Guariento Mario | DOMENICA 11.04.21
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DOMENICA 11.04.21

12 Apr DOMENICA 11.04.21

SECONDA DOMENICA DOPO PASQUA
Giovanni 20, 19 – 31


Meditare la parola di Dio non è mai un rifugio per anime belle; piuttosto è una piattaforma da cui tuffarci nell’oceano misterioso e potente del Dio della vita e della verità. Contemplare il volto di Cristo Risorto ci aiuta a capire quale sarà il compimento della storia, della mia storia, come noi possiamo e dobbiamo muoverci per riempire di bene e rinnovare i luoghi della nostra convivenza. La parola di Dio si rivolge direttamente a noi oggi, in questi nostri giorni, con la sua forza dirompente e gravida di speranza: “Pace a voi. Ricevete lo Spirito, a chi perdonerete i peccati saranno loro perdonati”. Meditare la parola di Dio significa acquisire conoscenza – con la mente, con i sentimenti, con la volontà – che il nostro oggi è anche l’oggi di Dio. Non dimentichiamo che l’oggi di Dio è l’oggi della misericordia, della ricreazione, della risurrezione.

“La sera di quello stesso giorno mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano per paura dei Giudei, venne Gesù.” La paura annienta la voglia di vivere in quanto è sentimento di spaesamento di fronte al nulla. Non raramente, nel voler fuggire la paura, l’uomo finisce per fuggire la propria libertà, legata alla sua singolarità della cui autenticità la morte si fa sigillo. Attraverso il lavoro spirituale della liberazione il credente nomina le sue paure e così le supera fino a essere liberato dalla paura di morire che paralizza il cuore dei discepoli. Tutto ciò rende consapevole il credente che tra gli elementi che gli impediscono di nascere c’è la paura. Ogni uomo ha le sue paure e si è fatto un grande passo quando si è riusciti a discernere di che cosa si abbia paura. Di che cosa ho paura? Del rischio! E ognuno sa che non ci può essere un rischio più grande dell’incontrare gli altri, di incontrare chi si credeva morto. Il rischio è di dover cambiare i parametri di costruzione e valutazione della nostra vita.

Nella misura in cui il credente è capace di nominare le sue paure, non può che addomesticare anche la morte, così la morte viene sottomessa alla vita e non ha un’esistenza autonoma, ma è parte integrante del vivere che comporta il morire. Di questo morire il credente fa esperienza quotidiana con il suo impegno a vivere una vita autentica: vivere il particolare e l’unicità di ogni momento in relazione a ciò che sta oltre la cortina dell’attimo fuggente. La morte non è per nulla un fallimento di Dio né tantomeno una contraddizione, poiché essa non distrugge il «vivente». Certo, non è agevole aprirsi al mistero della vita eterna come «vita non morta», perché esige un vivere non da moribondi, ma da pienamente viventi. Si potrebbe definire questo delicato e fondamentale processo come un passaggio dalla morte all’amore, nel senso proprio del consenso pieno e consapevole all’integralità del dramma di vivere che comporta l’atto finale del morire. La morte convola a nozze, come è scritto nel libro dello Zohar: «I credenti non muoiono ma si sposano».

“Poi disse a Tommaso: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e  mettila nel mio costato, e non essere più incredulo ma credente.” Dio entra attraverso i sensi. È quello che è accaduto a Tommaso. Quest’uomo diceva quello che molta gente dice quando si pone il tema di Dio: “se non vedo, non credo”. Tommaso voleva vedere, toccare, palpare. E Gesù glielo ha concesso. Non dimentichiamo mai che i sensi sono ciò che è più immediatamente umano che vediamo, tocchiamo, sentiamo… È quanto di più propriamente umano abbiamo, di più tangibile della nostra umanità. Per questo tutti siamo con Tommaso. Gesù lo ha capito e lo ha accettato. La grande prova che il credente deve attraversare per diventare se stesso, ed essendo tale per poter testimoniare l’evangelo vivente della speranza, è il fallimento. Non solo quello personale, ma persino della propria immagine di Dio e della propria prestanza davanti agli uomini. Non c’è possibilità alcuna di arrivare alla luce senza gustare fino in fondo il terrore delle tenebre. La gioia è frutto dei dolori del parto, così come la vita consapevole si paga a prezzo della rinuncia alla sopravvivenza. Nessuno che osi desiderare una vita autentica e piena può fare a meno di imparare quanto sia «necessario passare attraverso la sofferenza, scoprire la propria impotenza, debolezza, imperfezione ritrovarsi umili e nudi di fronte agli altri, a se stessi, a Dio.

Come per Gesù, come per Giobbe il grande momento iniziatico passa attraverso l’incontro personale con l’inspiegabile enigma del male. Naturalmente, tutti ci crogioliamo con l’idea di un male che è fuori di sé ma, via via che lo si frequenta, si scopre come il vero male — l’unico capace di fare male rendendoci sue manifestazioni — sia quello che abita dentro il proprio cuore. E’ l’incredulità di Tommaso davanti all’esperienza della morte ingiusta e assurda del Maestro. Questa prova è il grande fallimento senza il quale non è possibile andare oltre le illusioni di un volo effimero e pericoloso. Al modello del santo perfetto, che non ha mai peccato, che non è mai caduto, che non ha avuto mai dubbi di fede manca l’esperienza della caduta, della fallibilità, della contingenza; gli manca quel dolore nella propria carne senza cui è molto difficile la comprensione, l’assunzione della condizione umana, la comunione, l’incontro con l’altro, e senza tutto questo naturalmente non è possibile l’amore. L’amore è un legame che rende uguali. E Gesù si è posto accanto allo smarrimento e alla delusione di Tommaso. Non si può amare dall’alto, bisogna collocarsi sullo stesso piano. Per questo chi ama è vulnerabile.Il fallimento profondo attraversa il cuore del credente più profondamente di quanto avvenga attorno a lui. Si potrebbe dire che proprio da questo punto, comincia l’esperienza della risurrezione di Tommaso: vivere non per se stessi, neanche per il messaggio che si vorrebbe portare al mondo, ma semplicemente e solo per la gioia degli altri. Il primo segno dell’insorgere reale di questa gratuità è accettare di scomparire senza più avere bisogno di imporsi agli altri richiamando su di sé la loro attenzione. Sarà questo il senso ultimo del martirio di Tommaso e degli altri apostoli. Alla luce di questo mistero l’Eucaristia che celebriamo è lo spazio e il tempo in cui si è lasciato imprigionare l’amore, perché anche noi potessimo accedere alla risurrezione di Gesù allo stesso modo degli apostoli e per potere ricevere come loro lo stesso dono dello Spirito in vista dei sette giorni settimanali che siamo chiamati a vivere nel cuore della storia, sulle strade del mondo, in mezzo e insieme ai fratelli e alle sorelle a cui siamo mandati e di cui siamo parte perché figlie e figli dello stesso Padre in vista dell’unico regno.