Guariento Mario | DOMENICA 18.09.2021
Tutte le opere, i commenti, le riflessioni di Don Mario Guariento
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DOMENICA 18.09.2021

16 Set DOMENICA 18.09.2021

Marco 9, 30 – 37

L’evangelista Marco descrive in questo testo le relazioni all’interno della comunità credente che non è un’assemblea d’interessi economici o politici o sociali e nemmeno una riunione di individui omogenei appartenenti a «gruppi corporativi». La comunità ha una sola caratteristica: è la «convocazione» dello Spirito Santo che riunisce i «singoli» attorno al Cristo; essi, tutti insieme, lo riconoscono come loro Signore. È lui il fondamento, è lui la ragione, è lui la prospettiva e la speranza. La comunità ecclesiale non è una corporazione, ma non è nemmeno un raduno occasionale, perché l’adesione al Signore, che si esprime nella celebrazione eucaristica, coinvolge la vita, la storia, il lavoro, le scelte e i beni. Una comunità cristiana si fonda sul criterio del discernimento per scoprire la densità dello Spirito in essa presente.

Il contrasto tra Gesù e gli apostoli è forte, il più forte che si possa immaginare; quando Gesù sta parlando loro della tragica fine che lo attende, essi non capiscono nulla, non si rendono conto di una cosa così chiara. Gli apostoli hanno paura dell’evento centrale del Vangelo: amare fino a perdere la vita. Platone nel suo Fedone scrive: Il ricercatore della saggezza deve fare una cosa sola: esercitarsi a morire.  Quegli uomini pensavano all’opposto di come pensava Gesù ed aspiravano proprio al contrario di quello che stavano vedendo e vivendo, cioè il cammino che faceva Gesù. La discussione degli apostoli, tuttavia, è su chi fosse il primo, il più importante. Quando questo vangelo fu scritto, gli apostoli erano noti nelle comunità ecclesiali. I Dodici erano famosi: erano i testimoni ufficiali della resurrezione di Cristo, rappresentavano le dodici tribù del “nuovo Israele”, era noto il loro modo di vivere e di lavorare. E quello che sorprende è che di questi uomini, ai quali tanto doveva la Chiesa nascente, i vangeli non hanno avuto la minima difficoltà nel raccontare tutte le loro ignoranze, paure e contraddizioni. Il Vangelo ci dice quindi che per la Chiesa il meglio non è la buona immagine dei suoi capi, ma la verità e la trasparenza che ognuno vive nella sequela di Gesù.

Sempre l’uomo interroga il suo Dio: confronta i suoi “significati” con quelli di Dio, gli rimbalza i suoi “perché”, quando non comprende o non trova convergenze con Lui. A volte ha timore e non osa, ha rispetto e si trattiene ed indugia, a volte ha ammirazione e Lo cerca e finalmente gli parla: gli dice di sé, delle sue incomprensioni, dei suoi pregiudizi, dei suoi pensieri erranti e smarriti. Non riesce ad immaginarlo, vederlo, accettarlo prigioniero, deriso ed ucciso, fa fatica anche a capirlo risorto. E resta muto e tremante, abbandonando il Mistero che può salvarlo, e preferisce fare i suoi calcoli, asservito dalla sua ragione.

E sulla strada anonima, egli trascura persino la sua vera identità e si perde a ricercare ruoli di potere e surrettizi, a sacrificare anche valori, per mire indicibili e indescrivibili. Perciò non sa fare altro che tacere a scomode domande divine: cosa stavate discutendo?… L’uomo, come inesperto ed immaturo bambino, continua a chiedersi: Chi è il più grande?… E in una vana competizione, afferma il proprio primato, imposto qualche volta persino come proveniente dall’Alto. Ma la graduatoria divina è inversa e spiazzante: dall’ultimo al primo! La scala dei valori è riscritta con valenze rovesciate: al primo posto il più piccolo… e chi sa farsi più piccolo e servitore. La logica della folla lascia il posto a quella dell’umanità vera, alla logica di Dio, che sollecita a competere, senza tendere insidie…, senza gelosia e spirito di contesa…, come desidera un cuore puro. Lasciamoci abbracciare da Dio, perché piccoli. Perché piccolo è bello, è autentico, veritiero, leale, creativo e ricco di fantasia, sognatore e fiducioso nei padri: è misura dell’uomo. E’ un’attrazione, perché umile servo come Gesù, ed insieme con Lui proposta d’amore. E attende di essere abbracciato e posto al centro per comunicare valori e senso di vita, ed essere il primo ad amare e donare la gioia di vivere.

È urgente un ritorno all’essenzialità, all’austerità, alla umiltà che ci renda strumenti della Provvidenza di Dio e cultori della sua paternità. Come farebbe un bambino, che non ha preconcetti strutturali, ma si abbandona con fiducia e confidenza sulle braccia della propria mamma o del papà. «Essere come bambini» significa vivere nella semplicità delle relazioni, nella disponibilità dell’incontro, aperti alle novità come solo i bambini sanno fare, ma principalmente essere liberi da ogni prevenzione e preconcetto perché ciò che conta per il bambino è vivere e vivere insieme con gli altri. Se si accetta il modello del bambino, si sarà disprezzati nella società e nel mondo e questo disprezzo sarà il modo per accompagnare Gesù nella sua salita a Gerusalemme dove il disprezzo si tramuterà in dolore e morte. Ancora una volta ciò che la Parola propone è la revisione del nostro modo di pensare e di essere, sottoponendoci a un processo di demondanizzazione, di conversione per vivere e pensare secondo i criteri di Dio, espressi nel vangelo e non secondo le categorie della logica mondana che spesso si annida e travolge anche le persone di chiesa. La Gerusalemme celeste, descritta da  Apocalisse 21, ora ne siamo certi, sarà una città a misura di bambini.