04 Ott DOMENICA 03.10.2021
Marco 9, 2 – 10
Nel formare gli apostoli Gesù ha un obiettivo: condurli a capire il disegno di Dio creatore, oltre la religione di appartenenza. Credere è entrare in questo disegno e il cammino di fede è illimpidirsi lo sguardo per «vedere» la vita con gli occhi di Dio. La fede, infatti, non è altro che un cantiere dove si realizza la costruzione del progetto della vita nella collaborazione armonica tra Dio e noi. È un cantiere sempre attivo.
Se la religione si può vivere per forza d’inerzia perché è guidata dall’uso e dal costume, la fede deve essere sempre conquistata giorno dopo giorno, perché non è un’acquisizione una tantum, ma un lento e laborioso lavoro secondo la legge della crescita e della formazione. La religione ripete gesti e parole all’infinito in un contesto d’immobilità, spesso sfociante nel fondamentalismo; la fede, invece, è la ricerca del senso alla luce di un evento che «ha afferrato» la vita del credente. Questo evento ha un nome: Gesù Cristo che, nella morte e risurrezione, fa appello alla coscienza, al cuore e alla testa di chi si lascia sorprendere. La religione contratta, la fede dona. Il vangelo affronta il rapporto uomo-donna dal punto di vista della radicalità della relazione come è vissuta da Dio. L’annuncio sconcertante è che la relazione uomo-donna non è una relazione qualsiasi che dipende dalla volontà dell’individuo; essa è lo spazio privilegiato dove Dio esprime in pienezza l’alleanza con l’umanità e il progetto di tutta la storia. Questo è possibile solo nell’incontro di due libertà, quella di Dio e quella della persona, perché senza libertà non può esistere né vita, né fede, né alleanza. Tutto ciò s’intende con l’espressione: «il matrimonio è un sacramento», cioè la profezia dell’innamoramento esclusivo di Dio per ciascuno e per tutta l’umanità, verificabile storicamente nella relazione «di coppia».
Nessuno, pertanto, si può sentire giudicato, ma ciascuno di noi deve stare attento a quanto la Scrittura propone come ideale e come obiettivo all’interno di un disegno di amore che non vuole essere un peso, ma una liberazione radicale e definitiva. Credere non è essere arrivati al regno di Dio, ma camminare verso di esso con tutti i condizionamenti, i limiti e i rallentamenti che la nostra situazione storica personale porta con sé.
Gesù non dice che il divorzio sia un bene o un male, non si pronuncia perché l’intervento non è a livello morale; egli si richiama al progetto originario di Dio ed è a esso che bisogna ritornare ogni volta che si crea un conflitto o si sperimenta una fragilità. La preghiera è tutta qui: illimpidire lo sguardo e il cuore per leggere meglio la progettualità di Dio che resta come mèta e obiettivo, ma per raggiungerla occorre camminare attraverso la storia e tutta la fatica che la fragilità, l’umanità comporta ed esprime. Il brano, infatti, si conclude «nella casa» che per Marco è sempre immagine della Chiesa, di cui è misura e modello il bambino cioè uno capace di abbandonarsi senza secondi fini, ma con fiducia e certezza della paternità di Dio, come fanno quei discepoli poveri che hanno il senso profondo di Dio, proprio perché non presumono di averlo.
Solo uno spirito libero, scevro da pregiudizi e da false convinzioni, come un bambino, potrà cogliere l’originalità, la speranza e le novità del Maestro, posto sotto interrogatorio, ma che poi interroga e scomoda, fa pensare e dubitare delle proprie certezze, rimanda alle origini della vita ed invita a rivedere e rinnovare con il gusto del vero, ed a strappare libelli prestampati di ripudi e a ricomporre biografie di amore, anche con le regole del perdono. Là dove un uomo e una donna si amano e in questo amore accogliendosi si avviano insieme a far nascere la propria umanità là traspare il volto di Dio. L’uomo è creato per crearsi, però… bisogna essere felici per creare. Dio … ha creato il mondo per comunicare e condividere la sua gioia. La logica di Dio è una logica di felicità.
Vengono alla mente le parole di uno dei padri del concilio Vaticano II il domenicano Marie-Dominique Chenu che, all’Autrice di una ricerca sul fondamento teologico del piacere sessuale che gli aveva sottoposto il suo progetto, raccomandò: “non parli mai della gioia, signora: parli sempre del piacere, altrimenti possono spiritualizzargliela”. Alle sue parole fa eco il Qoèlet 9,9: Godi la vita con la donna che ami per tutti i giorni della tua fugace esistenza che Dio ti concede sotto il sole, perché questa è la tua parte nella vita e nelle fatiche che sopporti sotto il sole.