponendone l’accento così sulle qualità morali. L’espressione «Il pastore bello», invece, evidenzia un aspetto particolare, quello «estatico», che rileva l’attitudine del pastore alla comunicazione, da cui nasce la comprensione e il dialogo. Il pastore non è solo «buono» perché comprensivo, ma è «bello» perché si può «vedere». La conoscenza è «visione estetica» da contemplare e la contemplazione è relazione di attrazione.

Jacques Maritain, tra le caratteristiche proprie dell’essere include anche la «bellezza» con questa motivazione: «Come l’uno, il vero e il bene, il bello è l’essere stesso preso sotto un certo aspetto, è una proprietà dell’essere; non è un accidente aggiunto all’essere, perché non aggiunge all’essere che una relazione di ragione: è l’essere stesso preso in quanto diletta, con la sua sola intuizione, una natura intellettuale. Così ogni cosa è bella, come ogni cosa è buona, almeno sotto un certo punto di vista… ogni specie di essere èa modo suo, è buona a modo suo, è bella a modo suo». La bellezza attrae prima ancora di coinvolgere: prima di qualsiasi parola, c’è la visione perché vedere precede il parlare, come sperimentiamo quotidianamente nella nostra vita: quando incontriamo una persona, prima ancora di esprimere con la parola il saluto di circostanza, noi «vediamo quella persona» e sperimentiamo un sentimento di attrazione o di rifiuto, di disponibilità o di difesa. La prima «parola» che pronunciamo nella nostra esperienza umana è «la vista» che appartiene al linguaggio non verbale. In questo senso «buono» e «bello» sono sinonimi, ma non con significati identici perché la bontà nasce dalla volontà di adeguarsi, o, come dice San Tommaso, di «acquietarsi» in Dio sommo Bene. «Il pastore bello» è una dimensione dell’incarnazione del Verbo perché Dio si fa vedere «in mezzo» all’umanità e, provvisoriamente nasconde la sua bellezza attraente nel volto umano dove noi dobbiamo cercarla, scoprirla, trovarla e ammirarla. Ogni celebrazione, specialmente l’Eucaristia, dove noi possiamo «vedere» la Parola che si fa Pane e Vino, è evento estetico perché deve esprimere l’armonia che unisce la singolare unità dell’umano e del divino che coesistono nella fragilità della visione partecipata e condivisa.

Ma Gesù si presenta anche con una formula forte di identità, che evoca sempre la maestà di Dio che si rivela sul Sinai a Mosè: «Io-Sono». Usando questa formula «sacra», Gesù si pone sullo stesso piano del Dio della «rivelazione» del Sinai, assimilandosi così alla figura di «Dio-Pastore d’Israele». «Il pastore bello» viene a spezzare l’impossibilità di «vedere Dio» perché lo rende accessibile, visibile, sperimentabile. Ne sono testimoni i Greci che chiedono a Filippo «Vogliamo vedere Gesù». Non chiedono di vedere Dio, ma Gesù, che essi desiderano come si desidera Dio. È questo il senso dello squarciamento del velo del tempio «da cima a fondo» che proteggeva Dio e il sommo sacerdote officiante dalla vista del popolo d’Israele: nel tempo dell’alleanza nuova, è abrogata ogni mediazione e Dio è visibile direttamente da Ebrei e Greci, senza differenza alcuna. «Il pastore bello» strappa «il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni» per manifestare il volto di Dio nella visione del Figlio: «Chi vede me, vede colui che mi ha mandato». La vera identità della personalità di Gesù non appare a prima vista, ma occorre una certa consuetudine con lui per imparare a conoscerlo e condividerne i pensieri: la logica delle scelte non è mai improntata al suo tornaconto personale, ma queste sono sempre proiettate fuori di sé verso gli altri.

Infatti Gesù si automanifesta come porta, cioè come ingresso, apertura, accoglienza: «Io-Sono la porta delle pecore» e come pastore anzi, come pastore bello. Gesù ha appena messo in dubbio l’autorità dei farisei e ora ne porta la prova con la parabola del pastore bello il quale, al contrario di essi, esercita la propria autorità basandosi su tre criteri: dare la «sua» vita per le pecore, vivere in intima unione con le pecore conoscendole una per una, preoccuparsi della loro unità.

In sintesi: vivere, conoscere, unire. Non è altro che il progetto di una vita piena e realizzata che deve essere applicato a noi stessi, prima di pretendere di offrirlo ad altri. Ognuno di noi può essere pastore di se stesso quando dà alla propria esistenza la dimensione della conoscenza, intesa come esperienza profonda di ciò che si è e di ciò che si sperimenta, realizzando l’unità di se stessi in tutte le dimensioni del vivere in relazione. In altri termini, tutto ciò è possibile, quando noi viviamo non in modo improvvisato, ma progettato, ponendoci in un atteggiamento di unità tra ciò che si pensa e ciò che si fa, tra ciò che si fa e ciò che si prega, tra ciò che si prega e ciò che si spera, tra ciò che si spera e ciò che si vive. Oggi tutti corriamo drammaticamente il rischio di subire la vita, non di viverla, di essere banali e non protagonisti.